Rischio “lockdown produttivo” per la crisi energetica: cosa può succedere

Rischio “lockdown produttivo” per la crisi energetica: cosa può succedere

I settori più in crisi sono quelli che soffrono per la batosta energetica. E possono subire veri e propri lockdown produttivi

La manovra che ha impostato uno stanziamento da 1,6 miliardi di euro destinato ai nuovi sostegni alle attività ancora in crisi e di 1,2 miliardi per alleviare le conseguenze dello tsunami energetico non ha rappresentato che una goccia d’acqua nel deserto. I ristori saranno destinati prevalentemente ad attività del settore turistico, della cultura, dello sport, della moda e del tessile, ma la maggior parte delle imprese produttive rischiano l’osso del collo.

Il caro bollette provocherà un aumento medio delle spese per l’energia di circa il 55% e per molte imprese questo significherà, in sostanza, il rischio di lockdown produttivi se il trend non si invertirà.

Il fatto che a tutte queste imprese che hanno subito un incremento del costo energetico per Kwh superiore al 30%, rispetto al 2019, è stato riconosciuto un contributo straordinario a parziale compensazione dei maggiori oneri sostenuti, sotto forma di credito di imposta, pari al 20% delle spese sostenute per la componente energetica acquistata ed effettivamente utilizzata nel primo trimestre del 2022, non risolve il problema. Si parlerebbe in questo senso di coprire solo un piccolo frammento di una crescita strutturale, nonché di agire sul versante inefficace dello sconto fiscale che, nel breve periodo, non crea una svolta sistemica per chi può essere costretto a cessare temporaneamente la produzione.

Nel quadro inflattivo dell’economia in via di claudicante ripresa si situa la grave difficoltà che le aziende energivore incontrano nel consiliare la sostenibilità della produzione con costi dell’energia in aumento esponenziale. Le imprese energivore dei settori che soffrono maggiormente per lo tsunami energetico e la bomba della principale risorsa fossile, il gas naturale, dei permessi d’inquinamento Ue (sempre più costosi) e della bolletta elettrica, nota l’Innovation Post, danno all’economia nazionale “88 miliardi di valore aggiunto l’anno, esportano il 55% del fatturato e impiegano 350 mila persone, che raddoppiano considerando l’indotto”.

Vari settori incontrano problemi diversi, che si saldano alle grandi questioni dell’economia internazionale, dalla crisi della logistica al chipageddon: ad produzione di scatole di cartone e materiali da imballaggio era già sotto pressione a causa della domanda alle stelle durante la pandemia, ma la crisi energetica ha messo in difficoltà il lavoro delle cartiere d’Europa e Italia. Questo a cascata crea problemi su diversi settori, dall’alimentare all’editoria. Il primo di questi settori, cruciale e strategico, soffre da mesi il fatto che i prezzi dei fertilizzanti, uno degli elementi più importanti dell’agricoltura, stiano salendo alle stelle, colpendo duramente gli agricoltori già vittime di costi crescenti.

La materia prima rende costosi i fertilizzanti, ma non solo: diverse compagnie energetiche hanno annunciato ricapitalizzazioni nell’ordine di decine di miliardi di euro per far fronte ai costi crescenti di approvvigionamento. La catena del valore dell’automobile soffre, alla congiunzione tra crisi pandemica, crisi energetica e carenza di chip. Acciaierie e fabbriche di lavorazione del vetro usano grandi quantitativi di elettricità e gas e per Alessandro Banzato, presidente di Federacciai, ““nel corso della giornata la produzione viene tagliata e spostata in orari più favorevoli ma è un palliativo dato che il risparmio è lontano dal compensare gli aumenti. Ricordiamo che la bolletta media dell’energia per un produttore di acciaio era di circa 10 milioni al mese ma oggi parliamo di 35 milioni”, in linea col boom nazionale di spesa che Confindustria immagina saltare da 9 a 37 miliardi di euro per i cittadini nel biennio 2020-2022. Inoltre, il segretario dem Enrico Letta afferma convinto che “la riqualificazione energetica delle case abbatte sprechi e consumi eccessivi e riduce le bollette delle famiglie” ma oggi la questione dell’edilizia colpita dai rincari tiene in scacco il Superbonus.

Il settore più assediato, e il vero campo di battaglia della “tempesta perfetta” che si potrà scatenera, è quello della ceramica. L’unico in cui la minaccia di lockdown produttivi si è materializzata nella scelta sistemica di prolungamento della pausa natalizia. Il settore nazionale della ceramica per piastrelle, per fare un esempio, ha sperimentato nel 2021 una bolletta del gas metano che era di circa 250 milioni, per quest’anno invece prevede un aumento del 500% della spesa e costi di oltre 1,2 miliardi, pari a un quinto del suo fatturato totale per la sola fornitura di base. Per Confindustria Ceramica, contattata dal Corriere della Sera, la soluzione è intervenire sul prezzo del gas: “Vorremmo che il governo desse disposizioni di estrarre più metano, in modo da ridurre la nostra dipendenza dalle importazioni. Questo però vorrebbe dire metterlo sul mercato a un prezzo calmierato in modo da salvaguardare il mondo manifatturiero e i posti di lavoro”.

Tutti questi scenari insegnano che è poco chiaro immaginare una transizione energetica capace di creare sviluppo in un contesto emergenziale tanto grave e preoccupante. Sostenibilità e sviluppo sembrano andare sempre più di pari passo come concetti, ma ora più che mai lo tsunami energetico impone alle aziende di pensare nel breve periodo. E nessuna decarbonizzazione potrà essere vincente se non riuscirà a sanare il rischio che i colli di bottiglia del mercato tradizionale frenino l’economia italiana e europea. Riportando i venti della recessione negli anni in cui l’esaltazione del green porta spesso a dimenticare scelte pragmatiche ben più contingenti per lenire gli effetti di crisi sistemiche.

dal sito www.ilgiornale.it