SOPRAVVIVERE GRAZIE ALLA CULTURA

                       Elaborazione Immagine di Lorenzo Forlani

La vita ebraica è un binario lungo 5782 anni e composto da due rotaie chiamate “religione” e “cultura”. La prima – atteniamoci ad una definizione enciclopedica – è un costrutto sociale formato da quell’insieme di credenze, vissuti, riti che coinvolgono l’essere umano, o una comunità, nell’esperienza di ciò che viene considerato sacro, in modo speciale con la divinità, oppure è quell’insieme di contenuti, riti, rappresentazioni che, nell’insieme, entrano a far parte di un determinato culto religioso.
La seconda ha diverse descrizioni, ma quella antropologica sembra la più appropriata riguardo al Popolo Ebraico: “il complesso delle manifestazioni della vita materiale, sociale e spirituale di un popolo o di un gruppo etnico, in relazione alle varie fasi di un processo evolutivo o ai diversi periodi storici o alle condizioni ambientali”.
La cultura serve ad acquisire e salvaguardare uno spirito critico, ossia a non cedere al conformismo, non al conformismo degli atteggiamenti, ma (neanche) al conformismo del pensiero (pensiero unico). Si tende al conformismo perché tante persone ripetono le stesse cose e noi le ripetiamo a nostra volta.
Dalla cultura orale a quella scritta e l’Antico Testamento diventa il best seller di tutti i tempi. Un altro segno di come le due rotaie continuino a portare assieme il passato nel futuro, all’unisono e plasmate l’una dentro l’altra: praticamente delle “convergenze parallele” da non confondere con i patti sotterranei (ma non troppo) della prima repubblica italiana.
È rimasto inciso nella mia memoria un servizio televisivo visto da bambino nei primi anni ’70. “TG2 Odeon” svolse un’inchiesta nella New York di allora, chiedendo a delle donne cosa avrebbero suggerito al proprio figlio per riuscire a vivere nella Grande Mela. La mamma portoricana rispose che “avrebbe fatto capire che non si sopravvive se non si rimedia qualcosa da mangiare”; la madre italiana sosteneva che “si deve lavorare per avere i soldi per nutrirsi”, mentre quella ebrea insegnava che “si deve imparare, studiare, apprendere, altrimenti non si riesce a vivere, ma solo a campare”. Hanno ragione senza alcun dubbio tutte quante, ma…
Lasciamo agli antisemiti il credere che gli ebrei vogliano appropriarsi del mondo. Apprendere ed imparare sono necessari non per primeggiare nei confronti degli altri ma verso sé stessi. Bisogna fare attenzione a coloro che ritengono di sapere a sufficienza, perché difficilmente riusciranno a trasmettere, a condividere. Il loro binario morirà presto e verrà chiamato “tronchino”. Se l’ebraismo non avesse espresso cultura – religiosa, storica, artistica, letteraria, politica, etc. – non sarebbe sopravvissuto agli avvenimenti nel corso dei millenni. Per fare questo bisogna studiare ed apprendere lungo tutta la vita. Si dice che l’ebreo debba “chiedere di continuo”, ma alle domande dovrà essere sempre fornita una risposta adeguata.
Tante sono le ragioni per le quali un ebreo resterà “condannato” ad imparare. Anzitutto la lotta all’antisemitismo-antisionismo-antiisraelianismo, che sono una cosa sola identificabile in “razzismo”. È necessario saper rispondere adeguatamente, attraverso le esperienze del passato e della quotidianità.
Razzismo è l’identificazione di un popolo, una religione, un ceto o qualsiasi altra cosa, in “qualcosa di diverso”, per paura od invidia, disprezzo ed odio, ma senza dubbio per ignoranza. Razzismo è il generalizzare negativamente fatti ed avvenimenti e collocare il (presunto) colpevole al di fuori dalla unica razza umana.
Altro motivo importante della necessità di acculturarsi è il “capire”. Gran parte dell’antico antiebraismo era dovuto al fatto che gli ebrei sapevano tutti leggere, in quanto necessario, per seguire le Sacre Scritture. Anche i più poveri riuscivano a leggere i salmi e questo probabilmente destava sospetto verso i non ebrei. Creare nell’ignoranza delle dure prese di posizione verso i “diversi” è sempre stato facile ed anche questa è stata la base di molte persecuzioni. È stato facile per molti, specialmente nobili e sovrani, di indurre i popoli ad inveire e perseguitare gli israeliti.
