LA “GRANDE COALIZIONE” ALLA PROVA DEL RECOVERY

                                Illustrazione di Giulio Castagnaro

L’impegno per l’ideazione e l’attuazione degli interventi per la ripresa e il rilancio dell’economia nazionale, utilizzando i fondi straordinari messi a disposizione dall’Europa, sta entrando nel vivo e costituisce, in questo momento, la sfida prioritaria per il governo Draghi e per la composita e atipica maggioranza parlamentare che lo sostiene, una vera e propria “Grande Coalizione”. L’eccezionale opportunità di una stagione in cui, come è stato rilevato dallo stesso premier, è giunto il momento di dare risorse ai cittadini e non di chiederle, aumentando la pressione fiscale, implica, tuttavia, una pesante responsabilità, in capo agli attuali governanti. Le autorità comunitarie pongono, infatti, paletti ben precisi al Recovery Plan per l’Italia. E il controllo che accompagnerà i nostri governi da qui al 2026 si rivelerà, probabilmente, occhiuto ed esigente, rispetto all’utilizzazione dei fondi (204,5 miliardi, per l’Italia, dal Piano Next Generation Eu, di cui 191,5 dalla Recovery and Resilience Facility), ma anche con riferimento alle riforme strutturali, da tempo mancate, che ci siamo impegnati ad adottare, per poter accedere ai fondi stessi. I temi sono quelli – potremmo dire – di sempre, in genere oggetto di divisioni profonde e istanze contrapposte. Giustizia, fisco, digitalizzazione, mercato del lavoro e occupazione giovanile e femminile, semplificazioni.
Con riferimento a quest’ultima esigenza, è stato approvato da pochi giorni il relativo decreto legge (concernente lo snellimento di burocrazia per accelerare la realizzazione dei progetti del Recovery e già oggetto di un serrato confronto che ha coinvolto partiti e forze sociali) ed è in dirittura d’arrivo quello riguardante le modalità di assunzione dei tecnici del PNRR nei ministeri e negli enti locali. Sono diventati, nel frattempo, operativi, dopo l’assenso della Corte dei conti, i 29 Commissari straordinari nominati per avviare la realizzazione di 57 infrastrutture strategiche (per un valore complessivo di oltre 82 miliardi), principalmente stradali e ferroviarie. Solo gli interventi in questi ultimi due settori dovrebbero consentire la creazione di oltre 68.000 posti di lavoro nei prossimi dieci anni.
Risulta evidente come, a fronte di programmi di tale rilievo, sotto il profilo della spesa e degli interventi, ma anche delle riforme che ci vengono richieste, il fattore stabilità politica – cui si accompagna, naturalmente, quello attinente alla concordia nella compagine di governo – si riveli essenziale, ai fini dell’esaustivo adempimento delle promesse e degli impegni. Ed è ormai opinione diffusa che, sotto il controllo severo e dettagliato della Commissione europea, la figura di Mario Draghi si riveli la migliore garanzia del rispetto di quegli stessi impegni e delle relative scadenze, per il suo prestigio internazionale e il ruolo svolto in passato in ambito europeo. La sua autorevolezza dovrebbe – nei migliori auspici – smorzare tensioni e divisioni che programmi così impegnativi potrebbero ingenerare all’interno di una maggioranza eterogenea che si estende dalla Lega fino ai 5 Stelle e a Leu. Un aggregato parlamentare costituito da gruppi che sui temi oggetto delle auspicate riforme – giustizia, fisco, mercato del lavoro in particolare – hanno manifestato in passato (e manifestano ancora, come si è visto, in particolare, sulla tassa di successione evocata da Enrico Letta) distanze assai sensibili. In questo quadro, delicato e complesso, un personaggio del prestigio di Draghi, peraltro indipendente e bipartisan, può ritenersi il più adatto a tenere la rotta tra i flutti contrapposti. Proprio in queste ultime settimane, si è tuttavia sviluppato il dibattito sulla sua possibile elezione alla Presidenza della Repubblica, nel gennaio prossimo, proprio perché, in virtù delle menzionate caratteristiche, può ritenersi probabilmente il candidato più accreditato. Ma l’eventuale elezione di Draghi implicherebbe la conclusione della sua premiership, con la possibile compromissione dell’attuale equilibrio politico e le conseguenti preoccupazioni, in sede europea, rispetto alla continuità negli impegni assunti in ordine al Recovery. Questi interrogativi hanno spinto taluni ad ipotizzare la rielezione di Mattarella, per un secondo mandato, da concludersi poi con dimissioni a breve scadenza (come accadde con Napolitano). Ma l’interessato ha prontamente smentito questa possibilità.
Qualora, peraltro, una quota rilevante delle forze presenti in Parlamento si rivelasse risoluta a sostegno della candidatura di Draghi alla massima carica dello Stato, occorrerebbe individuare un eventuale successore alla guida dell’Esecutivo, orientato a garantire la continuità programmatica e in grado di ottenere la fiducia della vasta coalizione che ora supporta il governo guidato dall’ex Presidente Bce. Magari un tecnico di prestigio, come l’attuale premier e, come lui, bipartisan, o, comunque, non troppo esposto, quanto a posizione politica. E questa continuità eviterebbe il rischio di uno scioglimento anticipato delle camere che forse determinerebbe un rallentamento nella prosecuzione dei programmi legati al Recovery. La conclusione anticipata della legislatura non risulterebbe, peraltro, gradita a pentastellati e PD che temono una vittoria del centrodestra nelle prossime consultazioni e anche le criticità che la futura composizione del Palamento (ridotto di oltre un terzo) indurrebbe necessariamente all’interno di tali partiti (e, in realtà, anche degli altri). Si ravviserebbe, peraltro, al riguardo, la necessità di una nuova legge elettorale, difficile da varare in tempi stretti.
Se poi Draghi dovesse proseguire il suo mandato alla guida dell’Esecutivo, fino alla scadenza naturale della legislatura (2023), dovrebbe essere individuata una diversa soluzione per la Presidenza della Repubblica. Si ritiene, in genere, che la maggioranza che elegge il Capo dello Stato debba rivelarsi ancora più ampia di quella che sostiene l’Esecutivo in carica. Ma l’attuale maggioranza di governo è essa stessa molto estesa e composita e già la mera coincidenza tra una tale aggregazione e quella che dovesse esprimere il nuovo inquilino del Quirinale risulterebbe un’impresa impegnativa. Anche in questo caso, le condizioni in essere favorirebbero, forse, candidature indipendenti o, comunque, leggermente “sfumate”, sotto il profilo politico. Il dibattito sul tema mi sembra, tuttavia, ancora prematuro. Per il Quirinale, la scelta finale si “materializza”, in genere, a pochi giorni, se non ore, dal traguardo e le varianti che possono condizionare l’esito dell’elezione sono diverse e, a distanza di alcuni mesi, ancora difficilmente prevedibili.

