Immuni. Cos’è, a cosa serve e chi c’è dietro l’app per il tracciamento in arrivo a fine maggio

Immuni. Cos’è, a cosa serve e chi c’è dietro l’app per il tracciamento in arrivo a fine maggio

Le tecnologie, le funzioni, la privacy, la raccolta dati. Ecco in dettaglio uno degli strumenti che dovrebbe aiutarci a tornare alla normalità

La app italiana anti pandemia Immuni, per il tracciamento della prossimità fra le persone, arriverà a fine maggio dopo vari ritradi. Criticata ancor prima che ne venisse spiegato il funzionamento o le caratteristiche, anche grazie ad una strategia comunicativa a dir poco confusa del Governo, è stata al centro di polemiche e di sospetti. Per alcuni potrebbe portare ad ipotetiche sorveglianze di massa e violazioni della privacy su larga scala. Creata da Bending Spoons, software house milanese, è in realtà uno degli strumenti che dovrebbero permetterci un ritorno più rapido alla normalità. Almeno sulla carta. Molte delle funzioni, se non tutte, si conoscevano già. Ma con gli ultimi dettagli, le riassumiamo ora sperando di fare un po’ di chiarezza.

Coronavirus, Fase 2: come si limiterà il contagio con la app ‘Immuni’

Cos’è?
E’ un’app pensata per aiutare a combattere le epidemie, a partire da quella del COVID-19. Consente di ricostruire i contatti fra le persone, anche incontri casuali in un negozio, nel recente passato. Se qualcuno poi dovesse risultare positivo al virus, permetterà di intervenire subito e minimizzando la diffusione. Sempre ammesso di avere tamponi a sufficienza, ovviamente. Immuni non dirà se ci troviamo al supermercato davanti a chi ha il Covid. Al contrario, all’indomani di un test positivo, le autorità sanitarie potranno usarla per inviare un’allerta a chiunque abbia incontrato quella persona abbastanza a lungo e abbastanza vicino da essere in pericolo.

Le caratteristiche
L’app ha due funzionalità: il tracciamento attraverso dei segnali Bluetooth di prossimità fra due telefoni, e un diario clinico. Il tracciamento, come dicevamo, è quello che permette di avvertire chi potrebbe essere stato contagiato, essendosi avvicinato a un soggetto risultato positivo. Lo fa senza bisogno di raccogliere dati personali e non usa la geolocalizzazione. Per quanto riguarda il diario clinico invece, l’app chiede di rispondere a un questionario giornaliero sul suo stato di salute. Le risposte consentono di determinare se l’utente potrebbe aver contratto il COVID-19. Sulla base di questa valutazione, Immuni offre i consigli stabiliti dall’Istituto superiore della sanità.

Come funziona
Immuni si scarica volontariamente e genera un codice numerico non legato all’identità. In automatico comincia a compilare una lista delle dei codici prodotti dai telefoni delle persone che incriociamo, ammesso che anche loro abbiano la app. Il sistema infatti, perché abbia una qualche utilità, deve essere diffuso fra almeno il 60 per cento della popolazione. La lista non è accessibile ed è protetta da sistemi di crittografia. La app si collega periodicamente al sistema centrale per controllare se fra i codici di persone che abbiamo avvicinato, uno o più è poi risultata infetta. Solo le autorità sanitarie possono inviare l’allerta e chi è positivo al test deve a sua volta volontariamente inoltrarla. In nessun caso il mittente o i destinatari sapranno da chi arriva né a chi o quanti è diretto.

La privacy
L’app, basata sul modello decentralizzato di raccolta dati, non colleziona informazioni come il nome, cognome, indirizzo, email, numero di telefono, al contrario di quel che fanno altre applicazioni dentro e fuori l’Europa, dalla Norvegia all’Australia. Non raccoglie nemmeno dati di geolocalizzazione e non manda notifiche né sms. L’identificativo trasmesso dallo smartphone agli altri telefoni nelle vicinanze, un codice, in più cambia di frequente. I dati restano sul dispositivo, a meno che non si risulti contagiati. A quel punto la lista dei codici dei contatti viene invece trasmessa ai server delle autorità mediche. Non sarà comunque Bending Spoons a trattare i dati, ci penseranno le autorità sanitarie. Circoleranno unicamente in Italia, archiviati su server gestiti e supervisionati da soggetti pubblici. Verranno poi cancellati a fine pandemia e comunque non oltre il 31 dicembre del 2020.

