Il messaggio di papa Francesco al Meeting di Rimini

 

Il messaggio di papa Francesco al Meeting di Rimini

A Sua Eccellenza Reverendissima

Mons. FRANCESCO LAMBIASI Vescovo di Rimini

Eccellenza Reverendissima,

il Santo Padre La saluta di cuore e Le affida, per mio tramite, questo messaggio per il prossimo Meeting per l’amicizia fra i popoli, intitolato «Una passione per l’uomo». Nel centenario della nascita del Servo di Dio Mons. Luigi Giussani, gli organizzatori intendono fare memoria grata del suo zelo apostolico, che lo ha spinto a incontrare tante persone e a portare a ciascuno la Buona Notizia di Gesù Cristo. Disse infatti nel suo discorso al Meeting del 1985: «Il cristianesimo non è nato per fondare una religione, è nato come passione per l’uomo. […] L’amore all’uomo, la venerazione per l’uomo, la tenerezza per l’uomo, la passione per l’uomo, la stima assoluta per l’uomo».
A volte sembra che la storia abbia voltato le spalle a questo sguardo di Cristo sull’uomo. Papa Francesco lo ha sottolineato in tante occasioni: «La fragilità dei tempi in cui viviamo è anche questa: credere che non esista possibilità di riscatto, una mano che ti rialza, un abbraccio che ti salva, ti perdona, ti risolleva, ti inonda di un amore infinito, paziente, indulgente; ti rimette in carreggiata» (Il nome di Dio è Misericordia. Una conversazione con Andrea Tornielli, Città del Vaticano-Milano 2016, 31). È questo l’aspetto più penoso dell’esperienza di tanti che hanno vissuto la solitudine durante la pandemia o che hanno dovuto abbandonare tutto per sfuggire alla violenza della guerra. Ecco allora che la parabola del buon samaritano è oggi più che mai una parola-chiave, perché è evidente come «gli uomini nel loro intimo aspettino che il samaritano venga in loro aiuto, che egli si curvi su di essi, versi olio sulle loro ferite, si prenda cura di loro e li porti al riparo. In ultima analisi essi sanno di aver bisogno della misericordia di Dio e della sua delicatezza […], di un amore salvifico che venga donato gratuitamente» (Intervista a S.S. il Papa emerito Benedetto XVI, in Per mezzo della fede, a cura di Daniele Libanori, Cinisello Balsamo 2016, 129).
Il Vangelo addita il buon samaritano come modello di una passione incondizionata per ogni fratello e sorella che si incontra lungo il cammino; e per questo ha un’assonanza profonda con il tema del Meeting: «Prendiamoci cura della fragilità di ogni uomo, di ogni donna, di ogni bambino e di ogni anziano, con quell’atteggiamento solidale e attento, l’atteggiamento di prossimità del buon samaritano» (Enc. Fratelli tutti, 79).
Non si tratta solo di generosità, che alcuni hanno di più e altri meno. Qui Gesù ci vuole mettere davanti alla radice profonda del gesto del buon samaritano. Papa Francesco la descrive così: «Riconoscere Cristo stesso in ogni fratello abbandonato o escluso (cfr Mt 25,40.45). In realtà, la fede colma di motivazioni inaudite il riconoscimento dell’altro, perché chi crede può arrivare a riconoscere che Dio ama ogni essere umano con un amore infinito e che gli conferisce con ciò una dignità infinita. A ciò si aggiunge che crediamo che Cristo ha versato il suo sangue per tutti e per ciascuno, e quindi nessuno resta fuori dal suo amore universale» (ibid., 85).
Questo mistero non finisce mai di stupirci, come proprio Don Giussani testimoniò alla presenza di San Giovanni Paolo II il 30 maggio 1998: «“Che cosa è l’uomo perché te ne ricordi, il figlio dell’uomo perché te ne curi?”. Nessuna domanda mi ha mai colpito, nella vita, così come questa. C’è stato solo un Uomo al mondo che mi poteva rispondere, ponendo una nuova domanda: “Qual vantaggio avrà l’uomo se guadagnerà il mondo intero e poi perderà se stesso? O che cosa l’uomo potrà dare in cambio di sé?”. […] Solo Cristo si prende tutto a cuore della mia umanità» (Generare tracce nella storia del mondo, Milano 2019, 7-8).
È questa passione di Cristo per il destino di ciascuna creatura che deve animare lo sguardo del credente verso chiunque: un amore gratuito, senza misura e senza calcoli. Ma — ci chiediamo — tutto ciò non potrebbe apparire una pia intenzione, rispetto a quanto vediamo accadere nel mondo di oggi? Nello scontro di tutti contro tutti, dove gli egoismi e gli interessi di parte sembrano dettare l’agenda nella vita dei singoli e delle nazioni, come è possibile guardare chi ci sta accanto come un bene da rispettare, custodire e curare? Come è possibile colmare la distanza che separa gli uni dagli altri? La pandemia e la guerra sembrano avere allargato il fossato, facendo arretrare il cammino verso un’umanità più unita e solidale.
