LA CULTURA DELLA RICONCILIAZIONE

         Giotto, La Cacciata Dei Diavoli Da Arezzo

Senza voler ricorrere a definizioni formali, l’atto del riconciliare o riconciliarsi ha sempre una valenza pubblica, per quanto questo avvenga per lo più tra due o più parti private. Sia perché interviene un giudice o un’altra figura istituzionale a ristabilire buoni rapporti, sia perché di fronte a una situazione di rottura divenuta di pubblico dominio ci si chiede se i coniugi, gli amici, i fratelli si siano poi riconciliati. Nella mia sensibilità trovo che questo termine esprima un’azione pubblica, sociale e che abbia una pertinenza più genericamente laica che strettamente ecclesiastica. Senza voler ricorrere a definizioni formali, l’atto del riconciliare o riconciliarsi ha sempre una valenza pubblica, per quanto questo avvenga per lo più tra due o più parti private. Sia perché interviene un giudice o un’altra figura istituzionale a ristabilire buoni rapporti, sia perché di fronte a una situazione di rottura divenuta di pubblico dominio ci si chiede se i coniugi, gli amici, i fratelli si siano poi riconciliati. Nella mia sensibilità trovo che questo termine esprima un’azione pubblica, sociale e che abbia una pertinenza più genericamente laica che strettamente ecclesiastica, per quanto nella Chiesa si annoveri anche tra i sette segni il sacramento della ‘riconciliazione’ o ‘penitenza’, meglio conosciuto come ‘confessione’. Anzi, più si intende e si vive il sacramento della riconciliazione come un atto pubblico, meglio lo si capisce e lo si rende efficace con opere di sincera conversione che si traducono nel bene per tutta la Comunità.
La difficile arte di riconciliare non coincide con la semplice applicazione della legge. Se così fosse i tribunali dovrebbero essere i luoghi dove, udita la sentenza, le persone si dovrebbero abbracciare in un gesto di riconciliazione. Accade invece che vorrebbero imbracciare fucili. Per riconciliare bisogna andare oltre la legge, bisogna far appello ai valori, agli ideali, al bene che le persone vogliono consapevolmente e liberamente perseguire insieme, per loro stessi o anche per altri. Secondo un adagio di Tommaso D’Aquino, ciò che lega le persone non è dentro ma fuori di esse: più grande è l’obiettivo che si vuole raggiungere e più si è uniti, più valore ha la causa che si persegue e più forte e saldo è il legame tra le parti.
Nell’Italia dei Comuni del secolo XV, il grande predicatore Bernardino da Siena, riusciva a riunire sotto il vessillo del Nome di Gesù tutte le fazioni cittadine, compresi guelfi e ghibellini. Nel Nuovo Mondo, un altro francescano, Francesco Solano, riconciliava Indios e soldati spagnoli nella città de La Rioja in nome del Niño alcalde, ponendo come sindaco della città – contesa dalle due parti che minacciavano di distruggersi a vicenda – una statua di Gesù bambino. Il Tinkunaco è lo storico incontro in cui si riconciliarono, così lo chiamano e lo celebrano ancora. Giotto raffigura nella basilica superiore di Assisi la cacciata dei diavoli da Arezzo. La città è tutta chiusa nella cerchia di alte e possenti mura dove si apre una porta magnifica e un’altra dimessa. Dalla prima esce un uomo in vesti variopinte, dall’altra un uomo vestito di bigello col suo asino: fra le due porte e fra i due si spalanca un burrone. Già questo basterebbe a far capire il messaggio, ma il pittore lo ribadisce anche nei quattro distinti colori delle architetture stipate nella cerchia tra case, palazzi, altane, logge, campanili e torri: Arezzo è divorata dalle guerriglie urbane, come gran parte dei Comuni dell’età medievale. Francesco è inginocchiato a pregare mentre fra Silvestro intima a diavoli pelosi e alati come pipistrelli – patetica e burlesca rappresentazione delle discordie – di lasciare la città.
Ma per non andare tanto lontano nel tempo, quando nel Parlamento italiano si udivano frasi del tipo ‘come diceva il mio avversario politico ed amico personale’, si cercavano “convergenze democratiche” (il virgolettato è d’obbligo, la citazione è di Aldo Moro mentre, interpretando anche all’epoca, Eugenio Scalfari la tradusse nell’ossimoro “convergenze parallele”). Questa capacità di gettare ponti tra parti che si nutrono di dottrine profondamente incompatibili – capacità che ha generato il capolavoro della nostra Costituzione per intenderci – è l’arte di riconciliare. Non si tratta di appiattire o uniformare ma di trovare rapporti armonici, di proporzione.
La nostra generazione ha bollato come compromesso questo pensiero e questa prassi. In mezzo ci sono gli anni di piombo, le picconate, le mani pulite… Il pensiero unico imperante preferisce la categoria del nemico più che dell’avversario. Per costui si può nutrire rispetto e considerazione, il nemico invece lo si annienta. In questo non luogo l’arte di riconciliare cade nel vuoto. Perciò mi domando quale pensiero generi veramente moralisti e bacchettoni.

 

di Fra Agnello Stoia