Cop26, la resa dei conti: clima senza 80 miliardi

Cop26, la resa dei conti: clima senza 80 miliardi

Gli schieramenti in vista del vertice di Glasgow. Da un lato Usa ed Europa, dall’altro Cina e India. In mezzo l’Africa che chiede il rispetto dei patti. Dei 100 miliardi promessi ne arrivano in media 20

Ancora un mese e sapremo. Scopriremo se le nazioni avranno superato divisioni, rivalità, egoismi e saranno state capaci di trovare un accordo che salvi l’umanità dal riscaldamento globale. Il prossimo 12 novembre calerà il sipario sulla Cop26 di Glasgow, la 26esima edizione della Conferenza delle parti sul clima, l’appuntamento annuale (saltato nel 2020 causa Covid) organizzato dalle Nazioni Unite per affrontare il global warming. Per due settimane nella città scozzese si alterneranno capi di Stato e di governo (più di 100 hanno confermato la loro presenza alla cerimonia inaugurale il primo novembre), scienziati, imprenditori, ambientalisti e giornalisti: in quei giorni Glasgow sarà invasa da quasi 40mila persone. Ma perché Cop26 è così importante? Quali decisioni potrebbero essere prese? E quali saranno gli schieramenti con cui i diversi Paesi si presenteranno il primo novembre ai cancelli dello Scottish Exhibition Centre?

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Quando nel 2015 furono firmati gli Accordi di Parigi, quelli che impegnano la comunità internazionale a fare in modo che l’innalzamento della temperatura media sia di 1,5 gradi o comunque al di sotto dei due gradi, si concessero ai Paesi sottoscrittori cinque anni perché definissero i loro impegni vincolanti nel taglio delle emissioni di gas serra: nel 2020 ogni governo avrebbe dovuto comunicare ufficialmente all’Onu i suoi Ndc, i contributi determinati a livello nazionale. Ma la pandemia ha fatto saltare la Cop dell’anno scorso e tutto è stato rimandato al novembre 2021. Alcuni Paesi hanno preferito comunque anticipare i tempi. L’Unione europea, per esempio, ha formalizzato lo scorso dicembre i suoi Ndc: riduzione del 55% delle emissioni entro il 2030 e neutralità carbonica entro il 2050. Ma è ben poca cosa rispetto a quanto sarebbe necessario. A metà settembre un rapporto delle Nazioni Unite ha fatto il punto sugli Ndc comunicati finora: al momento, in assenza di nuovi impegni di tutte le Parti firmatarie, le emissioni si ridurrebbero al 2030 appena del 16%, contro il 45% del taglio necessario per tenere il riscaldamento limitato a 1,5 gradi centigradi alla fine del secolo. La partita in corso nelle settimane che ci separano dal 12 novembre ruoterà proprio intorno al tentativo di convincere il maggior numero di Paesi a innalzare le proprie “ambizioni” e a prendere impegni vincolanti per i tagli alle emissioni.

Ma c’è un’altra sfida altrettanto cruciale: se le venti nazioni più ricche sono anche quelle che danno un contributo maggiore alle emissioni di CO2 (il 75% del totale), ci sono un altro centinaio di Paesi che nel complesso contribuiscono pesantemente al rilascio di gas serra. E lo faranno sempre di più, man mano che le loro economie si avvieranno a seguire il modello occidentale. Nel 2009 si decise che i paesi ricchi avrebbero aiutato finanziariamente la transizione ecologica delle nazioni in via di sviluppo con 100 miliardi di dollari l’anno. Ma quei soldi sono sempre arrivati con il contagocce e ora a Glasgow chi ne aveva diritto minaccia di far fallire il vertice sul clima.

La svolta dei Paesei in via di sviluppo
La squadra più eterogenea e, al momento, più compatta è proprio quella che raccoglie i paesi africani, le nazioni vulnerabili perché minacciate da desertificazioni o inondazioni, le piccole isole oceaniche che rischiano di finire sott’acqua. Ed è una novità: se nelle Cop precedenti si affidavano a sponsor ingombranti come la Cina, a Glasgow si rappresenteranno da soli: loro da una parte, Stati Uniti, Unione Europea, Cina e India dall’altra. Il motivo del contendere sono appunto i soldi: dei 100 miliardi l’anno promessi sono arrivati in media una ottantina. Non solo: per i Paesi che li hanno erogati si tratta in buona parte di prestiti da restituire e sono pochi i soldi a fondo perduto. Così gli 80 miliardi l’anno (che avrebbero dovuto essere 100) sono in realtà meno di 20, perché 60 vanno ridati indietro con gli interessi.

Ora i Paesi in via di sviluppo vogliono alzare la posta: “È probabile”, spiega un funzionario dell’Unione europea, “che chiederanno 500 miliardi di dollari “veri” per il prossimo quinquennio, ponendola come condizione preliminare alle trattative sui tagli delle emissioni”. Un bel problema per i Paesi occidentali. Solo tre sono in regola con i versamenti dovuti: la Norvegia ha dato il 188% di quanto avrebbe dovuto, la Svezia il 151%, la Germania il 112%. Tutti gli altri sono indietro con le rate, a cominciare dall’Italia che ha erogato 1,2 miliardi contro i 4,7 stabiliti (il 25%). La questione dei soldi rischia di far fallire Cop26 prima ancora che si inizi a discutere. Ecco perché lo scorso 20 settembre, nel suo primo discorso davanti all’Assemblea generale dell’Onu il presidente Us Joe Biden ha annunciato il raddoppio, da 5,7 a 11,4 miliardi di dollari, del finanziamento Usa ai Paesi in via di sviluppo. E pochi minuti dopo il leader cinese Xi Jinping gli ha fatto eco promettendo aiuti economici e tecnologici a chi dovrà intraprendere la svolta green.

