Il Maxxi ha fallito. Svuotiamo il Maxxi

Il Maxxi ha fallito. Svuotiamo il Maxxi

Sia che il Maxxi voglia essere un museo italiano con aperture internazionali, o un museo internazionale sul suolo italiano, i risultati sono deludenti
“Un grande museo che può diventare un centro di attrazione per la cultura e per il mondo”. Così si esprimeva l’allora ministro dei Beni Culturali Sandro Bondi nei confronti del Maxxi, in occasione dell’inaugurazione, nel 2010. Gli faceva eco il direttore generale del ministero per la valorizzazione, Mario Resca: “il mondo ci guarda, è il Maxxi lanciato verso il futuro”. E diciamo la verità: tutti avevamo quelle sensazioni, quelle aspettative. Finalmente l’Italia aveva un museo d’arte contemporanea capace di posizionarsi sui livelli dei migliori al mondo. Con una struttura – quella disegnata da Zaha Hadid – fra le più belle: e tale rimane ancora oggi.

Ma presto ci saremmo accorti che fra avere uno straordinario contenitore e farne un grande museo di livello internazionale passa molta, moltissima strada. E non vogliamo in questa sede addentrarci su questioni di governance, che pure hanno avuta e hanno grande responsabilità nel renderla impervia, quella strada. Il Maxxi è retto da una fondazione, con un corretto apporto di partner privati: eppure l’influenza della componente pubblica – il Ministero della Cultura – è decisiva, sul piano finanziario e non solo. E le questioni di governance sono ineludibili anche ad analizzare proprio le questioni finanziarie: il budget del museo non è neanche lontanamente avvicinabile a quelli dei grandi musei internazionali, ai quali si ambiva si potesse avvicinare.

Due opzioni
Preso atto di questo, che non è poco, c’è comunque un problema serio di identità. L’acronimo Maxxi sta per Museo delle arti del XXI secolo: al quale nella pubblicistica è stata associata la dicitura “nazionale”, che già fornisce qualche suggerimento. Ma la domanda resta: il Maxxi vuole essere un museo italiano, con una spiccata apertura sulla scena internazionale, o vuole essere un museo internazionale, che fisicamente appoggia sul suolo italiano? Quale che sia la risposta, dobbiamo concludere, a 11 anni dalla sua apertura, che ha fallito i suoi obbiettivi.

Sia chiaro: non stiamo sparando a zero sulla ricca programmazione del museo, né sui tanti bravissimi professionisti che gli dedicano il loro impegno, spesso – possiamo testimoniare da esperienze personali – anche oltre quanto richiesto dal proprio ufficio. Se l’impressione data è questa, ce ne scusiamo ma la neghiamo. Il problema sta a monte di tutto ciò: sta nel concepire uno spazio di manovra per una così importante e complessa struttura e nel saperlo impostare con coerenza e rigore. Livelli che oggi ci appaiono alquanto deficienti nel Maxxi.

Da Senigallia a Roma
Cosa ci induce a queste conclusioni? Come spesso accade, è un particolare secondario, apparentemente insignificante. Che però diventa paradigmatico nella messa a fuoco di un quadro costruito in anni di osservazioni, interrogativi e soprattutto confronti. Giunge in redazione un “Invito stampa” che annuncia per giovedì 2 dicembre l’inaugurazione della mostra “Giacomelli | Burri. Fotografia e immaginario materico”. “Che arriva a Roma dopo una prima tappa a Senigallia, a Palazzo del Duca”, si specifica. E qui crolliamo sulla sedia. Abbiamo letto giusto? Il Maxxi, quel museo che doveva rivaleggiare con il MoMA, con i vari Guggenheim, con il Centre Pompidou, ospita ora in seconda battuta una mostra in arrivo da Senigallia? Anche qui specifichiamo, se necessario: sarà sicuramente una bellissima mostra, peraltro i nomi dei curatori – Marco Pierini e Alessandro Sarteanesi – garantiscono per questo. Ma può essere questa l’attività propagandata?

Torniamo alla domanda posta sopra: il Maxxi vuole essere un museo italiano, con una spiccata apertura sulla scena internazionale? Allora ci si aspetterebbero strategie ben diverse da quelle viste. Ci si aspetterebbe, è solo un esempio, che una mostra straordinaria come “Alighiero Boetti. Strategie di gioco” – vista da chi scrive nel 2012 al Reina Sofia di Madrid, poi passata alla Tate Modern di Londra e al MoMA di New York – fosse stata promossa dal Maxxi, che invece neanche pensò di ospitarla.

Ci si aspetterebbe che un bellissimo progetto del Maxxi come la riapertura di Casa Balla a Roma, accompagnata da una piccola mostra documentaria, fosse piuttosto la miccia per una grande mostra che finalmente restituisse il suo valore al grande artista. Soprattutto una mostra che poi trovasse accoglienza – l’avrebbe trovata con facilità – presso altri grandi musei mondiali. Sono solo esempi, ma giriamo il punto di vista: qualcuno ricorda una sola mostra prodotta dal Maxxi che abbia realmente impattato nel promuovere un artista o un movimento italiano sullo scenario internazionale?

Un sacrario di Zaha Hadid
L’altra opzione della nostra domanda: il Maxxi vuole essere un museo internazionale, che fisicamente appoggia sul suolo italiano? Anche in questo caso, il panorama non è decisamente esaltante. Cerchiamo di essere obbiettivi: si ricordano mostre del nostro museo capaci di suscitare l’interesse – a caso – di un osservatore di Berlino, o di Glasgow, o di Barcellona? Se la risposta fosse sì, vi preghiamo di segnalarcele, a noi sono sfuggite. Nel 2014 ci fu un’iniziativa molto interessante con la mostra Ettore Spalletti. Un giorno così bianco, così bianco, che riuscì miracolosamente a mettere in rete lo stesso Maxxi, la GAM di Torino e il Madre di Napoli. A parte che si rivelò drammaticamente un episodio, ma perché non coinvolgere istituzioni internazionali? Torniamo sempre lì: c’è un problema di identità, e di ruolo.

Siamo certi di aver colpevolmente tratto conclusioni affrettate, di aver imperdonabilmente ignorato quella certa mostra del 2016 tanto apprezzata in Svezia. Ma siamo anche abbastanza certi che questa inevitabilmente parziale disamina non si scosti troppo dal vero. Chi conosca o frequenti grandi musei internazionali – il Guggenheim di Bilbao, ad esempio, ospita abitualmente giornalisti italiani – sa di cosa stiamo parlando. Ma una provocazione non può non concludersi con un paradosso: ovvero con l’invito a svuotare il Maxxi. Resterebbe un’immensa, visitatissima scultura, un sacrario di Zaha Hadid, qualcosa di realmente unico al mondo. Con costi finalmente azzerati, ma con una fortissima identità…

dal sito www.artslife.com