La Cultura “Guarda” Oltre Il Covid Ma Pesa L’Incertezza Economica

La Cultura “Guarda” Oltre Il Covid Ma Pesa L’Incertezza Economica

Al Teatro dell’Opera di Roma si è svolta la seconda edizione del Forum di Impresa Cultura Italia. Indagine Confcommercio-Swg: i consumi culturali sono ancora lontani dai livelli pre-Covid e risalgono lentamente in un quadro economico e sociale incerto. Sangalli: “Cultura fondamentale per il terziario di mercato”.

Al Teatro dell’Opera di Roma si è tenuta la due giorni della seconda edizione del Forum di Impresa Cultura Italia: “Futuro è impresa culturale: mercato, prospettive e talenti”. Tra i temi portanti, mercato dell’impresa culturale oggi in Italia e nel mondo, formazione e mercato del lavoro, nuovi modelli e nuove prospettive dell’impresa artistica e culturale nell’era post Covid; talenti artistici e manageriali. Indagine sui consumi culturali degli italiani dopo il Covid presentata al Forum di Impresa Cultura Italia-Confcommercio a Roma e realizzata in collaborazione con Swg.

I lavori del Forum sono stati aperti dai saluti del presidente di Confcommercio, Carlo Sangalli, del Commissario di Confcommercio Roma, Pier Andrea Chevallard e dal Sovrintendente del Teatro dell’Opera di Roma, Francesco Giambrone che ha ricordato quanto sia importante “che l’agenda del governo rimetta al centro le politiche culturali e l’importanza delle imprese di settore’. Giambrone ha osservato che ”i teatri sono asset importanti di questo Paese, risorse importanti dal punto di vista identitario. La pandemia ci ha fatto capire quanto fossero fondamentali, non solo per costruire bellezza, emozioni e benessere fisico delle comunità, ma anche, lo ripeto, economia e occupazione altamente qualificata. Come luoghi della cultura sentiamo anche una profonda responsabilità sociale nei confronti delle nostre comunità”.

Sangalli: “Nella cultura c’è lo sguardo di un Paese vivo”
Nel suo intervento di apertura, il presidente di Confcommercio ha sottolineato l’importanza dell’alleanza tra Confcommercio ed Agis “che è l’arco portante sul quale, 4 anni fa, abbiamo voluto, fortissimamente voluto, costruire Impresa Cultura Italia. Dico “abbiamo” perché me ne prendo la responsabilità personale insieme ad un amico carissimo. Questo amico carissimo lo conoscete tutti, si chiama Carlo Fontana ed è a lui che va il mio più sentito ringraziamento oggi per aver deciso di creare questo Forum e quell’alleanza. Quell’intuizione condivisa di creare Impresa Cultura Italia è stata preziosa, per Agis, per la Confcommercio e per il futuro dell’impresa culturale in Italia. E’ un’intuizione nata certo in un altro tempo, il tempo “prima” della pandemia. Eppure, proprio in questi anni difficili, nel susseguirsi dell’emergenza, abbiamo tante volte recuperato il senso della nostra utilità, della nostra identità e del nostro ruolo, per le imprese e dentro le comunità. Crisi dopo crisi, ci siamo forse resi anche conto della necessità psicologica e sociale di uscire dalla logica “dell’emergenza continua”, che ci fa consumare in qualche ora notizie e stati d’animo e confonde l’urgente con l’importante.

Uscire dalla logica dell’emergenza continua significa attrezzarci per affrontare il futuro, quale che sia. Significa nondimeno che l’orizzonte in cui ragioniamo non è, non può essere, semplicemente quello di, per dirla con Eduardo De Filippo, “passa’ ‘a nuttata”. Qualcuno lo definirebbe “presentismo”, quello che ingabbia le scelte in un eterno presente senza prospettiva. Io la dico così: mi sembra che ci sia una forma di “pudore”, una specie di reticenza, nel pensare al futuro, viste le angosce e le incertezze che caratterizzano il presente.

Addirittura, in certi casi, finiamo per coltivare una qualche speranza di ritornare al passato, come se quello che abbiamo vissuto fosse stata una tragica parentesi. Ma non si può. Noi siamo irrimediabilmente cambiati. E, irrimediabilmente, cari amici, è cambiato il mondo. In meglio, per alcuni aspetti. In peggio, per molti. In entrambi i casi, ne dobbiamo prendere atto. E da qui dobbiamo ripartire. E, per non andare allo sbando, dobbiamo farlo con un’idea di rappresentanza, di mercato, di Paese”.

Cultura componente fondamentale del terziario di mercato
“La nostra idea è stata ed è quella di potenziare e valorizzare la cultura nella rappresentanza di Confcommercio-Imprese per l’Italia, nella convinzione che la cultura sia una componente fondamentale e autonoma, trasversale ma non accessoria, del terziario di mercato e dell’economia del Paese. Nella cultura ci sono le gambe di un’economia turistica e creativa, ci sono le ali di una rappresentanza moderna, c’è lo sguardo di un Paese vivo. Che, consapevole di se stesso, deve sapere anche guardare fuori dal proprio “orticello”, come faranno tanti ospiti internazionali in questi giorni. Questa è la visione di Confcommercio Impresa Cultura Italia.