La cultura ha diverse sfaccettature. Bisogna prestare attenzione a certi movimenti politici che fanno si che la loro ignoranza non diventi la cultura dello Stato.
L’ebraismo odierno diffonde la propria cultura grazie anche all’aiuto delle istituzioni. Fra settembre ed ottobre di ogni anno c’è la “Giornata Europea della Cultura Ebraica” dove ogni comunità, di qualsiasi dimensione, offre ai visitatori la propria presenza storico culturale attraverso avvenimenti, percorsi cittadini, manifestazioni di ogni genere. Benché con argomento specifico, dal 2005 è stata istituita la ricorrenza internazionale del “Giorno della Memoria”, a ricordo della Shoah. Vi sono poi altri avvenimenti a scadenza fissa. Insomma la comunicazione sembra aver finalmente intrapreso un itinerario corretto nel valore della storia.
Non credo che il voler definire (l’ebraismo) abbia un significato positivo: l’israelita è una persona come tante, dotato di due braccia, due gambe, una testa ed un cuore… Resta sottile il limite tra “Popolo Ebraico”, “Israele” o l’angosciante ed incorretta parola “razza”. Celebre la frase di Albert Einstein “Se verrà dimostrato che la mia teoria della relatività è valida, la Germania dirà che sono tedesco e la Francia che sono cittadino del mondo. Se la mia teoria dovesse essere sbagliata, la Francia dirà che sono un tedesco e la Germania che sono un ebreo”.
Sorprende come nessuno abbia mai parlato degli errori storici di grandi artisti come ad esempio Michelangelo o Donatello, che hanno rappresentato il Re David senza circoncisione. D’altronde è stato anche difficile collocare Gesù come persona nata e morta ebrea. Oggi possiamo parlare di deformazioni storiche volute.
Rifacendoci alla frase di Einstein è da notare come l’ebraismo, ma potremmo parlarne per qualsiasi minoranza, venga “utilizzato” a piacimento. Se un ebreo fa un torto ci si scaglia generalizzando, raggruppandoli, uniformandoli. Ovviamente non lo si fa parlando delle scienze o delle arti. Gli ebrei non sono tutti Gustav Mahler od Einstein, Chagall o Paul Newman, ma sono tutti tirchi, arrivisti, dediti all’economia e quant’altro. Neanche i “Fratelli Maggiori” citati da Giovanni Paolo II hanno smosso più di tanto l’opinione pubblica antisemita.
Resta la Cultura: immergersi nei cieli fantastici di Marc Chagall, ascoltare Barbra Streisand, leggere Giorgio Bassani o Amos Oz, Philip Roth o Elie Wiesel, capire la protesta di Frida Kahlo, ridere alle batture di Woody Allen, sprofondare nei colori di Eva Fischer, intenerirsi guardando Charlot, etc. È inebriante poter mettere l’abbreviazione “etc” (oppure “ecc.”).
Il binario dell’ebraismo non è terminato ad Auschwitz.

 

di Alan Davìd Baumann

 

Alan Davìd Baumann
Alan Davìd Baumann è nato a Roma il 15 maggio 1964.
Giornalista, dirige la testata on-line “L’ideale” (www.lideale.info) e collabora con altri periodici.
“Vendo Fantasia – dice a chi chiede di cosa si occupa – perché sono più di 30 gli anni che hanno forgiato questa professione, attraverso la raccolta di idee, emozioni, colori. Relazioni e connessioni tra grafica, giochi di parole, marketing, contatti, informatica, editoria, mostre d’arte, convegni, giornalismo, creazioni di logo, concetti, ecc. . Unire pensieri ad azioni, far diventare fatti le parole”.
“Rendere realtà la fantasia, significa portare avanti le proprie idee rendendole di facile impatto ed utilità, come lo scrivere per chi non sa (fra le prime nozioni del giornalismo), senza offuscarne il gusto, la qualità, l’obbiettivo di spartire le proprie idee”.
“Vendo Fantasia – sottolinea Baumann – perché solo grazie ad essa si può attivare una condivisione positiva e tramutare un’esistenza passiva. Vendo immaginazione condita con creatività”.
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