Un Mese Di Guerra In Ucraina

Un Mese Di Guerra In Ucraina

Che cosa è successo e perché l’Ucraina, centro geografico dell’Europa, è diventata il nuovo centro del mondo

L’invasione dell’Ucraina da parte della Russia sta cambiando la storia dell’Europa e del mondo. In pochi giorni il conflitto è diventato uno spartiacque con conseguenze a lungo termine che non riguardano solo le parti in causa. Dalla messa in discussione della transizione energetica alla rivitalizzazione della Nato, dalla fuga di oltre tre milioni e mezzo di persone al nuovo equilibrio tra le potenze, a prescindere dall’esito del conflitto, il mondo di domani potrebbe non essere più lo stesso.

L’antefatto: occhi del mondo (e della Nato) puntati sui movimenti delle truppe russe
Tra gennaio e febbraio la Russia aveva posizionato 130mila truppe e ospedali da campo lungo tutti i confini ucraini, anche nell’alleata Bielorussia. Operazioni monitorate con grande attenzione dai membri della Nato, l’organizzazione internazionale nata nel 1949 per contrastare come blocco occidentale e compatto un eventuale attacco dell’Unione Sovietica durante la Guerra Fredda.

L’Ucraina fin dalla sua indipendenza nel 1991 ha chiesto di poter far parte dell’Alleanza Atlantica, che oggi conta 30 membri. Ma ufficialmente la Nato ha continuato a chiedere a Kiev riforme militari, politiche e legislative che le permettessero di allinearsi con le aspettative del quadro euro-atlantico.​ Il Cremlino oppone con decisione l’ingresso di Kiev nell’Alleanza militare atlantica: tra le garanzie, oltre a chiedere la certezza che l’Ucraina non vi aderirà mai, Mosca chiede lo stop all’allargamento della Nato ad est, accusando l’Occidente di voler “circondare” militarmente la Russia.​ Questo è uno dei punti chiave del conflitto in corso.

Anche Vladimir Putin lo pensava.
I russi sembravano certi che il Paese invaso sarebbe collassato, il governo ucraino sarebbe fuggito e che in 48 ore il problema sarebbe stato risolto. La guerra lampo invece non ha funzionato. Vincenzo Camporini, ex capo di Stato Maggiore della Difesa Italiana, nelle prime ore dell’invasione ha commentato a Rainews.it: «Sicuramente Putin, e il suo gruppo dirigente, non avevano previsto una resistenza ucraina così forte. È stata una sorpresa.»

L’analisi sembra confermata anche dall’arresto il 12 marzo del capo del servizio di spionaggio estero dell’Fsb e il suo vice, Sergej Beseda e Anatolij Bolyukh. I due vertici avrebbero fornito notizie errate e avrebbero rubato i soldi destinati ad arruolare agenti, mettere assieme pezzi di intelligence e organizzare operazioni sovversive. Un colpo durissimo per Putin.

L’altra grande sorpresa è stata Volodymyr Zelensky: in pochi giorni il presidente ucraino, eletto nel 2019 con il 73% dei voti, si è imposto come leader riconosciuto a livello internazionale e come eroe in patria. Barba incolta, selfie e comunicazione social quotidiana, Zelensky ha fatto dimenticare a tutti il suo passato da comico, le polemiche uscite con i Pandora Papers riguardo le sue partecipazioni in società offshore e il suo coinvolgimento nell’impeachment americano (quando Trump lo avrebbe minacciato con la sospensione di aiuti militari se non avesse ordinato un’inchiesta per incastrare Joe Biden e il figlio Hunter).

I primi giorni sembrano procedere con velocità, ma poi si assiste a uno stallo. Non avanzando in modo eclatante la conquista del territorio, la Russia ha man mano cambiato strategia: mentre si ricompattava e si riorganizzava, sono iniziati i bombardamenti anche sui civili e sulle zone residenziali. Le città vengono circondate, isolate dai rifornimenti, assediate e colpite ininterrottamente, giorno dopo giorno. Secondo una denuncia dell’Onu fin dai primi attacchi vengono usate anche le bombe a grappolo, ordigni che prevedono una doppia deflagrazione, anche a scoppio ritardato. Proprio per la loro portata devastante, sono vietate dal diritto umanitario internazionale. La Difesa russa ha anche confermato l’utilizzo di armi termobariche, chiamate “rompi polmoni” perché il risucchio velocissimo dell’aria dai polmoni può provocare la morte. L’onda d’urto può durare molto più a lungo di quella prodotta da un esplosivo convenzionale e può essere in grado di vaporizzare i corpi umani per le altissime temperature sprigionate nelle vicinanze. Ufficialmente queste armi non sono considerate illegali.

