Hong Kong: Polizia ispeziona Politecnico, sequestra migliaia di molotov

Hong Kong: Polizia ispeziona Politecnico, sequestra migliaia di molotov

La Polizia di Hong Kong ha annunciato di aver sequestrato 3.801 bombe molotov e molti altri oggetti pericolosi e armi offensive all’interno del Politecnico di Hong Kong (PolyU), teatro nei giorni scorsi di un vero e proprio assedio tra manifestanti anti-governativi, asserragliati nel campus, e forze dell’ordine. Durante un briefing con i media per illustrare l’esito delle perquisizioni, l’assistente Commissario di polizia, Chow Yat-ming, ha affermato che gli agenti della polizia e dei vigili del fuoco sono stati divisi in diversi gruppi per ispezionare tutti gli edifici all’interno del campus, e rimuovere e mettere in sicurezza tutti gli oggetti pericolosi e le armi offensive, oltre a raccogliere prove sulla scena del crimine. “Dopo oltre dieci giorni di occupazione da parte dei manifestanti radicali, il campus è stato gravemente danneggiato, con un gran numero di bombe molotov, bombole di gas e agenti corrosivi esposti a lungo alla luce del sole, il che ha rappresentato una grave minaccia per tutto il personale sulla scena”, ha sottolineato Chow.

Secondo il sovrintendente Li Kwai-wah, dell’Ufficio per l’organizzazione criminale della polizia di Hong Kong, durante l’operazione avvenuta ieri, il personale di sicurezza ha sequestrato 3.801 bombe molotov, di cui 100 legate a bombole di gas per arrecare maggiori danni. Gli agenti hanno anche sequestrato 921 bombole di gas, 558 bottiglie di diversi tipi di sostanze chimiche, tra cui acido forte, alcali forti, liquidi corrosivi e sostanze chimiche utilizzabili per produrre esplosivi. Per quanto riguarda le armi offensive, la polizia ha sequestrato una serie di archi, circa 200 frecce, un fucile ad aria compressa e quattro scatole di chiodi che sono state ampiamente utilizzate nelle vicinanze del Politecnico. Nel parcheggio dell’università, la polizia ha scoperto che i serbatoi di carburante di 44 veicoli sono stati danneggiati dai manifestanti per rubare benzina. Il vicecapo dei vigili del fuoco,Wong Chun-yip, ha dichiarato che alle 21 che i suoi agenti avevano ispezionato i laboratori, tutti i negozi contenenti oggetti potenzialmente pericolosi e la maggior parte degli edifici del campus.

Il governo della Regione amministrativa speciale di Hong Kong ha espresso la sua “forte opposizione e delusione” ieri, dopo che il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, ha firmato mercoledì la legge a sostegno dei diritti civili e dei manifestanti di Hong Kong. In un comunicato stampa pubblicato ieri mattina, il governo dell’ex colonia britannica ha affermato che il provvedimento di legge, costituisce una intromissione indebita negli affari di Hong Kong. Il governo regionale definisce anche l’iniziativa del Congresso federale Usa “inutile e ingiustificata”, e foriera di un peggioramento delle relazioni con gli Usa e degli interessi comuni.

Trump ha firmato mercoledì 27 novembre, l’Hong Kong Human Rights and Democracy Act, un disegno di legge che vincola il trattamento speciale riservato dagli Usa ad Hong Kong a revisioni periodiche sullo stato dei diritti umani e civili nella ex colonia britannica, riaffermando il sostegno degli Stati Uniti all’autonomia della città dopo mesi di proteste democratiche. Il provvedimento, che rappresenta una manifestazione aperta di sostegno ai manifestanti pro-democratici e antigovernativi che protestano da oltre cinque mesi ad Hong Kong, era stata inviata a Trump il 21 novembre scorso. Il provvedimento istruisce il dipartimento di Stato Usa di fornire al Congresso federale una relazione annuale in merito al livello di autonomia e allo stato dei diritti di Hong Kong, e prevede l’imposizione di sanzioni agli individui responsabili di violazione dei diritti presso l’ex colonia britannica.

Fermare la violenza e ripristinare l’ordine è il compito fondamentale di Hong Kong al momento. Lo ha dichiarato martedì il portavoce del ministero degli Esteri cinese, Geng Shuang, in richiesta a un commento sui risultati delle elezioni del consiglio distrettuale nell’ex colonia britannica. Anche il ministro degli Esteri cinese, Wang Yi, è intervenuto sulla questione: “Hong Kong è parte integrante della Cina qualunque cosa accada”. I risultati delle elezioni di domenica hanno inviato al governo sostenuto da Pechino un chiaro messaggio di sostegno pubblico alle richieste di un movimento di protesta che sta interessando la regione amministrativa speciale da diversi mesi. “Aspettiamo il risultato finale. Tuttavia, è chiaro che qualunque cosa accada, Hong Kong è una parte della Cina ed è una regione amministrativa speciale della Cina”, ha detto Wang ai giornalisti dopo un incontro con il primo ministro giapponese Shinzo Abe a Tokyo.