Ma sappiamo che la strada della fraternità non è disegnata sulle nuvole: essa attraversa i tanti deserti spirituali presenti nelle nostre società. «Nel deserto — diceva Papa Benedetto XVI — si riscopre il valore di ciò che è essenziale per vivere; così nel mondo contemporaneo sono innumerevoli i segni, spesso espressi in forma implicita o negativa, della sete di Dio, del senso ultimo della vita. E nel deserto c’è bisogno soprattutto di persone di fede che, con la loro stessa vita, indicano la via verso la Terra promessa e così tengono desta la speranza» (Omelia nella S. Messa di apertura dell’Anno della fede, 11 ottobre 2012). Papa Francesco non si stanca di indicare la strada che attraversa il deserto portando vita: «Il nostro impegno non consiste esclusivamente in azioni o in programmi di promozione e assistenza; quello che lo Spirito mette in moto non è un eccesso di attivismo, ma prima di tutto un’attenzione rivolta all’altro considerandolo come un’unica cosa con sé stessi. Questa attenzione d’amore è l’inizio di una vera preoccupazione per la sua persona e a partire da essa desidero cercare effettivamente il suo bene» (Esort. ap. Evangelii gaudium, 199).
Recuperare questa consapevolezza è decisivo. Una persona non può fare da sola il cammino della scoperta di sé, l’incontro con l’altro è essenziale. In questo senso, il buon samaritano ci indica che la nostra esistenza è intimamente connessa a quella degli altri e che il rapporto con l’altro è condizione per diventare pienamente noi stessi e portare frutto. Donandoci la vita, Dio ci ha dato in qualche modo sé stesso perché noi, a nostra volta, ci diamo agli altri: «Un essere umano è fatto in modo tale che non si realizza, non si sviluppa e non può trovare la propria pienezza se non attraverso un dono sincero di sé» (Enc. Fratelli tutti, 87). Don Giussani aggiungeva che la carità è dono di sé “commosso”. In effetti, è commovente pensare che Dio, l’Onnipotente, si sia curvato sul nostro niente, abbia avuto pietà di noi e ci abbia amato ad uno ad uno di un amore eterno.
Qual è il frutto di chi, imitando Gesù, fa dono di sé? «L’amicizia sociale che non esclude nessuno e la fraternità aperta a tutti» (ibid., 94). Un abbraccio che abbatte i muri e va incontro all’altro nella consapevolezza di quanto vale ogni singola concreta persona, in qualunque situazione si trovi. Un amore all’altro per quello che è: creatura di Dio, fatta a sua immagine e somiglianza, dunque dotata di una dignità intangibile, di cui nessuno può disporre o, peggio, abusare.
È questa amicizia sociale che, come credenti, siamo invitati ad alimentare con la nostra testimonianza: «La comunità evangelizzatrice si mette mediante opere e gesti nella vita quotidiana degli altri, accorcia le distanze, si abbassa fino all’umiliazione se è necessario, e assume la vita umana, toccando la carne sofferente di Cristo nel popolo» (Evangelii gaudium, 24). Quanto bisogno hanno gli uomini e le donne del nostro tempo di incontrare persone che non impartiscano lezioni dal balcone, ma scendano in strada per condividere la fatica quotidiana del vivere, sostenute da una speranza affidabile!
Papa Francesco insiste nel chiamare i cristiani a questo compito storico, per il bene di tutti, nella certezza che la fonte della dignità di ogni essere umano e la possibilità di una fraternità universale è il Vangelo di Gesù incarnato nella vita della comunità cristiana: «Se la musica del Vangelo smette di vibrare nelle nostre viscere, avremo perso la gioia che scaturisce dalla compassione, la tenerezza che nasce dalla fiducia, la capacità della riconciliazione che trova la sua fonte nel saperci sempre perdonati-inviati. Se la musica del Vangelo smette di suonare nelle nostre case, nelle nostre piazze, nei luoghi di lavoro, nella politica e nell’economia, avremo spento la melodia che ci provocava a lottare per la dignità di ogni uomo e donna» (Discorso nell’Incontro ecumenico, Riga — Lettonia, 24 settembre 2018).
Il Santo Padre auspica che gli organizzatori e i partecipanti al Meeting 2022 accolgano con cuore lieto e disponibile questo appello, continuando a collaborare con la Chiesa universale sulla strada dell’amicizia fra i popoli, dilatando nel mondo la passione per l’uomo. E mentre affida tale intenzione all’intercessione di Maria Santissima, invia di cuore la Benedizione Apostolica.

Formulando il mio personale augurio di un Meeting che risponda pienamente alle attese, mi confermo con sensi di distinto ossequio
dell’Eccellenza Vostra Reverendissima dev.mo
Pietro Card. Parolin Segretario di Stato

Dal Vaticano, 13 luglio 2022

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da Ufficio Stampa Meeting Rimini