L’escalation violenta trova comunque una risposta nella resistenza ucraina: cittadini volontari imbracciano armi mai usate prima e imparano a scavare trincee; affiancano i militari in quella che sempre di più si trasforma in una guerriglia urbana. Si combatte città per città, strada per strada. Come a Chernihiv, nel Nord. Anche nei rari casi in cui i russi riescono a ottenere la ritirata dell’esercito ucraino o a prendere dominio dei palazzi governativi, come sul Mar Nero a Kherson o a Berdyansk per esempio, comunque non ottengono collaborazione dalla cittadinanza. Ma i tristi simboli di questa resistenza resteranno soprattutto Mariupol, a sud sul Mar d’Azov; Kharkiv, nell’Ucraina orientale al confine con la Russia; Irpin e i sobborghi di Kiev a nord.

La catastrofe umanitaria di Mariupol
La situazione umanitaria nella città portuale di Mariupol, 400mila abitanti prima della guerra, è “catastrofica”. «Le persone hanno enormi problemi ad accedere all’acqua potabile, non c’è più elettricità, non c’è riscaldamento» racconta Laurent Ligozat, coordinatore delle emergenze di Medici senza Frontiere in Ucraina. Il cibo sta finendo, i negozi e le farmacie sono vuote. Circondata da settimane, non si entra e non si esce. Isolata sia da aiuti umanitari sia da rinforzi militari. Senza internet né rete telefonica. I corridoi umanitari sono stati più volte colpiti e le persone, compresi alcuni italiani, fino a pochi giorni fa non riuscivano a scappare. Le autorità cittadine hanno predisposto le fosse comuni perché ormai è ingestibile la situazione degli obitori e i continui bombardamenti non permettono la sepoltura dei propri cari.

È da Mariupol che arrivano le immagini delle donne incinte insanguinate, delle incubatrici vuote in mezzo ai calcinacci. Sempre da questa città portuale le notizie del bombardamento di una scuola e di un teatro, dove si erano rifugiate centinaia di persone e di cui ancora non si capisce quante ne siano sopravvissute.

La distruzione di Kharkiv
Kharkiv, la “capitale” dell’Est ucraino, è stata assediata già dal primo giorno dell’invasione russa. È la seconda città per popolazione dopo Kiev, con 1,5 milioni di abitanti. Aveva 24 università, con una stima del New York Times di circa 200mila persone tra studenti e professori. Dopo la secessionista Donetsk, è l’area dell’Ucraina più abitata dalla minoranza russofona.

Il 27 febbraio le truppe russe sono entrate in città dopo pesanti bombardamenti che hanno distrutto un gasdotto, provocando una gigantesca esplosione e un incendio. Un missile ha colpito anche un palazzo di 9 piani, uccidendo una donna. I civili non vengono risparmiati. Dal 1 marzo poi la città è stata bombardata ininterrottamente. Distrutti man mano i monumenti, i palazzi storici, quelli governativi, scuole, centri commerciali. Case, palazzi. La città però, nonostante la devastazione, è ancora in mano ucraina.

La fuga da Irpin
«Irpin non si arrende, Irpin non si compra, Irpin combatte!» ha scritto sui social il sindaco del sobborgo di Kiev, preso di mira dai russi come uno dei varchi verso la capitale Kiev. Gli inviati e i fotoreporter presenti sul luogo raccontano di cadaveri sparsi per le strade.

L’immagine della città sotto assedio è la fila delle persone che lasciano la cittadina. Ammassati, alla ricerca di una via di fuga, sotto il ponte crollato. E le persone non rinunciano a portare in salvo i propri animali. Il tutto inizia ai primi di marzo. Sempre nelle vicinanze del ponte perderà la vita il giornalista freelance americano Brent Renaud ucciso a un check point con un colpo al collo. Poi toccherà, nel villaggio di Horenka vicino a Kiev, al cameraman di Fox News Pierre Zakrzewski e alla giornalista ucraina Oleksandra Kuvshynova.

Gli altri giornalisti morti in questa guerra sono: Yevheniy Sakun, cameraman ucraino di LIVE TV, ucciso il 1 marzo durante un attacco missilistico alla torre della TV a Kiev; Oksana Baulina, una giornalista russa trasferitasi in Ucraina per seguire il conflitto, morta dopo essere stata colpita dai bombardamenti a Kiev, mentre filmava la distruzione provocata dal lancio di razzi in un centro commerciale, nel distretto di Podolsky; l’Unione nazionale dei giornalisti dell’Ucraina (NUJU) ha confermato che il reporter ucraino Viktor Dedov, di Sigma-tv, è morto l’11 marzo a Mariupol a causa del bombardamento del suo appartamento.

