IL GOVERNO E L’INCERTA OFFENSIVA DI RENZI

                             Illustrazione di Pawel Kuczynski

Nelle ultime settimane di questo terribile 2020, segnato dalla crisi pandemica e dalle conseguenti restrizioni e contrazioni delle attività economiche, nello scenario politico ha tenuto banco l’offensiva lanciata da uno dei principali partners della maggioranza di governo, il sen. Matteo Renzi, leader di Italia Viva, che ha invocato insistentemente un cambio di passo da parte dell’Esecutivo. Forse è ancora presto per immaginare gli sbocchi finali di questo tendenziale braccio di ferro serrato tra il leader fiorentino e il premier in carica. Siamo ormai arrivati al voto sulla manovra di bilancio e si ravvisa, inoltre, la necessità di individuare strategie precise e credibili, con riferimento alla destinazione dei fondi di Next generation Ue, lo strumento del bilancio comunitario finalizzato al superamento delle ferite lasciate dalla pandemia e a una ripresa economica fondata sull’innovazione tecnologica e sulla sostenibilità ambientale. Nello strumento stesso è ricompreso il Dispositivo per la ripresa e la resilienza (Recovery Fund). Con riferimento ai fondi europei per l’Italia (piano nazionale), in questi giorni saranno avviati al Ministero dell’Economia e Finanze gli studi sui saldi e sui progetti e presso la Presidenza del Consiglio verrà affrontato il tema della cabina di regia inerente alla gestione ed erogazione dei 209 miliardi destinati all’emergenza nel nostro Paese. Su questo aspetto si sono concentrate, in modo particolare, le preoccupazioni di Renzi e del suo partito, benché il premier si sia sensibilmente adoperato per fornire tutte le rassicurazioni possibili. Restano, comunque, altri nodi che alimentano l’insoddisfazione dell’ex “rottamatore”, in ordine alle risorse del Mes per la sanità, alla delega sui servizi segreti e, forse, a un possibile rimpasto. Ma i tempi stringono, nell’agenda economico-finanziaria e le eventuali esigenze di una “verifica” difficilmente possono contemperarsi con le rapide e laboriose decisioni che devono essere assunte.
All’inizio di gennaio il governo dovrebbe trovarsi ormai nelle condizioni di trasmettere al Parlamento i capitoli riguardanti Recovery e Governance, affinché i relativi testi vengano approvati ed inviati alla Commissione Europea entro metà febbraio. Una perdurante tendenza a restare sul generico e differire nel tempo l’individuazione di precise forme di regia, procedure e priorità negli obiettivi, relativamente all’utilizzazione dei Fondi europei, potrebbe favorire una deriva di sprechi e dispersioni, con un incremento incontrollato dell’indebitamento, vanificando un’occasione forse irripetibile. E, in questa nuova sfida, devono sentirsi coinvolti e responsabilizzati tutti gli attori dello scenario politico-economico, partiti di governo e di opposizione, Regioni, enti locali, forze imprenditoriali e sindacali. Del resto, lo sbocco più probabile, se non obbligato, di un’eventuale crisi di governo sarebbe costituito dallo scioglimento anticipato delle camere e da nuove elezioni politiche. Una prospettiva che non può non suscitare preoccupazione nelle forze politiche di maggioranza, per diverse ragioni:
1) lo scioglimento anticipato delle camere, in un momento di emergenza pandemica, potrebbe ingenerare nell’opinione pubblica l’impressione di uno scarso senso di responsabilità delle forze di governo e di una loro inidoneità ad affrontare l’emergenza stessa;

2) alla sensibile riduzione dei parlamentari, indotta dalla riforma voluta dai 5 Stelle, i partiti della maggioranza – e forse pure quelli di opposizione – probabilmente non sono ancora preparati. E’ una riforma che comporta decisioni drastiche, si profila il rischio concreto di mandare a casa buona parte della classe dirigente. Una prospettiva che crea disagio nel PD, un partito che i sondaggi indicano in crescita, rispetto alle politiche del 2018, ma che dispone di una struttura quadri qualificata, professionale e ramificata sul territorio, per la quale il rischio di un drastico ridimensionamento della rappresentanza parlamentare non può costituire un fenomeno indolore. Per non parlare dei 5 Stelle, che, nei sondaggi, vedono pressoché dimezzato il proprio consenso, rispetto al 2018 e dello stesso Renzi, il cui partito, con la percentuale che i sondaggi stessi gli attribuiscono oggi e in considerazione degli effetti della riforma sulla riduzione dei parlamentari, molto difficilmente potrebbe recuperare la posizione di forza di cui ora si avvale;

3) i sondaggi stessi indicano una probabile vittoria della coalizione di centrodestra, se si votasse oggi;

4) per andare a votare sarebbe necessaria una nuova legge elettorale che si adatti alla riduzione dei seggi approvata di recente e l’accordo su questo tipo di normativa – dati gli interessi conflittuali delle parti in campo – si rivelerebbe assai laborioso e credo richiederebbe molto tempo, in un momento in cui ben altre urgenze investono le forze politiche e il Paese;

5) il voto anticipato – per intenderci, un voto nell’anno che sta iniziando – potrebbe pregiudicare la possibilità dell’attuale maggioranza di governo, fondata sull’asse Pd-5 Stelle, di scegliere, nelle proprie file, il successore di Mattarella alla Presidenza della Repubblica, nel 2022. E, per tali partiti, questo costituirebbe un vulnus, così come per Italia Viva e per Leu che, invece, fermi restando gli attuali equilibri, anche su questo avrebbero voce in capitolo.

Sono solo alcune delle questioni che, a mio giudizio, allontaneranno le tentazioni di esasperare le tensioni all’interno della maggioranza parlamentare, garantendo, quindi, la tenuta del Conte bis, cui si richiede un impegno serrato per fare fronte all’emergenza sanitaria e guidare il processo di rilancio dell’economia, con l’auspicio di un atteggiamento responsabile e collaborativo dell’opposizione, pur nel rispetto dei diversi ruoli assegnati.

di Alessandro Forlani

Alessandro Forlani
Nato a Roma il 12 marzo 1959.
Laureato in Giurisprudenza presso l’Università degli Studi di Roma “La Sapienza” con il massimo dei voti. Consigliere comunale di Roma dal 1985 al 1989.
Consigliere regionale del Lazio dal 1991 al 1995. In questo periodo riveste l’incarico di Presidente del Collegio Revisori dei conti e poi quello di Presidente della Commissione Cultura e Personale. Per alcuni anni è anche membro della Commissione Sanità.
Avvocato, si è dedicato ad attività di contenzioso in sede civile e amministrativa.
Ha svolto attività di collaborazione giornalistica con testate varie su temi di carattere sociale, economico, giuridico e istituzionale e pubblicato diversi articoli di politica estera.
Senatore della Repubblica eletto nelle Marche (Macerata-Osimo) dal 2001 al 2006.
Eletto deputato nella XV legislatura (2006-2008), è stato capogruppo Udc nella Commissione Esteri della Camera dei Deputati e membro della Delegazione italiana presso l’Assemblea parlamentare INCE. Alla Camera dei Deputati è stato primo firmatario di numerosi progetti di legge.
Cofirmatario e relatore, sempre alla Camera dei Deputati, di diverse altre proposte di legge.