I RISVOLTI POLITICI CAUSATI DALLA PANDEMIA

L’offensiva lanciata dal coronavirus, nell’ultimo bimestre, ha assunto la rilevanza di una sfida planetaria che sovrasta, nella percezione collettiva, tutte le altre e costituisce ormai, con le sue implicazioni, la preoccupazione prioritaria dei governi e delle forze politiche, interpreti della trepidazione e dell’angoscia delle popolazioni. Le classi dirigenti si sono trovate inizialmente in una condizione di sorpresa e disorientamento, rispetto a questo ciclone misterioso e imprevisto e non sono mancate, in una prima fase, ambiguità, contraddizioni e sottovalutazione del pericolo. Ma ben presto la sfida è stata percepita in tutta la sua gravità e sono scattate misure drastiche e senza precedenti – forse addirittura inimmaginabili fino a poche settimane fa – ai fini di prevenire il contagio. In questo senso è partito, tra i primi, il nostro Paese, tra i più colpiti, in Europa, dalla pandemia. Il tema ha assunto necessariamente un’assoluta priorità nel dibattito politico e mediatico che ha coinvolto le competenze e professionalità ritenute idonee a formulare ipotesi accreditate intorno a questo nemico “invisibile” che resta tuttora alquanto misterioso per la scienza, tanto in ordine alla prevenzione, quanto alla cura. In Italia, allorché la minaccia del virus è apparsa all’orizzonte, il pathos del confronto politico investiva, soprattutto, i rapporti di forza tra i partiti, con particolare riferimento alle competizioni regionali appena concluse – a fine gennaio si era votato in Emilia Romagna e in Calabria – e alla più consistente tornata che avrebbe dovuto svolgersi in primavera (Veneto-Liguria- Toscana-Marche-Campania-Puglia). La posizione di vantaggio del tandem Salvini-Meloni appariva leggermente appannata dall’insuccesso del centrodestra in Emilia Romagna.
L’evoluzione del confronto politico, dopo lo shock del coronavirus e l’adozione delle conseguenti misure restrittive per la prevenzione del contagio, ha ulteriormente modificato lo schema di gioco. In una condizione di emergenza che riduceva necessariamente l’operatività del Parlamento e richiedeva decisioni più rapide e concentrate in un ambito ristretto, la figura del Presidente del Consiglio – già abbastanza popolare nel Paese, fin dai tempi del suo primo governo (5 Stelle-Lega), fenomeno piuttosto insolito per un premier, nel nostro Paese – ha assunto una centralità e un’esposizione molto più marcate. E se, rispetto all’azione dell’Esecutivo, forse non è mancato qualche limite e qualche ritardo, come era peraltro inevitabile in una condizione tanto imprevista e drammatica, l’immagine di autorevole serenità e determinazione offerta da un premier di recentissimo esordio nell’agone politico ha consolidato la fiducia nelle istituzioni e nella loro capacità di far fronte ad una così terribile congiuntura. Lo stesso ripetuto ricorso ad un provvedimento di tipo monocratico (il decreto del Presidente del Consiglio), a causa della comprensibile difficoltà di riunire il Parlamento e per esigenze di tempestività, ha trovato una diffusa comprensione nell’opinione pubblica, nonostante tali decreti prevedessero misure sensibilmente limitative della libertà personale. Ma le misure stesse erano evidentemente condivise da tanta parte della coscienza nazionale, se, come si è visto, si è prodotto, in larga misura, il fenomeno del fronte comune, stretto intorno al “comandante in capo”. Sebbene il cammino verso la normalità e la ripresa si riveli ancora molto incerto e denso di incognite e il superamento dei limiti alle attività economiche assai graduale e condizionato, con gli inevitabili risvolti recessivi e gli oneri crescenti sulle finanze statali, l’opinione pubblica sembra, in larga misura, piuttosto fiduciosa nei confronti delle autorità che hanno rivestito e rivestono, in questa fase, posizioni di responsabilità, ritenendo che sia stato fatto il possibile, in una congiuntura imprevedibile, di una gravità senza precedenti. Oltre all’apprezzamento nei confronti del premier Giuseppe Conte, cresce anche quello verso il giovane Ministro della Salute Roberto Speranza. Crescono, nei sondaggi, rispetto alla fase immediatamente antecedente all’emergenza, le due principali forze di governo, PD e 5 Stelle, mentre, sempre stando ai sondaggi, sembra registrare una sensibile flessione il maggior partito di opposizione, proprio quella Lega di Matteo Salvini che, fino a pochi mesi fa, appariva avviata verso un’avanzata irresistibile. Forse, in una fase drammatica che, nella percezione collettiva, richiederebbe una certa coesione, così come in occasione di conflitti o di altre grandi calamità, alcune polemiche sono apparse troppo accese e pregiudiziali. In particolare, nei confronti dell’intervento europeo. La stessa demonizzazione del MES – verso il quale, peraltro, lo stesso premier e settori della maggioranza si sono mostrati assai scettici -, è andata forse al di là delle dimensioni reali della questione. Ancora condizioni e modalità dovranno essere definiti nel dettaglio dalla Commissione, ma questi prestiti, se agevolati sensibilmente negli interessi e nelle scadenze, potrebbero costituire un incentivo provvidenziale alla ristrutturazione dei nostri servizi sanitari che, proprio in occasione di questa emergenza, hanno rivelato tutti i loro limiti, soprattutto sul fronte della prevenzione di eventuali “flagelli” imprevisti e straordinari. Sprechi, carenze di posti letto e di personale, squilibrata distribuzione di presidi e servizi sul territorio, ritardi nell’innovazione e negli investimenti e, sul piano ordinamentale e sistemico, la necessità di un migliore bilanciamento dei poteri tra Stato e Regioni (tenendo conto, peraltro, del potere sostitutivo del Governo, previsto dall’art. 120 della Costituzione, anche per casi di emergenza), ai fini di consentire un’armonizzazione degli interventi sul territorio e dei livelli di assistenza, costituiscono criticità ormai antiche cui, anche in assenza del Covid, avremmo dovuto da tempo porre rimedio. I fondi Mes, nel nuovo contesto e, come si dice, “senza condizionalità”, potrebbero oggi fare la differenza e costituire l’occasione e lo strumento per intervenire sensibilmente. Così come gli altri strumenti (Recovery, garanzie B.E.I. del credito per le imprese, Sure, acquisto di titoli statali da parte di B.C.E.) dovranno supportare la ripresa economica, con un’iniezione di risorse pubbliche la cui rilevanza potrebbe determinare una nuova fase nel cammino dell’integrazione europea, una stagione più coraggiosa e solidale, meno imbrigliata dagli egoismi nazionali.

 

Immagine dal sito www.lavocedinewyork.com

 

di Alessandro Forlani