IN TEMPORE PESTILENTIAE

Piero della Francesca, particolare della Resurrezione

La peste aveva ricoperto ogni cosa: non vi erano più destini individuali, ma una storia collettiva, la peste, e dei sentimenti condivisi da tutti.
(Albert Camus, La peste)

Stiamo tutti bene, tutti e trenta frati chiusi nel palazzo turrito di Santi Apostoli, proprio accanto alla Basilica. Abituati a vivere tempi prolungati di silenzio, di studio, di preghiera e anche di separazione fisica dal mondo, si spende bene la Quaresima in tempore pestilentiae. Grazie a internet siamo collegati con tutti, parrocchiani, parenti, amici e confratelli sparsi nel mondo per sostenere, consolare, incoraggiare, raccogliere intenzioni di preghiera e porgerle tra le braccia del Crocifisso come ha fatto venerdì scorso Papa Francesco.
A tavola e nelle panche in coro si sta un po’ distanti, ma questo dettaglio non ha apportato grandi novità allo scandire della regolare vita del Convento. Di più si è aggiunta la quotidiana recita comunitaria del rosario “al trotto”, con camminata veloce attorno al chiostro che abbina bene spirito e corpo in gran bisognoso di sgranchirsi. Nessuno entra e nessuno esce dal forte, eccezion fatta per il cuoco e per il frate guardiano che va a fare la spesa o altre commesse. Prima uscivano due frati impiegati in Vaticano, adesso neanche loro.
Io sono nella nebbia di una strana trance, come in modalità stand-by ho perso il conto dei giorni e mi stranisce questo tempo sospeso e veloce. Per certi versi mi ricorda quello vissuto da ragazzo, insieme alla mia famiglia e a tanta altra gente accampata in un giardino, quando si dormiva in auto e noi ragazzi trattenevamo l’euforia di non andare a scuola solo perché eravamo consapevoli di essere nel bel mezzo di una tragedia – il terremoto del 1980 – ma a reagire e a far qualcosa pensavano gli adulti. Anche adesso sono nel bel mezzo di una tragedia… e l’adulto sono io.
Le grida di Manzoni, solo quelle abbiamo visto e appese nelle bacheche ai primi giorni della quarantena, ma non siamo stati chiamati all’appello come fra Cristoforo a portare il conforto e la consolazione all’umanità più colpita e afflitta. D’istinto lo abbiamo fatto coi social con quanti sono rimasti chiusi in casa, mentre nelle corsie degli ospedali e tra i morenti sono rimasti solo i cappellani e le suore. In terapia intensiva i soli medici e infermieri: a loro alcuni vescovi hanno dato mandato per un segno di croce e una preghiera per chi, lasciando questo mondo, non aveva possibilità di essere consolato altrimenti, senza viatico né unzione, senza la carezza di un familiare.
A obbedire abbiamo obbedito, a evitare contagi è quanto stiamo facendo… fra Aquilino, a Bergamo, è fra Cristoforo. E’ lui che si mette in contatto con i familiari per annunciare la morte di un parente, piangere con loro, dire una preghiera. E’ lui che consola medici e infermieri che ogni giorno rischiano il contagio, operando costantemente sotto tensione, che chiedono preghiere perché possano lavorare con la serenità del cuore. A 84 anni, malato di tumore, non immaginava di supplire tutti noi, perché quello è il posto di noi religiosi. Lo è stato finora in ogni epoca della storia, in ogni pestilenza o catastrofe sociale.
Si certo, col frate sacrista teniamo aperta la basilica negli orari consueti per qualcuno che voglia entrare a pregare, aspetto qualcuno che venga a fare la comunione o a confessarsi. Nella parte opposta del Convento, su via del Vaccaro, ho ritenuto opportuno che fra Michael e la coordinatrice del Centro di ascolto parrocchiale mantenessero i consueti orari di apertura, senza smettere di accogliere persone in difficoltà che volessero essere ascoltate, aiutate a trovare un alloggio di fortuna per non rimanere in strada, sostenute con una spesa… il senso di inadeguatezza e di frustrazione non mi abbandona, ho come l’impressione di mancare a un appuntamento.
Ma il Verbo parla e dice parole di profezia su questo tempo che abbiamo bisogno di intendere, per capire cosa lo Spirito dice alle Chiese, cosa è veramente in gioco. Qual è adesso il grido della Città, la nostra Urbe che, volenti o nolenti, comunque è rimasta il centro dell’Orbe? Proprio quella piazza vuota e colma di tutti gli sguardi e le attese del mondo di venerdì scorso.
Mi fido del nostro vescovo Francesco, di come ci guida e ci guiderà in questo tempo: per il resto sembra di essere nel cenacolo dove gli apostoli capiscono fischi per fiaschi, persino il tradimento di Giuda è malinteso (esce per fare qualche servizio urgente), e ciascuno preso dall’angoscia rapporta ogni cosa solo a sé stesso, come fa Pietro.
Ci fu un tempo in cui Gesù ordinò di non uscire e gli apostoli rimasero chiusi in una stanza per cinquanta giorni, non per paura di un contagio ma per timore dei Giudei. Furono i giorni prima di Pentecoste. lo Spirito ci ricorderà in modo nuovo le parole del Maestro, spalancherà finalmente le porte e ci porterà fuori da queste nebbie. Tutto andrà bene .

 

Biografia di Aniello Stoia
Stoia Aniello (fra Agnello) è nato a Pagani, provincia di Salerno, nel febbraio del 1967. Frequenta il seminario minore e i primi anni di studi filosofici a Benevento per concluderli a Roma (Seraphicum) licenziandosi in Sacra Teologia con una tesi su Ireneo di Lione. Emette la professione solenne nell’Ordine dei Frati Minori Conventuali nel 1990 ed è ordinato presbitero a Napoli il 13 novembre del 1993. Dal 1994 al 2013 è parte della comunità conventuale di Montella, in provincia di Avellino, e ricopre il ruolo di frate guardiano e rettore del Santuario francescano annesso al Convento di san Francesco a Folloni; dal 2013 ad oggi è parroco della Basilica dei Santi XII Apostoli in Roma. Dal 2017, su mandato del Ministro generale OFMConv e del suo Definitorio, è presidente di BYNODE development & cooperation, associazione ONLUS che opera a livello internazionale per la formazione, lo sviluppo e la cooperazione. (vedi www.bynodeonlus.org)

 

di Fra Agnello Stoia