PRIME PROVE DEL NUOVO GOVERNO: I TEMI PIÙ CRITICI

La navigazione del governo Meloni si preannuncia piuttosto turbolenta e contrastata. Non tanto a causa delle contestazioni delle opposizioni, ancora divise e piuttosto sbandate, quanto in virtù di una palese diffidenza che si avverte nelle cancellerie europee e nella gran parte dei mezzi di informazione più influenti che verso quella parte politica (la destra) non si sono mai mostrati particolarmente teneri. Eravamo ben consapevoli, fin dagli inizi, che dinanzi a Giorgia Meloni si sarebbe resa palese, fin dagli inizi, una duplice sfida: la rassicurazione sulla propria vocazione democratica e pluralista e sull’assoluta emancipazione del suo partito da legami o relazioni equivoche con ambienti vagamente “nostalgici” e l’attestazione di una convinzione europeista, fondata sulla condivisione di quell’anelito di solidarietà internazionale che è alla base del processo di integrazione europea. E’ alla prova di questa stessa duplice sfida che, dall’esterno e dall’interno del Paese, la nuova compagine viene attesa con maggiore o minore fiducia, a seconda degli interlocutori (e anche, talvolta, della loro buona fede e del loro grado di settarismo). Questo al netto delle gravi questioni che ora si trova ad affrontare e che investono il governo del Paese. Gli effetti del conflitto in Ucraina, le conseguenze in termini di politica energetica e di inflazione, le ripetute calamità naturali, il nuovo incremento del contagio da Covid, nulla si sono fatti mancare. Ma, soprattutto, due tematiche hanno tenuto banco in queste ultime settimane: la gestione dei flussi migratori via mare e il destino del reddito di cittadinanza. In merito al primo punto – le tensioni intervenute con la Francia, in seguito ai salvataggi e agli sbarchi effettuati con le navi delle Ong – sarebbe necessario un momento di chiarezza che consenta la definizione di criteri di condivisione dei riflessi di un fenomeno divenuto ormai cronico e sistemico e, quindi, in un certo senso, non più emergenziale. Non perché possano ritenersi attenuate le condizioni dolorose e, in genere, disperate delle persone che salpano dalle coste africane con i barconi, per solcare il Mediterraneo verso le sponde europee – che poi, di solito, sono le nostre – né i pericoli che corrono questi migranti, nel loro viaggio della speranza, ma in quanto il fenomeno è divenuto ricorrente e praticamente continuativo, legato a particolari criticità della condizione di buona parte del continente africano che ingenerano una insopprimibile voglia di fuga e di riscatto sociale, anche quando la causa scatenante non si identifichi – benché sia motivo frequente – in un rischio attuale di sopravvivenza, innescato dai conflitti o dalla fame e dalle pandemie. Un fenomeno con il quale, dunque, come europei e occidentali, dobbiamo abituarci a convivere. Ciò non significa che si debba assistere passivamente, senza preoccuparsi delle implicazioni in termini di sicurezza, di integrazione e dignitosa sopravvivenza, di “capienza” demografica. Il fenomeno deve essere governato e dobbiamo farlo tutti insieme, come Europa, in quanto entità politica. Scaramucce e battibecchi tra i paesi europei (come accaduto tra Francia e Italia), su questo tema, sono semplicemente inutili e dannosi. L’Unione Europea, in quanto tale, deve dettare criteri di solidarietà tra i Paesi membri e di equa e razionale redistribuzione, in base alle dimensioni dei flussi, alla meta perseguita dai migranti (non tutti coloro che arrivano in Italia, intendono rimanervi), e alle possibilità dei singoli paesi, in base ai dati e alle esperienze più recenti. Nelle more di un progetto complessivo per l’Africa, continente afflitto da piaghe profonde, alle cui radici possiamo cogliere anche responsabilità della “vecchia” Europa e non solo.
Quanto al reddito di cittadinanza, cui parte del centrodestra si è sempre opposto – ma non Salvini, che era al governo con i 5 Stelle, quando fu introdotto – e che viene difeso con determinazione – coerentemente – da Conte e dal suo partito, l’esecutivo evidenzia la volontà di circoscriverne ulteriormente la platea dei beneficiari e dirottare così quelle risorse verso altre utilizzazioni ritenute socialmente necessarie e prioritarie. Sul punto siamo in tanti, credo, a concordare sulla necessità di distinzione tra la misura assistenziale e le politiche di avviamento al lavoro, il cui accostamento costituiva il limite originario della norma istitutiva. E che a fronte di una concreta, dignitosa e soggettivamente adeguata offerta di lavoro, la percezione del reddito stesso, da parte di persona abile al lavoro, non abbia più ragion d’essere. Ma privarne i beneficiari, prima che questa stessa offerta sia stata effettivamente formulata, rappresenterebbe un trauma sociale difficile da giustificare con il mutamento di indirizzo politico, a seguito delle elezioni di settembre. Prima ancora che fissare un limite temporale generalizzato alla percezione del reddito, occorrerebbe ultimare il progetto di potenziamento dei Centri per l’impiego, tra gli obiettivi previsti dal Pnrr e valutarne il potenziale ai fini dell’incrocio tra la domanda e l’offerta e degli effettivi risultati in termini di occupazione.

Immagine dal sito www.scudit.net

 

di Alessandro Forlani

 

Alessandro Forlani
Laureato in Giurisprudenza, ha svolto la professione di avvocato e, dal 2017, è Consigliere della Corte dei
Conti.
Nel 1985 è stato eletto Consigliere comunale di Roma, restando in carica fino al 1989. Consigliere regionale del Lazio nella quinta legislatura, ha rivestito la carica di Presidente del Collegio Revisori dei Conti e poi quella di Presidente della Commissione Cultura e Personale, nel periodo in cui venne approvata la legge regionale sul diritto allo studio. Primo firmatario di diverse proposte di legge regionale, tra cui quella sul registro delle associazioni di volontariato, poi approvata. Nel 2001 è eletto senatore nella circoscrizione Marche e, nel corso della XIV° legislatura, è membro della Commissione Esteri e della Commissione Diritti Umani del Senato, della cui istituzione è stato tra i promotori. In quegli anni è anche componente della Delegazione Italiana presso l’Assemblea Parlamentare NATO. Dal 2006 al 2008 è deputato, eletto nella circoscrizione Marche, componente della Commissione Esteri e della Delegazione Parlamentare INCE. Negli stessi anni è anche Presidente, per l’Italia, dell’Ong “Parliamentarians for Global Action”.
Dal 2009 al 2016 è componente della Commissione di Garanzia dell’applicazione della legge sullo sciopero nei servizi pubblici essenziali, Commissario delegato per Sanità e Farmaceutica fino al 2012, poi, dal febbraio 2012, per il Trasporto Pubblico Locale.
Collabora, nel corso del tempo, a diverse testate e pubblicazioni.