CANADA, UN “NUOVO MONDO” TRA OMBRE E NOSTALGIE
di Roberto Donato

Il Canada è un grande paese, il secondo più grande del mondo, con circa 38 milioni di abitanti sparsi in piccoli centri e grandi agglomerati e enormi spazi vuoti tra essi.
Se si cerca il “tipico” canadese si rimarrà delusi. E’ un popolo multirazziale, organizzato e mantenuto dal simbolo di una bandiera e dall’effige della Regina Elisabetta II.
Esistono molti festival delle tradizioni di ogni etnia: cibo, costumi e arte, ma non la religione. Fondamentalmente la religione è un fatto strettamente privato, da non far apparire in pubblico e da non chiedere neppure ai colloqui di assunzione.
Per legge non si può chiedere da quale etnia si proviene, per non discriminare. Non si può chiedere la religione di appartenenza… per gli stessi motivi, e se si lavora in luoghi pubblici non si possono indossare catenine con crocifissi o madonne.
Ogni ministro di culto, in Canada, svolge una funzione sociale: possono notificare documenti, sposare con validità civile, firmare passaporti e garantire (con certificati religiosi) quei soggetti che per vari motivi hanno perduto i loro documenti civili.
Dopo 20 anni di vita in questo paese, sono convinto che in Italia esiste il “Mito Canadese”, e che il vero Canada non è così attraente come lo si sogna nel mito.
Gli italiani sono diffusi su tutto il territorio di questo grande paese, e maggiormente a Toronto e Montreal. La seconda generazione di italiani in Canada, pur avendo passaporto italiano, non capisce e non parla italiano. I più scaltri conoscono qualche parola in dialetto, ma si vergognano a pronunciarla. Forse insegnandogli il dialetto si è pure trasmessa una certa vergogna di appartenere alle regioni del sud Italia, una ferita che rimane ancora aperta ai nostri tempi.
I giovani Italo-Canadesi vanno in chiesa solo per quei momenti particolari della vita: battesimi, cresime, matrimoni e funerali. Solo alcuni degli Italiani santificano le feste, con grande amore a Cristo e fedeltà alla Chiesa.
I primi migranti, tornati in Italia dopo 20 o 30 anni, non hanno ritrovato l’Italia che avevano lasciato. Hanno messo via soldi e sogni per una vacanza “a casa”, in luoghi da rivedere e famiglie con cui stare. La grande delusione è stata che si sono sentiti stranieri in entrambi le nazioni. La loro Italia rimane solo nei loro sogni. Ritengo che sia questa la motivazione che spinge i migranti a far luccicare il loro mondo davanti agli occhi degli amici italiani in vacanza da loro in Ontario o Québec: “voi siete in Italia, ma a noi qui non manca niente”.
Penso che sia questo il motivo per cui ancora oggi molti anziani trattengono tradizioni, ricette e feste così tenacemente, trattengono ciò che gli fa dire: io sono Italiano.
Grandi lavoratori e risparmiatori, le famiglie italiane sono certamente agiate, se comparate con molte altre etnie esistenti nel territorio. Si sono orientati più sull’avere, poiché l’essere appartiene solo ai sogni.
Le seconde generazioni degli emigranti si definiscono unicamente come “canadesi”. Senza saperlo mantengono alcune tradizioni, come l’eleganza per la propria casa, un certo stile di vita. Le terze e quarte generazioni sono italiani solo per il cognome che hanno. Certamente sanno che i loro nonni o bisnonni erano italiani, ma non sanno di dove.
Quanto ho descritto non capita solo agli italiani, ma in modalità diversa capita un pò a tutti. Mi sono chiesto spesso se dalla distruzione delle varie identità etniche possa mai sorgerne una nuova, una identità canadese a tutti gli effetti.
Un buon numero di canadesi non sa gestire la propria economia famigliare, non sanno che cosa sia il “risparmio”, così spesso capita che i soldi finiscono prima che finisca il mese, Food-Bank e St. Vincent de Paul sono realtà che aiutano un grandissimo numero di famiglie, e in 20 anni di permanenza in Nova Scotia, non ho mai saputo di nessuna famiglia italiana costretta a volgersi a questi enti caritatevoli.
In molte città canadesi esistono i Centri di Cultura italiana, anche se oggi si possono definire più come circoli per italiani-anziani.
Molti di questi anziani ricevono la pensione per i contributi pagati quando lavoravano nella loro patria. Un buon numero di questi chiede aiuto per compilare i formulari che ricevono da Londra, e che richiedono una notifica che sono ancora vivi. Giustamente ridono, poiché al loro paese di origine, perciò al comune, sanno che non sono ancora morti, e non capiscono perché anziché il comune sia Londra a chiedere.
Il livello culturale di questi connazionali anziani non è molto alto, spesso solo le scuole obbligatorie, ed hanno veramente difficoltà a capire le circonlocuzioni dei formulari. Si sentono umiliati, e devono ricorrere al prete o alle strutture patronati dei consolati italiani, per rispondere a domande astruse e per ricevere un riconoscimento minimo dei loro anni di fatica giovanile.
E’ vero, gli italiani in Canada, per la stragrande maggioranza, hanno una bella casa, soldi in banca e una discreta pensione, ma è veramente tutto qui?
A molti manca la piazza, il Bar, il caffè, le processioni, le Confraternite… le partite di calcio, le passeggiate di primavera. Manca il profumo del pane, le voci dei bambini che giocano per strada, il suono delle campane… Le donne che si parlano da finestra a finestra, l’irregolarità delle fila alle poste, il gioco delle carte nei circoli dei partiti. Manca il mare tiepido delle nostre spiagge, la libertà di cantare a squarciagola senza che nessuno chiami l’ambulanza… La gioia di bere un bicchiere di buon vino, senza essere giudicato alcolizzato, manca la passione di discutere appassionatamente col tuo migliore amico sapendo che pur pensando differentemente l’amicizia non muore. Tu, forse, potresti trovare questi quadretti romantici un po’ “retrò”, nostalgia di un passato ormai quasi scordato… e forse non c’è neppure bisogno di andare nel Nuovo Mondo per percepire che l’avere ha ferito l’essere. La vera crisi non è nell’assenza di valori umani, ma nella nebbia che avvolge il futuro.
Forse mancano tutte quelle cose che nel nostro paese sono state scontate, così fortemente presenti nella loro assenza quando si sta lontano. La condizione dell’emigrante non è un problema geografico, ma una malattia della memoria, che si può contrarre senza mai andar via.

Immagine dal sito www.tradingfurbo.net

 

di Roberto Donato