Le proteste in corso ad Hong Kong sono iniziate a marzo 2019 in seguito alla presentazione nel Consiglio legislativo di un controverso disegno di legge sulle estradizioni, e si sono intensificate a partire da giugno. In risposta alle contestazioni l’amministrazione lo ha in un primo tempo accantonato e poi, all’inizio di settembre, lo ha ritirato. Nel frattempo, tuttavia, la mobilitazione ha individuato anche altri obiettivi e richieste. Oltre al ritiro del disegno di legge, gli oppositori chiedono le dimissioni di Lam; l’introduzione del suffragio universale a Hong Kong; la fine del trattamento dei manifestanti alla stregua di sovversivi; l’istituzione di una commissione indipendente che indaghi sulle accuse di abuso della forza da parte della polizia durante le manifestazioni dei mesi scorsi.

La regione di Hong Kong, parte dell’Impero cinese sino al 1842, venne ceduta quell’anno dalla dinastia Qin all’Impero Britannico, al termine della Prima guerra dell’oppio. Hong Kong divenne allora una colonia della corona britannica; nel 1860, al termine della Seconda guerra dell’oppio, il Regno Unito incorporò alla colonia anche Kowloon, e ottenne i Nuovi Territori in leasing per 99 anni. Dopo una parentesi di occupazione giapponese, tra il 1941 e il 1945, Hong Kong tornò sotto il dominio britannico. Negli anni successivi la colonia vide crescere drammaticamente la propria popolazione, anche per effetto dell’immigrazione di rifugiati dalla Cina continentale, in particolare durante la Guerra di Corea e il grande balzo in avanti voluto da Mao Zedong.

Nel 1950, Hong Kong si affermò come centro industriale e manifatturiero: una parentesi da cui la regione retrocedette dopo l’apertura dell’economia cinese di Deng Xiaoping, che alimentò un rientro di industriali cinesi nella Cina continentale. Fu in quegli anni che Hong Kong iniziò a svilupparsi come centro commerciale e finanziario. Nel 1984, l’allora premier britannica Margaret Thatcher firmò la Dichiarazione congiunta sino-britannica, che gettò le basi per la restituzione di Hong Kong alla Cina. La restituzione avvenne il primo luglio 1997 e venne preceduta da una forte emigrazione da quella regione verso il Regno Unito, gli Stati Uniti e altri paesi anglofoni. Il 4 aprile 1990 la Legge fondamentale di Hong Kong, redatta sul modello della Common Law britannica e tuttora in vigore, era stata approvata come costituzione di fatto della regione.

Il ritorno di Hong Kong alla Cina, all’insegna del principio “un paese, due sistemi”, avvenne con la promessa che l’ex colonia britannica avrebbe goduto di 50 anni di elevata autonomia amministrativa e che fosse garantito il sistema di diritto costituzionale e di libertà civili mutuato dal Regno Unito. Tale principio è stato però forzato dal repentino processo di accentramento politico intrapreso negli ultimi anni da Xi Jinping, segretario generale del Partito comunista dal 2012 e presidente della Cina dal 2013, sino al punto di rottura rappresentato a Hong Kong dalle proteste del 2014 e da quelle, ancora più massicce, in corso dallo scorso giugno. La tenuta della formula “un paese, due sistemi”, che detta la convivenza tra la Cina continentale e le ex colonie di Hong Kong e Macao, è figurata in cima alle priorità espresse dalla leadership di Pechino in occasione del 70mo anniversario della Repubblica Popolare, celebrato il primo ottobre scorso.

L’integrità territoriale e istituzionale, caposaldo degli Stati nella loro accezione contemporanea, è simbolicamente minacciata dai manifestanti antigovernativi che da mesi paralizzano Hong Kong: l’ex colonia britannica ha ormai perduto la propria centralità come motore della crescita economica cinese, ma resta un centro finanziario di livello globale e una finestra ancora fondamentale per garantire la sopravvivenza del rigido sistema cinese in un mondo sempre più aperto e globale. Il presidente Xi ha fatto apertamente riferimento alla tutela del principio “un paese, due sistemi” il primo ottobre, durante il discorso rivolto al paese da Piazza Tiananmen, durato circa dieci minuti. “Dobbiamo insistere sulla strada della riunione pacifica e sul principio ‘un paese, due sistemi’, ha detto il leader cinese. “Dobbiamo mantenere la stabilità ad Hong Kong e Macao. Dobbiamo spingere lo sviluppo pacifico delle relazione attraverso lo Stretto, e lavorare duramente per giungere infine all’unificazione della nostra nazione”, ha aggiunto Xi, senza fare esplicito riferimento a Taiwan.

Immagine dal sito www.asianews.it

dal sito www.agenzianova.com