La crisi alimentare globale è un allarme infondato

La crisi alimentare globale è un allarme infondato

Il Pianeta produce molto più cibo di quello che servirebbe a sfamare i suoi 8 miliardi di abitanti. Secondo The Economist è possibile che gli intermediari specializzati nel commercio di materie prime agroalimentari abbiano generato il panico per speculare

Non è colpa degli organizzatori del Meeting di Rimini se il tema dell’evento quest’anno è “La crisi alimentare globale”. Mesi di allarmi apocalittici sulla penuria di cibo – provocata dalla guerra in Ucraina oppure dalle siccità – hanno finito per condizionare anche loro. La verità è che quel titolo oggi suona a dir poco esagerato o superato. Non siamo alla vigilia di carestie di massa, l’emergenza alimentare è meno grave di quanto ci è stato detto. E sorge il fondato sospetto che quegli allarmi fossero interessati.

I dati sono inconfutabili: il pianeta produce molto più cibo di quanto serva a sfamare i suoi otto miliardi di abitanti; anche le tensioni sui prezzi sono in via di superamento. Partiamo da questo secondo aspetto. L’inflazione continua a galoppare in molte aree del mondo, trainata soprattutto dai prezzi del gas. Ma il carovita non è più sospinto dai prezzi alimentari. Le maggiori derrate agricole, in particolare i cereali, sono scesi ai livelli di prezzi dove si trovavano prima dell’invasione di Putin in Ucraina.

Se concentriamo l’attenzione sul teatro di guerra, che coinvolge il primo esportatore mondiale di grano (Russia) e il quinto (Ucraina), la situazione non è drammatica come si credeva, anzi. (Russia e Ucraina sono anche fra i maggiori produttori-esportatori di altri cereali nonché olio di semi). E se la catastrofe è stata evitata non è per merito dell’accordo sponsorizzato da Onu e Turchia, che ha sbloccato il transito di navi cariche di cereali. Pur benefico, quell’accordo è stato raggiunto quando i prezzi dei cereali erano già scesi parecchio, come ricorda The Economist (“Against expectations, global food prices have tumbled”).

Una delle spiegazioni la si trova proprio in Russia. Secondo i dati forniti da un osservatorio autorevole come il Dipartimento dell’Agricoltura degli Stati Uniti, la produzione e l’esportazione di grano dalla Russia è ai massimi storici. Nella stagione agricola 2022-23 Mosca venderà al resto del mondo 38 milioni di tonnellate di grano, cioè due milioni di tonnellate in più rispetto alla stagione precedente. La guerra non ha avuto un’influenza negativa, le condizioni climatiche nemmeno, in barba alle previsioni sull’Apocalisse dietro l’angolo.

Un sospetto affacciato proprio da The Economist, è che i grandi intermediari specializzati nel commercio di materie prime agroalimentari abbiano generato il panico per specularci sopra, giocando sui parallelismi con il mercato dell’energia. Parallelismi che si sono rivelati infondati. Lo scenario di penurie generalizzate di cibo, carestie di massa, migrazioni provocate dalla fame, turbolenze geopolitiche in tutto il Nordafrica e il Medio Oriente causate dalla miseria, si è rivelato l’ennesimo falso allarme.

Questo non significa che non ci siano problemi alimentari. Le siccità che colpiscono l’emisfero Nord del pianeta (dall’Europa alla West Coast Usa alla Cina) stanno danneggiando diversi raccolti agricoli. I rincari dei prezzi continueranno in alcuni settori: dal cotone al caffè. Perfino grano e mais non sono così economici come sembra, una volta che i loro prezzi vengono riconvertiti in monete locali. Il forte ribasso delle quotazioni si misura in dollari, ma il dollaro si è rafforzato. I guadagni per i consumatori sono meno sensibili se tradotti in euro, ancor meno in lire turche o sterline egiziane.

Un altro fattore negativo, che persiste, è il rincaro dei fertilizzanti derivati dal gas naturale e sottoprodotti delle energie fossili. Però non si sono verificati quei problemi di penuria generalizzata che venivano annunciati. Fa eccezione la tragedia dello Sri Lanka su cui è calata la censura degli ambientalisti: lì la carestia c’è davvero, ma è stata provocata dall’irresponsabile messa al bando dei fertilizzanti chimici, perché il governo aveva deciso di convertire l’intero paese all’agricoltura biologica e i raccolti sono crollati. A livello mondiale non esistono le condizioni di una penuria, anche perché alcune superpotenze agricole, come il Canada, stanno aumentando la produzione – per esempio negli oli di semi – e compensano i deficit in altre aree del mondo.

La mancata Apocalisse va analizzata nel contesto dei grandi numeri della produzione agricola, largamente eccedente rispetto ai bisogni dell’umanità. Guardiamo ai cereali. Il mondo produce molti più cereali di quanti ne servano alla nostra alimentazione, come dimostrano i dati della Fao, l’agenzia delle Nazioni Unite che si occupa di agricoltura e alimentazione. Il surplus è talmente abbondante che il grosso dei raccolti mondiali viene dirottato per alimentare il bestiame d’allevamento, e una parte per produrre biocarburanti. La quantità di cereali usata come alimento animale o biocarburante, vale sei volte la produzione di Russia e Ucraina messe assieme. Nel 2019 solo la “popolazione suina” ha mangiato 430 milioni di tonnellate di cereali cioè il 45% in più di tutta la popolazione cinese. (Quest’ultima, a sua volta, mangia tanta carne suina naturalmente).

L’uso di cereali per produrre biocarburanti è discutibile per tante ragioni, e tuttavia è destinato ad aumentare con il gas e il petrolio a questi livelli di prezzi. In quanto all’alimentazione del bestiame da allevamento, una conversione anche limitata di noi umani a diete un po’ meno carnivore avrebbe effetti benefici in molti campi: dalla nostra salute all’ambiente (l’industria dell’allevamento è una fonte d’inquinamento importante). Una cosa è certa: l’idea che il pianeta soffra per un deficit di prodotti alimentari è una leggenda, funzionale a sostenere battaglie ideologiche o speculazioni finanziarie, ma priva di fondamenti reali.

Immagine dal sito www.corriere.it

dal sito www.corriere.it