VERSO IL VOTO PER IL QUIRINALE

Luca Maleonte, Murale Lupus in muta (1 di 2). Realizzato grazie a #associazionevillacarpegna e curato da @tizianotancredi e Sandro Guarino su una parete della scuola IC Borgoncini Duca plesso di Via G.Manetti 6. Roma

La persistente offensiva pandemica e la preziosa opportunità offerta ai paesi europei dalle risorse comunitarie per innescare la ripresa economica e occupazionale ingenerano nell’opinione pubblica una più forte aspettativa di stabilità politica e di serena autorevolezza e capacità decisionale delle figure al timone, rifuggendo avventure demagogiche e semplificazioni retoriche che ormai sembra abbiano fatto il loro tempo e alle quali abbiamo ormai dato, a sufficienza, nel passato. Il tandem Mattarella – Draghi corrisponde, in larga misura, a queste aspettative, infondendo una sensazione diffusa di fiducia e rappresentando una garanzia di serietà disinteressata e di totale immedesimazione nella missione salvifica, cui i pubblici poteri sono chiamati in un passaggio così delicato. Il Recovery Plan profila nuove opportunità di emancipazione da condizioni di affanno nella crescita economica e di ritardo nelle necessarie evoluzioni di carattere legislativo, amministrativo, giurisdizionale. Le risorse devono essere spese con criteri minuziosamente mirati e in tempi certi. Devono essere innescate, nel contempo, innovazioni non più differibili sul piano normativo. Programmi impegnativi che non potranno prescindere dalla tenuta del quadro politico o, comunque, dalle sue eventuali trasformazioni. Se gli attuali equilibri resisteranno fino alla conclusione della legislatura, con maggiore probabilità potrà essere garantito un rapido percorso alle riforme e all’erogazione delle risorse, al riparo da interruzioni traumatiche. Ai fini di valutare le possibilità di preservare la tenuta dell’alleanza di governo, i riflettori sono puntati, necessariamente, sull’elezione del Capo dello Stato, tra circa un mese. La consapevolezza dei rischi di lacerazione dell’alleanza stessa, in caso di elezione del Presidente con una maggioranza non coincidente e più ristretta, rispetto a quella di governo, sembra consigliare ai partiti di riprodurre l’alleanza che sostiene l’esecutivo, anche ai fini della scelta del nuovo inquilino del Quirinale. Viene dunque invocata da più parti una candidatura in cui possa riconoscersi l’intera maggioranza governativa. La figura che viene universalmente ritenuta più attrattiva dei consensi dell’intera area di governo – e forse anche oltre – sembra identificarsi nella persona del premier in carica, Mario Draghi, le cui recenti dichiarazioni alla stampa sono state interpretate come una manifestazione di disponibilità. Tocca ora ai partiti pronunciarsi, tenendo conto del nodo essenziale che contraddistinguerebbe questa candidatura: è il premier in carica, la sua elezione implicherebbe un cambio al timone dell’esecutivo. Peraltro, fino ad ora, non si è mai verificato il caso di elezione alla Presidenza della Repubblica del Presidente del Consiglio in carica. Nel caso in cui le forze politiche di governo accogliessero favorevolmente la disponibilità di Draghi, la vera sfida, sotto il profilo degli equilibri istituzionali e delle prospettive del quadro politico, sarebbe rappresentata dalla capacità di quegli stessi partiti di concludere contestualmente un duplice accordo: quello sulla candidatura alla massima carica dello Stato dello stesso Draghi e quello sul nome di colui che lo dovrebbe sostituire alla guida del governo, mantenendo inalterata la base parlamentare dello stesso. Un’impresa complessa, senza precedenti, che richiederebbe un forte senso di responsabilità dei partiti, la compattezza interna dei gruppi parlamentari, l’abbandono di tatticismi e speculazioni a fini di parte potenzialmente destabilizzanti, la scelta di un nuovo premier in linea con le impostazioni politico-programmatiche dell’attuale governo. Se, tuttavia, proprio a causa dell’eccessiva complessità dell’operazione, l’eventuale disponibilità dell’attuale premier non trovasse il consenso delle forze di maggioranza, questo potrebbe rivelarsi un vulnus anche per la sua autorevolezza alla guida del governo. E quindi anche la motivazione più persuasiva di una sua eventuale mancata candidatura – non può salire al Quirinale, perché è necessario al governo, proprio in virtù della sua autorevolezza – potrebbe rivelarsi una sorta di boomerang. Una questione, quindi, assai complicata. Anche perché trovare un altro candidato alla Presidenza della Repubblica che presenti quei requisiti che rendono Draghi un candidato più che idoneo, nelle contingenti circostanze storiche, non è impresa da poco. Ai fini di non mettere a rischio la maggioranza di governo, occorrerebbe, innanzitutto, una figura politicamente non divisiva, in cui possa rispecchiarsi un arco di forze molto ampio, culture lontane e antitetiche, da Lega a PD e Leu, da Forza Italia a 5 Stelle. E poi una figura che possa coniugare credibilità internazionale e autorevolezza sul piano nazionale, con una capacità ed esperienza politica che consentano di affrontare le crisi e di mediare con successo, quando emergano tendenziali vuoti di potere e condizioni particolarmente critiche negli equilibri parlamentari che, nonostante le continue riforme elettorali degli ultimi trent’anni, sono ancora ricorrenti nel nostro sistema in “eterna” transizione.

 

di Alessandro Forlani

 

Alessandro Forlani
Laureato in Giurisprudenza, ha svolto la professione di avvocato e, dal 2017, è Consigliere della Corte dei Conti.
Nel 1985 è stato eletto Consigliere comunale di Roma, restando in carica fino al 1989. Consigliere regionale del Lazio nella quinta legislatura, ha rivestito la carica di Presidente del Collegio Revisori dei Conti e poi quella di Presidente della Commissione Cultura e Personale, nel periodo in cui venne approvata la legge regionale sul diritto allo studio. Primo firmatario di diverse proposte di legge regionale, tra cui quella sul registro delle associazioni di volontariato, poi approvata. Nel 2001 è eletto senatore nella circoscrizione Marche e, nel corso della XIV° legislatura, è membro della Commissione Esteri e della Commissione Diritti Umani del Senato, della cui istituzione è stato tra i promotori. In quegli anni è anche componente della Delegazione Italiana presso l’Assemblea Parlamentare NATO. Dal 2006 al 2008 è deputato, eletto nella circoscrizione Marche, componente della Commissione Esteri e della Delegazione Parlamentare INCE. Negli stessi anni è anche Presidente, per l’Italia, dell’Ong “Parliamentarians for Global Action”.
Dal 2009 al 2016 è componente della Commissione di Garanzia dell’applicazione della legge sullo sciopero nei servizi pubblici essenziali, Commissario delegato per Sanità e Farmaceutica fino al 2012, poi, dal febbraio 2012, per il Trasporto Pubblico Locale.
Collabora, nel corso del tempo, a diverse testate e pubblicazioni.