Povertà, in Italia mai così diffusa. L’allarme Caritas: “Con le super bollette aumenterà ancora”

Il rapporto dell’ente di assistenza mostra la persistenza e cronicità della condizione: in sei casi su dieci l’indigenza è ereditata, ci vogliono cinque generazioni per uscirne. E il Reddito di cittadinanza non basta: va solo al 44% dei poveri. Il presidente della Cei Zuppi: “La povertà morte, il Reddito va mantenuto”

L’anello debole è il povero che non riesce a spezzare la catena della povertà, ne rimane intrappolato come attaccato a un “pavimento appiccicoso” (sticky floor). La tramanda di generazione in generazione, senza mai uscirne, senza un riscatto, sganciato da meccanismi di solidarietà. Sei poveri su dieci in Italia, dice la Caritas, sono poveri per eredità, “poveri intergenerazionali“. Nascere in una famiglia povera in Italia è quasi una condanna, non esiste ascensore verso un soffitto altrettanto “appiccicoso”, dove restano ancorate le classi agiate, i loro figli e i figli dei figli. La povertà si cronicizza. Se va bene, ci vogliono cinque generazioni – cinque “anelli deboli” – per arrivare a un livello di reddito medio, contro i 4,5 nella media dei Paesi Ocse. Non meraviglia perché l’Italia è ultima tra i Paesi europei più industriali quanto a mobilità sociale.

Ecco il ritratto di povertà che ci consegna quest’anno la Caritas nel suo “Rapporto 2022 su povertà ed esclusione sociale”, dal titolo: “L’anello debole”. La povertà in Italia è ai massimi storici: 5,6 milioni di poveri assoluti nel 2021, di cui 1,4 milioni minori. Una persona su quattro rischia diventarlo: 15 milioni. La povertà è persistente: cresce dalla grande crisi finanziaria globale del 2008, incrudelita con la pandemia nel 2020, in salita pure nel 2021 e ora a forte rischio di esplosione per effetto dell’alta inflazione e delle super bollette. “Ci aspettiamo nuovi aumenti della povertà nel 2022 – si legge nel Rapporto – perché l’incremento dei prezzi si concentra sulle spese per generi alimentari ed energia che hanno un peso maggiore nel paniere di consumo delle famiglie a reddito basso”.

Il peso delle bollette
C’è il caso segnalato dalla diocesi di Potenza, emblematico. Il 41% dei “nuovi poveri”, persone che non si erano mai rivolte alla Caritas, lo ha fatto nel primo semestre di quest’anno per problemi a saldare le bollette. Se nel 2021 il pagamento delle utenze rappresentava la metà delle domande di aiuto economico, quest’anno siamo al 63%. Non è un caso isolato, spiegano i curatori del Rapporto Caritas. Un monitoraggio appena partito su 218 diocesi in tutta Italia – e non incluso nel Rapporto perché molto recente – confermano il quadro lucano. Rispetto alla prima metà dell’anno, ora nel 78% dei centri di ascolto si riscontra un aumento delle richieste di pagare le bollette (in un terzo dei casi si tratta di un forte aumento). In 23 diocesi su 30 chi chiede un aiuto sulle bollette lo fa perché gli importi sono saliti e quasi sempre di molto.

Cosa succede alla povertà?
L’allarme della Caritas non può essere più netto: “L’anno 2022 è ancora in corso, ma i dati raccolti fino ad oggi non preludono ad un ridimensionamento della povertà, tutt’altro: da gennaio ad oggi il numero delle persone seguite ha superato il totale di quelle aiutate durante l’intero anno 2019″. Le cause indicate nel Rapporto Caritas sono chiare: “Strascichi di pandemia, stagnazione economica, inflazione, prezzi di gas e luce fuori controllo, aumento dei tassi di interesse sui mutui”.

