IL PROBLEMA NON È LA QUARANTENA, È L’ATTERRAGGIO

        Giorgio de Chirico, Piazza d’Italia con Torre

No panico. No panico. Ok, panico.
Non sono tutti uguali di fronte al Corona, i benestanti e gli indigenti, i lavoratori immateriali e quelli materiali.
Certo chi presta servizio lavorando più di prima è chiamato “eroe”, in un tipico riflesso italiano, però la retorica non serve a un benamato. Le disuguaglianze si sentono di più, non di meno, durante la stagione del virus. E dopo, temo, saranno ancora più dolorose.
Non si capisce più nulla dei numeri, che sono sottostimati, finalmente lo riconoscono tutti. Anche la dipendenza da conferenza stampa delle 18 sta passando. E se non ci fosse stato il barbiere – mancato – di Mattarella, in uno sprazzo di eleganza e di umanità, beh, non so come avremmo chiuso la giornata.
D’altra parte, abbiamo un gergo da arresti domiciliari, la cupezza scende verso sera e non riusciamo a uscire da una bolla sempre più opprimente. E ci sono quelli che non ce la fanno proprio, in termini economici. E sono molti.
La noia cede il passo all’ansia. E non lo so se è così – sono chiuso in casa, come molti – però mi pare che la situazione non sia affatto sotto controllo. Leader politici che parlano di riaprire le fabbriche (che hanno chiuso tre giorni fa, e non certo tutte) lo confermano. L’eccesso di informazioni non aiuta. Le soluzioni scientifiche si confondono con le classiche leggende metropolitane. Whatever it fakes.
Il problema non è la quarantena, è l’atterraggio. La preoccupazione cresce soprattutto per quello. E non è un caso che il Presidente della Repubblica si sia palesato ieri.
E l’ha fatto capire, Mattarella, quando ha spiegato che il sentimento e l’approccio solidali vanno estesi a livello europeo. Subito. Se vogliamo che esista l’Europa, se vogliamo che non saltino interi Paesi. Del resto, l’avevano inventata, l’Europa, per fugare i rischi di una nuova guerra, per creare uno spazio comune. Ed è il momento in cui questo progetto si inveri. Ora – nel senso di ora, proprio – o mai più.
Se il pesce grande vorrà mangiare il pesce piccolo, farne una scorpacciata, di pesci piccoli, come osservo già accadere, sfruttando la frantumazione sociale del “si salvi chi può”, saremo rovinati. Vale per la nostra economia, vale su una scala più grande. E le due cose sono intimamente collegate. Anche perché il pesce piccolo siamo noi. Non così piccolo, certo, ma abbastanza piccolo.
Chi celebrava l’unità nazionale sente in bocca un sapore aspro, da qualche giorno. Ho letto di NoVax che sarebbero pronti a vaccinarsi, chissà se i sovranisti sono pronti a chiedere il sostegno dell’Europa. Se non lo faranno e se celebreranno il mancato aiuto, sarà la fine. Per la precisione, lo sarà già stata.

di Giuseppe Civati

Biografia di Giuseppe Civati

Giuseppe Civati nasce a Monza il 4 agosto 1975. Laureato in Filosofia, dopo aver conseguito un diplomain “Civiltà dell’Umanesimo e del Rinascimento” presso l’Istituto di Studi sul Rinascimento di Firenze, ha conseguito il dottorato di ricerca in Filosofia presso l’Università Statale di Milano, dove ha collaborato con la cattedra di Storia della filosofia, oltre che con l’Istituto di Studi sul Rinascimento e con l’Universitat de Barcelona

continua a leggere la biografia sul sito www.ciwati.it