L’emergenza umanitaria dei profughi
«Questa è la crisi migratoria più rapida che abbiamo visto in Europa dalla fine della Seconda Guerra mondiale» spiega Filippo Grandi, il capo dell’agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati.

In soli 30 giorni sono scappati oltre tre milioni e mezzo di ucraini e l’Unione Europea ha stimato un esodo di circa 5 milioni di rifugiati. Fuggono soprattutto donne, anziani e bambini. Secondo l’Unicef la metà dei profughi sono minori, molti dei quali non accompagnati: l’emergenza nell’emergenza.

È la Polonia la prima con il record di accoglienza. Il paese guidato dal Presidente Andrzej Duda e dal premier Mateusz Moraviecki, entrambi del partito Diritto e Giustizia (Pis), in Europa nella coalizione di Fratelli d’Italia e Vox, ha varato un provvedimento di sostegno: regolarizzazione con decorrenza immediata all’ingresso in Polonia, permesso di soggiorno valido 36 mesi, accesso parziale al welfare, alloggi messi a disposizione gratuitamente o per una quota simbolica da parte dei cittadini polacchi sono solo alcune delle misure previste esclusivamente per i profughi di nazionalità ucraina (o per rifugiati sposati con ucraini). Tutte le altre persone di altre nazionalità devono invece continuare con l’iter di richiesta asilo.

Charles Michel, presidente del Consiglio Europeo, ha commentato: «In passato la questione migratoria è stata al centro di aspri dibattiti all’interno dell’Unione Europea, ma vediamo che la stragrande maggioranza dei cittadini europei si è impegnata ad accogliere donne e bambini ucraini in maniera dignitosa, dobbiamo dimostrare solidarietà, lavoriamo in maniera intensa con la Commissione e dobbiamo sostenere i Paesi limitrofi all’Ucraina. Dobbiamo risolvere in maniera strutturale il problema della migrazione dove l’Italia si trova in prima linea. Speriamo che riusciremo a fare passi avanti».

Sostegni per l’accoglienza dei profughi ucraini sono stati stanziati anche dall’Italia: 428 milioni di euro per il 2022. Nel complesso è previsto un piano per l’assistenza di 83mila persone, con una rete integrata che punta soprattutto sull’ospitalità privata e sulle associazioni del Terzo settore. «Un quarto dei fondi sarà destinato ai servizi sanitari per chi entrerà in Italia e poi, a lato, stanziamenti per il sistema dell’istruzione per proseguire l’anno scolastico ma anche per accogliere nuovi eventuali alunni» ha evidenziato il ministro dell’Economia Daniele Franco.

La crisi energetica e nucleare
Esiste un’interdipendenza energetica tra la Russia e l’Europa: da Mosca arriva il 26% delle importazioni di petrolio e il 40% delle importazioni di gas. Ma d’altra parte la Russia dipende economicamente dal mercato energetico dell’Unione europea: quasi due terzi delle esportazioni di petrolio e due terzi delle sue esportazioni di gas e circa la metà delle sue esportazioni di carbone vanno verso l’Ue, cioè quasi la metà delle entrate di bilancio per il governo russo.

Nel documento della Commissione europea sul Green Deal europeo si legge: «La Russia vedrà le sue esportazioni di prodotti energetici verso l’Ue ridursi entro i prossimi 10-20 anni, il che avrà inevitabilmente un impatto interno».

Per quanto riguarda il nucleare l’invasione dell’Ucraina ha innescato un effetto che potrebbe culminare con lo sdoganamento definitivo del “nuovo” nucleare. La strategia europea per le energie a fusione “prevede l’entrata in funzione del primo prototipo di reattore nel 2025-2028”.

Ma la grande paura, dopo la conquista russa della centrale di Zaporizhzhia, la più grande d’Europa e con 6 reattori, è lo spettro di un disastro nucleare. Si paventa una “nuova Chernobyl”. L’Ucraina con 15 reattori operativi è il settimo produttore mondiale di energia nucleare.

I colloqui
I negoziati con l’Ucraina sono “difficili”, ma il fatto stesso che vadano avanti è “positivo”, ha detto il portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov.

Anche il presidente ucraino Volodymyr Zelensky aveva definito “difficili” i negoziati.
Le posizioni restano distanti. Almeno in via ufficiale.

La Russia ha richiesto la neutralità dell’Ucraina in Costituzione, la cessione della Crimea e il riconoscimento delle repubbliche autonome separatiste di Luhansk e Donetsk nel Donbass. Negli ultimi incontri Mosca non ha fatto riferimento alla smilitarizzazione del Paese, ma non si sa se l’argomento sia decaduto.

