È IL TRAMONTO DEL TRIPOLARISMO ?

                          Francis Bacon, Study for Three Heads

Nel mese di febbraio, la crisi politica innescata da Matteo Renzi agli inizi del nuovo anno ha trovato la sua soluzione con la formazione del governo Draghi, sostanzialmente un esecutivo di unità nazionale, con una composizione mista – tecnico-politica – e grandi ambizioni in termini di riforme e di realizzazioni.
Al precedente esecutivo, il Conte bis, che ha gestito quella che può forse ritenersi la più grave emergenza nazionale dalla conclusione dell’ultima guerra, vengono riconosciuti da gran parte dell’opinione pubblica meriti che sembrano prevalere sugli inevitabili limiti e deve essergli riconosciuta, quanto meno, una sorta di “onore delle armi”. E risulta, quindi, ancora piuttosto difficile cogliere pienamente il senso e le motivazioni della manovra politica che lo ha abbattuto. Sarà materia per gli analisti e per gli storici … Guardando, invece, all’immediato futuro, non sfuggono ad alcuno le considerevoli aspettative che hanno accompagnato la nascita del nuovo governo. La competenza e l’autorevolezza internazionale del nuovo premier, la consapevolezza del ruolo che ha svolto, in epoca recente, alla guida della Bce, per la sostenibilità del debito sovrano, la sua autonomia rispetto a qualsivoglia interesse di parte, rappresentano una garanzia in Italia e in Europa (e non solo) e già da tempo la sua figura rappresentava quella che si definisce “una riserva della Repubblica”. Ora è arrivato il suo momento, nella politica nazionale e al suo governo spetterà l’espletamento della vaccinazione di massa, condizione ineludibile per uscire dalla morsa della pandemia e dalla paralisi sociale, economica e culturale che ne consegue. Al governo appena insediato spetterà, altresì, il rilancio, diciamo pure, una sorta di “rianimazione” dell’economia nazionale pesantemente fiaccata dalle pur necessarie misure varate per contenere il contagio. Ma le ambizioni si spingono oltre, perché la ripresa del Paese non passa soltanto attraverso i ristori e poi il recupero delle attività che si sono temporaneamente fermate, la lunga crisi pandemica ed economica lascerà inevitabilmente delle tracce, dei vuoti nel tessuto produttivo che dovranno essere colmati con interventi strutturali di riforma e investimenti da realizzare anche e soprattutto grazie a nuove risorse europee, politiche monetarie espansive e allentamenti di vincoli senza precedenti e inimmaginabili soltanto un anno fa. Quanto al programma di riforme del nuovo governo, lo stesso assegna la priorità a tematiche scottanti che da decenni sono al centro del dibattito, senza trovare adeguata soluzione: giustizia, fisco, pubblica amministrazione. Potrà una maggioranza parlamentare così ampia, formata da forze politiche che, nel corso degli anni, si sono così duramente contrapposte, varare riforme coerenti ed organiche su temi tanto divisivi ? E troveranno il necessario accordo sulle priorità relative ai progetti del Recovery Fund ? E’ questa la grande scommessa della rinnovata unità nazionale che si è venuta a creare attorno al governo Draghi. Un mix di tecnici di valore e di politici di primo piano, rappresentativi di partiti e coalizioni le cui ricette, sui grandi nodi del governo del Paese, fino a pochi giorni fa apparivano lontane anni luce. Ai fini di evitare che questa contraddizione possa logorare in tempi brevi il nuovo equilibrio politico, occorrerà, a mio giudizio, un passo indietro dei partiti, rispetto alle barriere ideologiche o propagandistiche e un approccio più pragmatico e realistico ai singoli temi, incalzati, in questa direzione, dall’altrettanto pragmatica impostazione del Presidente del Consiglio e dei tecnici di sua fiducia, preposti ad alcuni dei settori chiave del governo (Mef, Infrastrutture, Giustizia, Interno, Digitale, Transizione ecologica, Istruzione, Università e Ricerca) che, con la loro qualificata competenza, ci auguriamo possano aiutarli a trovare, nella concretezza delle scelte, la sintesi tra posizioni che – sempre negli auspici – sono forse meno lontane, rispetto a quanto abbiano finora lasciato intendere i proclami propagandistici delle campagne elettorali permanenti. Una siffatta esperienza, se avesse successo, oltre ad emanciparci dall’emergenza, potrebbe modificare un po’ lo schema di gioco della politica, riavvicinandoci a quello delle moderne – e più funzionali – democrazie europee. Nulla, infatti, sarebbe più come prima. Salvini potrebbe apparire meno “sovranista” e demagogico e i 5 Stelle potrebbero aver superato le odierne laceranti contraddizioni interne, magari con una “sana” scissione tra la parte irriducibile ad abbandonare le suggestioni antisistemiche della prima ora, da un lato e la componente con una maggiore vocazione di governo, dall’altro. Quest’ultima si è riconosciuta nel generoso tentativo di Draghi e sembra destinata a convergere, prima o dopo, in una coalizione non più occasionale, ma stabile e consapevole, con il PD, in definitiva un nuovo centrosinistra (un rinnovato Ulivo, magari con lo stesso Giuseppe Conte nel ruolo che fu di Romano Prodi). E sull’altro versante, quando l’unità nazionale non si rivelasse più necessaria, in virtù dell’auspicabile uscita dall’emergenza, Berlusconi e Salvini potrebbero recuperare l’intesa con Giorgia Meloni che forse avrà nel frattempo catalizzato gli eventuali scontenti (sempre ce ne sono) del governo Draghi, guadagnando magari qualche punto di consenso. Un quadro, in definitiva, che riproponga una sana alternanza tra una sinistra e una destra “civilizzate”, ricondotte ad un confronto sereno e reciprocamente rispettoso, finalizzate alla reciproca correzione e non alla continua delegittimazione. Stiamo chiedendo troppo, o lasciando troppo spazio ad una fantapolitica visionaria ? Di delusioni e fallimenti ne abbiamo digeriti anche troppi, in questi anni di transizione infinita, ma, come si dice, la speranza è l’ultima a morire. Sarebbe un felice corollario dell’auspicato successo della nuova squadra governativa nella difficile sfida contro il virus e la deriva depressiva che ne è scaturita, sotto il profilo sociale, economico e occupazionale.

