IMPOSTE ED IL GOVERNO DELLA SPESA: CONTROLLI INADEGUATI

di | 1 Nov 2022

                                   Opera di Jan Massys

La crescente dimensione del debito pubblico dovuta alla crisi economica-finanziaria che incide sulla diminuzione delle entrate per la difficoltà in cui versano le imprese e sull’aumento della spesa per il maggiore impegno che si sta richiedendo allo Stato al fine di ridurre le crescenti tensioni sociali, comporta la necessità di recuperare spazi di inefficienza nella spesa pubblica ma contemporaneamente induce ad ipotesi di introduzioni di ulteriori nuove imposte, come la patrimoniale proposta dal partito democratico, al fine di ridurre i crescenti squilibri. In realtà la proposta può essere in sé legittima per le condizioni eccezionali in cui versa l’economia del paese ma, al di là delle considerazioni che queste manovre potrebbero avere un effetto recessivo sulla possibile ripresa dell’economia, è necessario sottolineare che sarebbe fondamentalmente iniqua data l’alta opacità sia dal lato del prelievo ( pagamenti delle imposte ) sia dal lato dell’uso che viene fatto delle risorse raccolte da parte delle pubbliche amministrazioni. Il problema è strettamente legato alla mancanza di una chiara e responsabile rendicontabilità da parte dei cittadini verso lo Stato per le somme versate e da parte dello Stato verso i cittadini per le modalità con cui quelle somme vengono destinate ed usate ; alla base di questa reciproca diffidenza vi almeno due elementi centrali: il disallineamento tra paese reale e quello istituzionale e l’insufficienza ormai cronica dei sistemi di controllo sia nelle realtà pubbliche che in quelle private.
Il disallineamento tra paese reale e quello istituzionale è determinato dal fatto che mentre il paese è fortemente differenziato nei suoi territori per storia, tradizioni, cultura, risorse e competenze (essere stati governati dagli Asburgo o dai Borboni genera culture amministrative diverse) i modelli di governance sono legati alla logica dell’uniformità (patto di stabilità, vincolo di cassa, del turn-over, d’indebitamento) che colpiscono allo stesso modo realtà profondamente diverse con la conseguenza che le regole , dove possibile, vengono sistematicamente disattese ma soprattutto non sono mai chiare le aree di responsabilità e quindi vengono meno i principi basilari che ispirano i sistemi di controllo che, infatti, non funzionano.
I sistemi di controllo nel nostro paese hanno da sempre avuto un approccio fortemente giuridico nel senso che quando si rilevano problemi o aree di inadempimento si pensa che la soluzione sia fare nuove norme , inasprire quelle esistenti o creare nuovi organi di controllo; quest’approccio che è legato ad una sorta di “miraggio della razionalità “ ha portato ad un contesto legislativo farraginoso, ripetitivo, fortemente analitico e scarsamente applicato nei fatti. Nelle pubbliche amministrazioni – comuni, province, regioni, amm. centrali, università… vi sono almeno 6 o 7 organi di controllo e qualche opinionista, invece di domandarsi perché non funzionano, ne propone degli altri; allo stesso modo si ripropongono con testi in molte parti simili leggi da anni presenti nel nostro ordinamento ma scarsamente applicate; forse qualche volta vale la pene domandarsi perché le leggi non sono applicate.
Queste carenze si riflettono in ampie aree di evasione fiscale, nella costituzione di zone produttive quasi franche, nella diffusione di comportamenti illeciti che impediscono il formarsi di un’imprenditorialità sana; una tassa patrimoniale non potrebbe colpire il milione e trecentomila immobili non censiti, secondo attendibili stime , ma sarebbe profondamente iniqua per quelli che lo hanno fatto. La mancata applicazione di adeguati sistemi di controllo nelle amministrazioni pubbliche che diano indicazione sulle modalità con cui vengono destinate e spese le risorse raccolte tramite le imposte impedisce di capire il corretto uso delle stesse perché l’unico controllo che viene fatto è se le somme stanziate per i vari programmi previsti in finanziaria sono spese ma non come lo sono, pertanto possiamo avere spese assolutamente legittime ma anche assolutamente inutili . Gli indicatori che esprimono l’efficienza e l’utilità della spesa sono spesso di processo: . n° di leggi fatte rispetto a quelle da fare, n° di riunioni fatte rispetto a quelle da fare e così via; per contro non vi sono indicatori di risultato ad esempio: km di spiagge disinquinate, licenze nei vari settori non controllate , m/ cubi edificati senza licenza…; la conseguenza è la mancanza di una chiara rendicontabiltà – principio di accountability – verso i cittadini. E’ per questo motivo che ulteriori sacrifici dovranno essere accompagnati da una crescente resa di conto tra amministratori ed amministrati perché questa diventi un valore condiviso da tutti. Infatti solo se le persone pensano che il rispetto delle norme non sia solo un obbligo giuridico ma rappresenti la possibilità di rendere migliore la società in cui viviamo e che lasceremo ai nostri figli vi sarà una reale e profonda condivisione delle regole che a quel punto potranno essere anche ridotte. Pensare a nuove tasse senza mettere mano ad un riordino dei sistemi di controllo e di rendicontabilità rischia di essere una manovra diseconomica, iniqua, di scarsa eticità e non rispettosa dei delicati equilibri sociali.

di Fabrizio Pezzani

 

Fabrizio Pezzani
Professore emerito – Università Bocconi
Laureato in Economia e Commercio presso l’Università di Parma, Dottore commercialista e Revisore contabile, svolge attività di docenza presso l’Università Bocconi e la SDA Bocconi. Svolge, inoltre, attività di natura scientifica e professionale all’interno di Comitati e Commissioni di rilievo nazionale e internazionale. E’ autore di numerose pubblicazioni sui temi della contabilità, bilancio e controllo.
(*) E’ membro del Comitato Esecutivo di Cariparma.

Biografia dal sito www.didattica.unibocconi.it