 

di Alessandro Forlani

 

Alessandro Forlani
Laureato in Giurisprudenza, ha svolto la professione di avvocato e, dal 2017, è Consigliere della Corte dei
Conti.
Nel 1985 è stato eletto Consigliere comunale di Roma, restando in carica fino al 1989. Consigliere regionale del Lazio nella quinta legislatura, ha rivestito la carica di Presidente del Collegio Revisori dei Conti e poi quella di Presidente della Commissione Cultura e Personale, nel periodo in cui venne approvata la legge regionale sul diritto allo studio. Primo firmatario di diverse proposte di legge regionale, tra cui quella sul registro delle associazioni di volontariato, poi approvata. Nel 2001 è eletto senatore nella circoscrizione Marche e, nel corso della XIV° legislatura, è membro della Commissione Esteri e della Commissione Diritti Umani del Senato, della cui istituzione è stato tra i promotori. In quegli anni è anche componente della Delegazione Italiana presso l’Assemblea Parlamentare NATO. Dal 2006 al 2008 è deputato, eletto nella circoscrizione Marche, componente della Commissione Esteri e della Delegazione Parlamentare INCE. Negli stessi anni è anche Presidente, per l’Italia, dell’Ong “Parliamentarians for Global Action”.
Dal 2009 al 2016 è componente della Commissione di Garanzia dell’applicazione della legge sullo sciopero nei servizi pubblici essenziali, Commissario delegato per Sanità e Farmaceutica fino al 2012, poi, dal febbraio 2012, per il Trasporto Pubblico Locale.
Collabora, nel corso del tempo, a diverse testate e pubblicazioni.