 

di Alessandro Forlani

 

Alessandro Forlani
Laureato in Giurisprudenza, ha svolto la professione di avvocato e, dal 2017, è Consigliere della Corte dei Conti.
Nel 1985 è stato eletto Consigliere comunale di Roma, restando in carica fino al 1989. Consigliere regionale del Lazio nella quinta legislatura, ha rivestito la carica di Presidente del Collegio Revisori dei Conti e poi quella di Presidente della Commissione Cultura e Personale, nel periodo in cui venne approvata la legge regionale sul diritto allo studio. Primo firmatario di diverse proposte di legge regionale, tra cui quella sul registro delle associazioni di volontariato, poi approvata. Nel 2001 è eletto senatore nella circoscrizione Marche e, nel corso della XIV° legislatura, è membro della Commissione Esteri e della Commissione Diritti Umani del Senato, della cui istituzione è stato tra i promotori. In quegli anni è anche componente della Delegazione Italiana presso l’Assemblea Parlamentare NATO. Dal 2006 al 2008 è deputato, eletto nella circoscrizione Marche, componente della Commissione Esteri e della Delegazione Parlamentare INCE. Negli stessi anni è anche Presidente, per l’Italia, dell’Ong “Parliamentarians for Global Action”.
Dal 2009 al 2016 è componente della Commissione di Garanzia dell’applicazione della legge sullo sciopero nei servizi pubblici essenziali, Commissario delegato per Sanità e Farmaceutica fino al 2012, poi, dal febbraio 2012, per il Trasporto Pubblico Locale.
Collabora, nel corso del tempo, a diverse testate e pubblicazioni.