MINORITARIO

                       Elaborazione Immagine di Lorenzo Forlani

Le forze politiche dovrebbero avere un interesse comune: il riordino della rappresentanza, in coerenza con il modello costituzionale. L’alternativa è che spariscano tutti, fino a far collassare il sistema.
L’Italia non è il solo Paese il cui governo è retto da una maggioranza composta da partiti avversari. Ma si è raccontato agli elettori che spetta a loro scegliere chi governa e che siamo un sistema maggioritario. Bugie. Occorre rimediare.
L’indirizzo politico del governo è stabilito, come previsto dalla Costituzione (art.95), dal presidente del Consiglio. Il governo è nella piena legittimità costituzionale perché ha (art. 94) la fiducia delle Camere. L’anomalia non è affatto costituzionale, ma politica: i partiti che compongono la maggioranza hanno dei ministri, ma oltre a detestarsi fra loro nessuno esprime il presidente, che, venendo dall’esterno, modella la linea e la tiene salda. Nel pieno rispetto della Costituzione, pertanto, si realizza una bancarotta della politica e una sorta di sua surroga, per non dire commissariamento. Chi pensa di superare questa condizione semplicemente traslocando il presidente del Consiglio al Quirinale è un incosciente, perché se si porta al Colle più alto il baricentro della politica governativa si scassa la Costituzione. Si può anche eleggerlo, certo, ma per evitare pericoli si deve prima fare quel che la politica non sembra disposta a fare: cambiare.
Siamo al capolinea di un lungo disfacimento. Supponendo di prosciugare il partitismo s’è aperta la porta a un imbarazzante trasformismo. In questo modo s’è divelto il cardine del preteso maggioritario. Perché mentre il sistema proporzionale favorisce la rappresentanza delle forze minori, comportando poi governi di coalizione, il maggioritario serve a rendere maggioranza parlamentare chi prende più voti, anche se non raggiunge la maggioranza assoluta. L’elettore, quindi, vota e determina la vittoria, da cui discende il governo. Non ha funzionato perché i partiti hanno barato creando coalizioni disomogenee, utili a vincere e incapaci di governare, in preda alle minoranze estreme. Hanno trasformato il maggioritario in un minoritario, consegnandosi ai ricatti e alla debolezza. Quando il trasformismo è divenuto parossistico è arrivato il commissario, un pelo prima della catastrofe.
Pur restando differenti e avversarie, se hanno sale in zucca, le forze politiche, o, almeno, le ragionevoli fra quelle, s’accorgano d’avere un interesse comune: il riordino della rappresentanza, in coerenza con il modello Costituzionale. L’alternativa non è che vinca questo o quello, ma che spariscano tutti, fino a far collassare il sistema. A sinistra non s’illudano d’avere vinto le amministrative, perché è la destra che le ha perse. A destra non s’illudano che sia stato un problema di candidati, è folle la linea politica. Hanno un bisogno collettivo di rifondarsi. Farlo in un clima RiCostituente non sarebbe un cedimento agli “altri”, ma quel che suggerisce la ragione.

Articolo pubblicato sul sito www.davidegiacalone.it

 

di Davide Giacalone

 

Davide Giacalone
Davide Giacalone (1959)
Dal 1979 in poi, mentre continuava a crescere il numero dei tossicodipendenti, si è trovato al fianco di Vincenzo Muccioli, con il quale ha collaborato, nella battaglia contro la droga.
Dal 1980 al 1986 è stato segretario nazionale della Federazione Giovanile Repubblicana.
Dal luglio1981 al novembre 1982 è stato Capo della Segreteria del Presidente del Consiglio dei Ministri.
Dal 1987 all’aprile 1991 è stato consigliere del Ministro delle Poste e delle Telecomunicazioni, che ha assistito nell’elaborazione dei disegni di legge per la regolamentazione del sistema radio-televisivo, per il riassetto delle telecomunicazioni e per la riforma del ministero PT, oltre che nei rapporti internazionali e nel corso delle riunioni del Consiglio dei Ministri d’Europa.
È stato consigliere d’amministrazione e membro del comitato esecutivo delle società Sip, Italcable e Telespazio.
Dal 2003 al 2005 presidente del DiGi Club, associazione delle Radio digitali.
Nel 2008 riceve, dal Congresso della Repubblica di San Marino, l’incarico quale consulente per il riassetto del settore telecomunicazioni e per predisporre le necessarie riforme in quel settore.
Nel maggio del 2010 ha ricevuto l’incarico di presiedere l’Agenzia per la diffusione delle tecnologie dell’innovazione, dipendente dalla presidenza del Consiglio. Nel corso di tale attività ha avuto un grande successo “Italia degli Innovatori”, che ha permesso a molte imprese italiane di accedere al mercato cinese. Con le autorità di quel Paese, crea tre centri di scambio: tecnologia, design, e-government. Nel novembre del 2011 si è dimesso da tale incarico, suggerendo al governo di chiudere la parte improduttiva dell’Agenzia, anche eliminando le sovrapposizioni con altri enti e agenzie.