La strategia che ci siamo dati è quella di mettere a terra questa alleanza attraverso le categorie (a partire dalle 13 federazioni e associazioni che compongono il coordinamento) prima di tutto dentro i territori. Non a caso, la scorsa primavera, tra Agis e Confcommercio è stato firmato un protocollo per incoraggiare la creazione delle Imprese Cultura locali dentro le Confcommercio del territorio. E, partendo da qui, dall’esperienza di territorio, vorrei fare tre considerazioni che riguardano questo forum e il mercato dell’impresa culturale. Allora vorrei condividere con voi tre brevissime considerazioni ispirandomi a tre libri che abbiamo presentato nella rassegna “Libri in Veranda” che facciamo nella veranda Liberty di Palazzo Castiglioni a Milano con Impresa Cultura Milano. Alcuni di voi conoscono Libri in Veranda perché ne sono stati protagonisti, a partire dalla Professoressa Mio con il libro L’Impresa sostenibile, di cui si parlerà domani in chiusura. Vengo ai tre libri. La prima citazione è quella del libro “Identity Men” di Alberto Meomartini. Il libro parla di donne e di uomini che, in tempo di guerra, mettendo a rischio la loro incolumità, hanno salvato la bellezza, l’arte e la storia del Paese nascondendo opere e libri, difendendo monumenti. Ma anche in tempo di pace (tanto più se minacciata dalla cronaca globale) servono le persone che singolarmente difendono l’identità collettiva.

Le imprese della cultura sono monumenti vivi che custodiscono l’identità. Proprio i luoghi della città come le librerie, i locali storici, i cinema (solo per fare degli esempi) sono – potremmo dire così- degli “identity place” luoghi di identità. Perché noi tutti sappiamo bene che città non è solo mura, edifici, trasporti, servizi, funzioni, nemmeno popolazione. La città è prima di tutto un percepito fatto di relazioni tra le persone e tra le persone e i luoghi, che trasmette memoria e costruisce identità. E proprio le imprese della cultura sono emblematiche di questo percepito. Anzi, la dico anche in un altro modo, usando il secondo libro che vorrei citare: si tratta di Placemaker della Professoressa Elena Granata. I “placemaker” sono gli innovatori sociali che fanno lavori nuovi o tradizionali ma hanno professionalità ibride e, anche senza rendersene conto, cambiano con il loro lavoro quotidiano il volto e la vita delle città.

Se le imprese della cultura sono dunque identity place, gli imprenditori e gli operatori della cultura sono placemaker, fanno i luoghi, li caratterizzano, ne rinnovano funzione e forma. La cultura, insomma, non solo conserva l’identità materiale, ma la rinnova. E quando la cultura diventa impresa, cambia la città. E qui, a proposito di città, arrivo alla terza citazione che traggo da un altro libro presentato, quello di Marco Garzonio, “La città che sale”. In questo libro, l’autore (famoso giornalista e importante psicologo) dice una frase folgorante: “la cultura è terapeutica”. La cultura guarisce, la cultura cura. D’altro canto, c’è chi sostiene che le due parole (cura e cultura) potrebbero avere la stessa radice indoeuropea, che indica il “prestare attenzione”. E prestare attenzione non è mai stato così importante davanti ad un futuro che, forse, non è mai stato così incerto. Come sapete bene, siamo ancora nella coda della pandemia, e dentro la drammatica situazione della guerra in Ucraina. Dopo molti anni si è affacciata prepotentemente l’inflazione, sono venuti al pettine nodi storici (come quello energetico) e per il prossimo anno stiamo parlando di recessione. Questi eventi così dirompenti possono portare a due atteggiamenti opposti tra loro: la rimozione, dove si finge che non sia cambiato nulla, oppure una “consapevolezza aumentata”, che significa in pratica essere più coscienti e più informati. Ecco, la cultura sono gli occhiali (ormai anche da metaverso…) che ci permettono di avere questa consapevolezza aumentata. Come ha scritto Giuseppe De Rita su Avvenire, è fondamentale che chi si occupa della cosa pubblica recuperi in questa fase storica la “cultura dello spirito”. Cioè una visione d’insieme, indispensabile per ricucire consapevolmente i pezzi del vissuto individuale e sociale e identificare una direzione comune di costruzione del futuro. Ma, se posso dirlo, secondo me oltre che cultura dello spirito serve anche uno spirito della cultura, che ci permetta di essere “orientati alla cultura” mettendola al centro, al centro delle politiche, al centro della formazione dei bambini, al centro delle possibilità dei cittadini, al centro delle prospettive dei giovani. Al centro, per quanto ci riguarda, della nostra azione associativa e di una rappresentanza moderna che si vuole e si pensa degna del passato, capace di futuro”… .

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