IL GIORNO DELLA MEMORIA
di Alan Davìd Baumann

                                    Eva Fischer, Addio Shoah, 1949

Si avvicina il Giorno della Memoria, sancito dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite nel novembre 2005 per commemorare le vittime dell’Olocausto. Si scelse il 27 gennaio, perché data dell’ingresso delle truppe sovietiche nel campo di sterminio di Auschwitz, nel 1945.
La Shoah fa da sempre parte della mia vita e non sarebbe potuto andare diversamente, per come gli orrori accaduti siano rimasti indelebilmente incisi nelle vite dei miei genitori: esistenze circondate dalla morte, nonostante gli anni successivi siano stati coronati da gioie personali e professionali.
Ma cosa avrebbe potuto fare una ragazza che a soli 21 anni vide la propria città distrutta da bombardamenti inaspettati, la fuga notturna con i propri cari, l’abbandono di un cappotto rosso comprato con i primi lavori per non essere mitragliata dalla luftwaffe. Poi l’arrivo di altre sigle opprimenti: la vermacht, le SS e gli ustascia e l’allontanamento senza ritorno del padre?
Ma come avrebbe potuto tacere l’allora bambino che a soli 5 anni si vide chiudere in faccia il cancello dell’asilo, poi il padre grande erudito portato via ammanettato verso un confino lontano e la mamma lasciarsi morire da lì a poco per tristezza; poi una fuga solitaria per centinaia di chilometri, senza prima aver percorso una qualsiasi strada fuori dal proprio paesino?
Mi diceva il babbo: “non hai da raccontare che sei ebreo, tanto prima o poi te lo dirà qualcun altro”. Ora, alla vigilia della commemorazione annuale di queste atrocità, mi rendo conto che le sue parole sono incise lungo il viale della mia quotidianità. Il Giorno si rammenta solo il 27 gennaio: sarebbe invece opportuno che tale insegnamento fosse presente di continuo; ma lungo l’intero anno, la memoria della Shoah tende a diventare nell’interpretazione altrui solo una farsa teatrale. Nel 2021 l’ho vista inscenata da alcuni novax, ho guardato inorridito i mille insulti perpetrati alla senatrice Segre, ed attorno i racconti deliranti che parlano di forze “contaminatrici ebraiche”. L’ignoranza è la cultura di molte politiche o presunte tali ed il Giorno della Memoria dura si sempre, ma solo con differenti interpretazioni, lontane dalle reali pagine di storia.
Non temo l’antisemita, ma fa invece paura percepire il vuoto attorno a me mentre combatto: al mio fianco vedo solo i miei correligionari e pochi altri. Non cerco menti compassionevoli, non sono una vittima e soprattutto il mio Popolo non è vittima, non è carnefice, ma solo indiscutibilmente umano.
Credo fermamente nella Razza Umana invocata da Einstein, credo indiscutibilmente nell’unico Dio monoteista e combatto le teste umane che si pongono a capo di fazioni terroristiche ed i loro seguaci.
Detesto coloro che vivono solo sul sentito dire, non mi fido di coloro che reputano i fatti prigionieri di un passato remoto.
Sono nato 19 anni dopo la conclusione della seconda guerra mondiale e mi fu detto che ero figlio di un periodo di pace, vana illusione che i genitori di quel tempo coltivavano anche per loro stessi. Ora che ho vissuto per ben tre volte quel corto periodo, mi sento esser nato a testimonianza della continuità della vita, solo poco lontano dagli orrori di un tempo che finge di passare. Ho patito la guerra sofferta dai miei ed i 41 parenti diretti trucidati fra i sei milioni; lungo gli anni non mi sono sembrati fatti di carta quelli innumerevoli missili lanciati da Gaza, che il mondo giustifica nella sua ipocrisia, ma che hanno la stessa macabra intenzione chiamata Soluzione Finale. Per questo la Shoah si differenzia tra gli Olocausti: tutti tragici ma l’unicità è quella di andare a braccare ogni essere umano “macchiato” di essere nato ebreo, per ogni luogo, tempo, nazionalità, etc.
Vedo oggi voler generalizzare il Giorno della Memoria come uno fra tanti – Vd. Programma a Ferrara -, o nasconderlo fra Covid ed elezioni politiche; spesso sembra che unicamente il 27 gennaio ci si renda conto di quel che significhino il razzismo, l’antisemitismo, mentre all’alba del 28 si torna ad esserne giustificati, come il giorno dopo il Natale cristiano: “Gabbatu lu santu…”

di Alan Davìd Baumann

 

Alan Davìd Baumann
Alan Davìd Baumann è nato a Roma il 15 maggio 1964.
Giornalista, dirige la testata on-line “L’ideale” (www.lideale.info) e collabora con altri periodici.
“Vendo Fantasia – dice a chi chiede di cosa si occupa – perché sono più di 30 gli anni che hanno forgiato questa professione, attraverso la raccolta di idee, emozioni, colori. Relazioni e connessioni tra grafica, giochi di parole, marketing, contatti, informatica, editoria, mostre d’arte, convegni, giornalismo, creazioni di logo, concetti, ecc. . Unire pensieri ad azioni, far diventare fatti le parole”.
“Rendere realtà la fantasia, significa portare avanti le proprie idee rendendole di facile impatto ed utilità, come lo scrivere per chi non sa (fra le prime nozioni del giornalismo), senza offuscarne il gusto, la qualità, l’obbiettivo di spartire le proprie idee”.
“Vendo Fantasia – sottolinea Baumann – perché solo grazie ad essa si può attivare una condivisione positiva e tramutare un’esistenza passiva. Vendo immaginazione condita con creatività”.
Più informazioni su www.lideale.infowww.abef.it