LA CASSAZIONE E LO STATO DI DIRITTO
di Arturo Diaconale

              Murales di Diavù, Collina della Pace

“A Milano – ha affermato il Capo della Procura milanese, Francesco Greco – le aziende investono più in tangenti che in innovazione”. Al punto, ha aggiunto il magistrato, che gli uffici giudiziari sono intasati dalle inchieste su questo fenomeno corruttivo.
Le affermazioni di Greco suggeriscono una fantasia niente affatto irrealistica. Che succederebbe se il Procuratore di Milano decidesse di combattere il macrofenomeno corruttivo delle tangenti sostenendo che questo tipo di reato può essere considerato di stampo mafioso ed applicando la legislazione antimafia per riuscire più efficacemente a stroncarlo? Quanto è avvenuto durante l’inchiesta su “Mafia Capitale” può essere una risposta possibile: una serie di arresti eccellenti (che nel caso di Milano riguarderebbero non Buzzi e Carminati e qualche politico minore, ma manager di multinazionali e personaggi di massimo livello) ed una campagna mediatica all’insegna della lotta alla mafia accusata di aver conquistato la Capitale morale ed economica del Paese. Magari questa campagna mediatica non arriverebbe, come è avvenuto a Roma, ad accusare di concorso in associazione mafiosa gli avvocati degli imputati. A Milano gli studi legali hanno una capacità di condizionare i media settentrionali più forte di quelli capitolini. Ma il risultato sarebbe praticamente lo stesso: la conferma di quanto Greco già sa, cioè l’esistenza di una forte corruzione in cambio di uno sfregio permanente all’immagine della città con un conseguente discredito internazionale e con una altrettanto conseguente regressione politica ed economica della comunità più dinamica del Paese.
Questa fantasia, suggerita dalla sentenza della Cassazione che è ha di fatto negato che la corruzione sia un fenomeno mafioso da contrastare con la legislazione emergenziale antimafia, è destinata a rimanere tale. La linea della palma di Leonardo Sciascia ha da tempo superato la Linea Gotica ed anche la barriera alpina. Ma è difficile che a Milano possa essere riservata la sorte toccata a Roma, divenuta di colpo la Capitale mafiosa di un Paese automaticamente mafioso. Ciò non toglie, però, che il pensiero giustizialista che percorre e sconvolge da almeno due decenni la società italiana rimanga sempre più convinto che la corruzione costituisca una emergenza da combattere con le legislazioni emergenziali usate prima contro il terrorismo degli anni ’70 e successivamente contro la mafia stragista dei corleonesi.
Certo, le legislazioni emergenziali garantiscono risultati più rapidi, più clamorosi e massima visibilità per chi le gestisce. Ma, proprio perché emergenziali, dovrebbero essere un vulnus solo temporaneo dello stato di diritto. Trasformarle in permanenti significa cancellare lo stato di diritto. Con tutte le relative conseguenze.

Immagine dal sito www.corriere.it

di Arturo Diaconale