L’Ucraina accetta la prima condizione ma non sembra cedere sull’integrità territoriale e in primis chiede un cessate il fuoco immediato e il ritiro di tutte le truppe russe. Intanto lunedì 21 marzo sono ripresi in video collegamento i colloqui tra le delegazioni Russia e Ucraina. In questa fase sono i sottogruppi a lavorare per mettere le basi di un possibile accordo.

Sui negoziati incombe la richiesta di resa alla città di Mariupol, che per ora è stata respinta.

Prosegue senza sosta il lavoro della diplomazia internazionale, con il coinvolgimento di Israle, Cina e Turchia.

Il ruolo della Cina
L’incontro tra il presidente americano Joe Biden e il suo omologo cinese Xi Jinping, dopo i colloqui di Roma tra Jake Sullivan, consigliere di Biden per la sicurezza nazionale, e Yang Jiechi, direttore del Comitato Centrale per gli Affari Esteri del Partito Comunista Cinese, evidenzia l’importante ruolo del paese asiatico nel conflitto che sta sconvolgendo l’Europa dell’Est.

L’invasione russa dell’Ucraina pone la Cina di fronte al principio cardine che regolamenta la sua politica estera: Pechino promuove la “non ingerenza” negli affari interni degli altri Paesi. Per la Cina è fondamentale la stabilità internazionale per portare avanti i suoi progetti economici. Non solo l’iniziativa della Belt and Road Initiative, la nuova via della seta che garantirebbe gli sbocchi commerciali per le produzioni cinesi. Il Partito comunista, che ha individuato come obiettivo di crescita nel 2022 solo il 5% del Pil, non può permettersi di avviarsi verso un pantano economico e finanziario, ancora più grave di quello dovuto alla pandemia di Covid-19.

Al momento non ci sono prove che la Cina abbia lanciato un salvagente all’economia e alla finanza russa, né che abbia inviato armi a supporto dell’invasione. Tra l’altro l’ambasciatore cinese negli Stati Uniti, Qin Gang, ha respinto categoricamente la notizia del New York Times secondo cui la Cina fosse già a conoscenza del progetto belligerante della Russia. «Le affermazioni secondo cui la Cina era a conoscenza, ha acconsentito o tacitamente sostenuto questa guerra sono pura disinformazione».

Il governo cinese deve fare i conti: l’interscambio commerciale con la Russia vale 147 miliardi di dollari; quello con gli Stati Uniti è intorno ai 750 miliardi; con l’Unione europea è arrivato oltre gli 820. La Cina non può permettersi di farsi isolare, neanche in nome dell’alleanza “senza limiti” promessa da Xi Jinping a Vladimir Putin. Posizione che sembra aver condizionato l’astensione cinese all’Onu nei voti di condanna dell’invasione russa (in Consiglio di Sicurezza dove Pechino ha il diritto di veto e poi in Assemblea Generale).

Le sanzioni economiche
Questa è una guerra che si combatte non solo sul campo militare ma anche su quello economico. Le sanzioni varate da Europa e Stati Uniti, a cui ha aderito anche la Svizzera rompendo la sua storica neutralità, ne sono la prova.

Il 23 febbraio è arrivato il primo pacchetto di sanzioni che ha riguardato il blocco del commercio e degli investimenti per infrastrutture, trasporti, telecomunicazioni, energia e turismo e congelamento dei beni, blocco dei contratti e divieto di ingresso nell’Unione Europea per oligarchi, banche e società.

Il 28 febbraio la scure si è abbattuta sulle riserve e sugli asset della Banca Centrale Russa. Si è deciso il divieto di atterraggio, decollo e sorvolo sul territorio di tutta l’Unione Europea per gli aerei, anche privati, di operatori russi o di proprietà di persone fisiche o giuridiche russe.

Dal primo marzo si colpiscono anche, per la prima volta, i media come Russia Today e Sputnik e le loro sedi nella Ue, considerandoli strumenti di propaganda e disinformazione del governo russo. Sono state escluse dal sistema finanziario Swift sette banche russe (a eccezione di Gazprombank e Veb, essenziali per la compravendita di idrocarburi). Il 9 marzo le sanzioni colpiscono l’alleato della Russia, cioè la Bielorussia, con il blocco delle transazioni relative alle riserve e agli asset della Banca Centrale e con il divieto di esportare in Bielorussia banconote denominate in euro.

Anche i colossi industriali e le società private hanno aderito al boicottaggio: da un giorno all’altro sono state chiuse sedi, interrotte vendite e produzioni, bloccati i finanziamenti e gli investimenti. Solo per citare qualche esempio di marchi famosi: hanno aderito all’esclusione della Russia dal mercato globale McDonald’s, Starbucks, Netflix, Ikea, Stellantis, Toyota, Nike, TikTok e Spotify.

 

dal sito www.rainews.it