Il modello della raccolta dati centralizzato e decentralizzato
E’ stata materia di grandi discussioni non solo in Europa. La Gran Bretagna, fra gli altri, ha scelto la strada della centralizzazione, noi invece quella opposta assieme a Paesi come Svizzera e Belgio. La differenza tra i due è nella trasmissione dei dati al server centrale. Nel modello centralizzato, gli smartphone delle persone inviano periodicamente al server la lista di identificativi con i quali sono entrati in contatto. Nel modello decentralizzato, lo smartphone si connette periodicamente al server per controllare se fra gli identificativi di persone risultate positive c’è anche qualcuno che abbiamo incontrato. Ma non trasferisce la propria lista a meno che le autorità non certifichino che abbiamo contratto il virus. Entrambi i sitemi hanno dei pro e dei contro e nessuno dei due, se si vuol pensare al peggio, è sicuro al 100 per cento.

Le fasi di sviluppo
Bending Spoons ha iniziato a lavorare allo sviluppo dell’app Immuni a marzo 2020, immediatamente dopo l’esplosione della crisi sanitaria in Italia. Prima quindi che il Governo indicesse un bando di gara. La licenza del sistema e dell’app è concessa a titolo gratuito, perpetuo e illimitato, ed è aperta (open source) così che tutti possano controllare il codice. O meglio: lo si potrà fare appena verrà reso pubblico, cosa che ancora non è avvenuta. L’azienda milanese si è impegnata a fornire sei mesi (o 10 mila ore/uomo) di sviluppo e assistenza, sempre a titolo gratuito.

Apple e Google
Il 10 aprile 2020, Apple e Google hanno annunciato che avrebbero rilasciata alcune Api (Application Program Interface) per i loro sistemi operativi iOs e Android. Sono dei sofrware accessibili solo alle autorità accreditate per far funzionare meglio le app. I due colossi intendono poi spingersi oltre e integrare questi strumenti direttamente nei sistemi oparativi. L’utilizzo di questa Api fornisce alcuni benefici: maggior stabilità dell’app, funzionamento ottimale anche su dispositivi iOs altrimenti esclusi per limiti tecnici imposti da Apple come già dimostrato a Singapore, supporto continuativo dei due colossi. Bending Spoons, fa sapere, ha sempre sostenuto l’importanza di avere il pieno appoggio di Apple e Google. In Francia e non solo c’è invece chi sospetta che in questo modo le due multinazionali possano avere un qualche accesso ai dati. Entrambe lo hanno negato più volte.

Chi c’è dietro Bending Spoons
Bending Spoons è una società fondata nel 2013 a Copenaghen, attualmente con sede a Milano. Con oltre 200 milioni di download complessivi e 270 mila nuovi utenti al giorno, si è fatta largo rapidamente. I cinque fondatori, l’età media si aggira intorno ai 35 anni, sono: Luca Ferrari, (1985), laureato in ingegneria elettronica, l’amministratore delegato; Francesco Patarnello, (1985), laureato in ingegneria elettrica anche lui; Matteo Danieli, (1984), laureato in ingegneria delle telecomunicazioni; Luca Querella, laurea in informatica; Tomasz Greber, (1984), polacco, digital designer con oltre 15 anni di esperienza, che pur conservando quote della società non lavora più nell’azienda. Attualmente impiega oltre 150 persone.

Di chi è la software house
Nel 2019 è arrivata a ricavi pari a 90,6 milioni di dollari, ed erano “solo” 16,6 milioni nel 2017. Il controllo e la gestione della società sono nelle mani dei quattro fondatori italiani, che siedono nel consiglio di amministrazione insieme al direttore finanziario Davide Scarpazza. L’azionariato è per l’80% detenuto dai cinque fondatori, mentre un altro 15% è in stock options dai dipendenti e collaboratori della società. Poi c’è il 5% diviso tra tre azionisti che non siedono nel CdA. Circa il 2% è di Tamburi Investment Partners, attraverso il veicolo StarTip; un altro 2% e della Nuo Capital, fondo del Lussemburgo che opera con capitali principalmente cinesi la cui presenza ha destato sospetti; l’1% è di H14 è nelle mani della holding dei fratelli Luigi, Eleonora e Barbara Berlusconi. I diritti di voto sono al 90% in mano ai fondatori, che eleggono nella sua interezza il CdA della società.

dal sito www.repubblica.it