Se nel 2021 le persone supportate dai centri Caritas sono aumentate del 7,7% sul 2020 (pari a 228 mila in 192 diocesi e 2.797 centri, erogando quasi 15 milioni di euro in varie forme di intervento), il confronto con l’anno pre-pandemico 2019 è disarmante: +18,7%. Se poi nel 2020 i nuovi poveri – una fetta sempre molto ampia degli utenti Caritas pari al 42% – crescevano soprattutto al Nord più colpito dalla pandemia in un primo tempo, nel 2021 crescono soprattutto al Sud.

Nell’80% dei casi si tratta di povertà economica, seguono i problemi con il lavoro, la casa, la salute. Metà di chi bussa la porta della Caritas cerca una prima o nuova occupazione. Ma un quarto ha un lavoro povero che non basta a sopravvivere. Preoccupa poi la “fluidità” di quanti oscillano dentro e fuori lo stato di bisogno: famiglie definite “dall’elastico corto” che anche nelle fasi più favorevoli si collocano appena sopra la soglia di povertà e poi ci ricadono. Sette famiglie povere su dieci hanno figli piccoli.

La critica al Reddito di cittadinanza
Non mancano critiche all’unica misura di contrasto alla povertà, introdotta tre anni fa in Italia. “Il Reddito di cittadinanza è stato finora percepito da 4,7 milioni persone, ma raggiunge poco meno della metà dei poveri assoluti (44%) e solamente il 22,3% di quanti si rivolgono alle Caritas”. Sarebbe quindi “opportuno assicurarsi che fossero raggiunti tutti coloro che versano nelle condizioni peggiori, partendo dai poveri assoluti“, da chi cioè non è in grado di assicurarsi beni e servizi essenziali. Ed invece, secondo la Caritas, il Rdc finisce anche ai poveri relativi, a rischio di indigenza ed esclusione sociale, che potrebbero essere supportati da “molte altre politiche di welfare pubblico, più adatte” e che necessitano soprattutto di un’occupazione e un reddito dignitoso.

Ma perché il Rdc “esclude una quota consistente di poveri assoluti”? Per i criteri di legge, a partire dalle soglie di reddito e patrimonio, ai 10 anni di residenza in Italia chiesti agli stranieri. Gli importi poi sono “unici in tutto il Paese, mentre le soglie di povertà usate dall’Istat per stimare il numero dei poveri sono maggiori al Nord, riflettendo il maggiore livello medio dei prezzi”. Ecco i poveri più penalizzati, secondo la Caritas: stranieri, famiglie numerose, Nord. E poi c’è il nodo del sostegno sociale che non funziona a sufficienza. Il vulnus del Rdc non è dunque solo rappresentato dalle politiche attive per chi può lavorare. “Troppi vincoli amministrativi e di gestione impediscono alla seconda gamba del reddito, quella dell’assistenza sociale, di compiersi adeguatamente”. Con il risultato di poveri “sballottati” tra un servizio e un altro.

Netto il giudizio del presidente della Cei, il cardinale Matteo Zuppi: “Una cosa che mi ha colpito del Rapporto Caritas – e speriamo che il governo sappia affrontare con molto equilibrio – è il problema del Reddito di cittadinanza che è stato percepito da 4,7 milioni di persone, ma raggiunge poco meno della metà dei poveri assoluti. Quindi c’è un aggiustamento da fare, ma mantenendo questo impegno che deve essere così importante in un momento in cui la povertà sarà ancora più dura, ancora più pesante e rischia di generare ancora più povertà in quelle fasce dove si oscilla nella sopravvivenza, che devono avere anche la possibilità di uscire da questa zona retrocessione”.

Torna l’intolleranza verso il povero
All’orizzonte c’è poi un’altra insidia da tenere sott’occhio. “Superata la fase di empatia durante la pandemia, osserviamo il riaffiorare discriminazione e intolleranza verso coloro che stanno peggio, che vivono situazioni di fragilità ed esclusione”, scrive don Marco Pagniello, direttore di Caritas Italiana nell’introduzione del Rapporto. Quando dovremmo contrastare “questa aporafobia: la paura, la ripugnanza, l’ostilità davanti all’indifeso” e “spezzare la catena della povertà”, la sua cronicità e persistenza. E “prenderci cura di questi anelli deboli”.

dal sito www.repubblica.it