Cina, India e i grandi inquinatori
Pechino rischia però di ritrovarsi isolata: abbandonata dai Paesi in via di sviluppo che non si sentono più rappresentati dal Dragone, accerchiata dall’Occidente che le chiede di fare di più per l’ambiente. Negli ultimi mesi non ha mai accettato l’approccio dell’Inviato speciale della Casa Bianca per il Clima John Kerry, riassumibile nello slogan: “Litighiamo su tutto ma troviamo un accordo sulla CO2”. I dirigenti cinesi non pensano che si possa trattare con Washington su tavoli separati, come se esistessero due diplomazie parallele: il clima da una parte, l’Afghanistan, i diritti umani, i sottomarini australiani dall’altra.

“Il punto debole della Cina”, spiega Luca Bergamaschi, cofondatore del think thank Ecco, specializzato in geopolitica del clima, “resta però la sua dipendenza dal carbone, che la costringe ad annunciare obiettivi poco ambiziosi e non in linea con il traguardo Onu di 1,5 gradi: il picco di consumo di carbone è previsto per il 2030 e la neutralità carbonica per il 2060. La speranza dell’Occidente è di convincere, magari proprio a Glasgow, Pechino ad accelerare i tempi”. Il colosso asiatico, anche per il tipo di regime che lo governa, è capace di grandi accelerazioni e inversioni a U. Dal 2013 la Belt and Road Initiative, una sorta di nuova Via della Seta con investimenti in 70 Paesi, è servita a Pechino anche per esportare il carbone e le tecnologie collegate. Ebbene, proprio nell’Assemblea generale Onu di settembre il presidente cinese ha anche annunciato che non verranno più finanziati e costruiti all’estero impianti alimentati dal più inquinante dei combustibili fossili.

Dipende pesantemente dal carbone anche l’India, terzo produttore di gas serra dopo Cina e Stati Uniti. È tra i Paesi che non hanno comunicato il taglio alle emissioni per il 2030, né l’anno in cui contano di essere carbon neutral. L’India non ha la crescita economica della Cina né le sue risorse, ma ha una popolazione altrettanto vasta. E per questo chiede all’Occidente che nel valutare l’impatto delle nazioni sul clima si considerino le emissioni procapite e non quelle complessive.
Al club del carbone sono iscritti anche la Russia, grande produttore ed esportatore così come di gas naturale, il Sudafrica, l’Indonesia. E l’Australia, Paese culturalmente vicino all’Europa e agli Usa, ma con un governo in carica sostanzialmente negazionista sull’emergenza climatica, forse a causa del ruolo economico e occupazionale che le miniere di combustibile fossile e i giacimenti di gas rappresentano per il paese Down Under. Molti si chiedono se a Glasgow Usa, Ue e Uk riusciranno con il loro pressing a spingere l’Australia sulla strada degli 1,5 gradi indicata dagli Accordi di Parigi.

Discorso a parte per il Brasile di Bolsonaro, altro leader negazionista climatico. Il Paese sudamericano, popoloso e in crescita economica, ha un peso sempre maggiore sulle emissioni di CO2. Ma soprattutto detiene il polmone verde del Pianeta, l’Amazzonia, e vorrebbe dunque uno “sconto” sul taglio alle emissioni, vista la tanta CO2 assorbita dalla più grande foresta del mondo. Non solo: la foresta tropicale diventa un’arma di ricatto, perché non ostacolarne abbattimenti e incendi può significare una catastrofica riduzione della CO2 assorbita dalle piante. Bolsonaro lo sa e lo fa pesare nei consessi internazionali: la Cop25 (2019) a Madrid fallì anche per l’opposizione brasiliana.

La posizione europea
E l’Europa? “Pur avendo fatto più di altri per il clima grazie ai traguardi ambiziosi individuati da Bruxelles, si presenta a Glasgow con un preoccupante vuoto di leadership”, risponde Bergamaschi. “Il Regno Unito si è sfilato con la Brexit, la Germania ha una Merkel che sta uscendo di scena, il presidente francese Macron pensa già alla campagna elettorale per un secondo mandato all’Eliseo”. E qui entra in gioco l’Italia di Mario Draghi, paradossalmente l’unico leader di un grande Paese europeo nella pienezza dei suoi poteri. Padrone di casa del G20 di fine ottobre e copresidente, insieme a Boris Johnson, di Cop26 il premier italiano potrebbe tentare il colpo del secolo: offrire al presidente cinese Xi Jinping un accordo sul clima, impresa finora non riuscita a Kerry, un patto da stringere a Roma e da celebrare poche ore dopo a Glasgow.

dal sito www.repubblica.it