SANITARI

Chi ieri era all’opposizione gridava contro i tagli alla sanità, avvertendo che mancano i medici. Chi oggi è all’opposizione fa la stessa cosa. Tutti convinti, scambiandosi i ruoli, che qualsiasi problema si risolva mettendoci più soldi, mentre nessuno sembra disposto a guardare i numeri e a fare i conti con guasti la cui origine sta proprio nel lavoro dei legislatori.
Il nostro sistema sanitario fornisce prestazioni che altrove non accessibili a tutti. Di quel che funziona dovremmo essere consapevoli, anche per migliorarlo. Ma la qualità della sanità offerta ai cittadini non è affatto omogena e risiedere in un posto anziché in un altro può fare la differenza, per la vita. Quel che non funziona si dovrebbe riconoscerlo, per correggerlo ed evitare di finanziare anche quello.
L’accessibilità ai medici è uno dei parametri che aiuta a capire. Si dice che ce ne siano troppo pochi, ma le cose stanno diversamente. Nella media ne abbiamo quanti gli altri Paesi europei: circa il 10% in meno di Germania o Spagna, ma il 20-30% in più di Francia, Olanda o Regno unito. Però è vero che da noi non si trovano, perché il problema non è il numero (come non lo è il numero chiuso all’Università, più che giusto), ma l’organizzazione. Da noi il 35% lavora in ospedale, il Germania il 50%, in Francia il 65%. I medici di base, quelli di famiglia, sono sempre di meno, anche perché li si è trasformati in burocrati della ricetta. Come il resto della popolazione, anche i medici invecchiano, solo che da noi il 56% ha più di 55 anni e il 23% più di 65. Significa che, nei prossimi anni, smetteranno di lavorare. Che fine fanno i giovani medici?
Intanto c’è la strozzatura delle specializzazioni, che il governo Draghi ha allargato per il futuro. Siccome non sono pagati per merito, ma come se facessero una carriera burocratica, chi ci riesce sceglie le specializzazioni più remunerative, con il risultato che mancano al Pronto soccorso. Poi molti lavorano nella sanità privata, il che porta al tema della spesa: spesso si lamenta che la nostra spesa pubblica sia bassa, mentre si diffonde la leggenda che sia stata tagliata (è avvenuto per un solo anno). Nella realtà la spesa italiana è alta, sommando quella pubblica alla privata. Come è corretto fare. Dove c’è l’assicurazione obbligatoria, parametrata al reddito, pubblico e privato concorrono. Da noi funziona diversamente, è il pubblico che paga il privato convenzionato, sicché la spesa cresce e le strutture pubbliche lamentano tagli, oppure ci si rivolge al privato, di tasca propria, per indisponibilità o lunghe attese del pubblico. Tagliare le file cambierebbe la strutturazione della spesa. E per riuscirci non è che basti spendere di più, anzi, si può anche risparmiare (prego studiare il caso di Salerno ed il risanamento operato dal Maurizio Bortoletti).
La sanità non è solo un servizio essenziale, è anche un business che mobilita molta ricchezza e sempre più lo farà, visto l’invecchiamento della popolazione. Quando si volle chiudere le mutue, negli anni ’70, avevano patrimonio e ricchezza, eppure i medici correvano a casa dei pazienti (“Il medico della mutua”, op. cit.), ora le regioni accumulano debiti, avendo bilanci dedicati all’80% alla sanità, e i medici sono spariti. Che deve capitare perché ci si renda conto che questa statalizzazione regionalizzata è un fallimento?
Visto che siamo in campo sanitario: pompare soldi senza cambiare quel che visibilmente non funziona è come pompare sangue a uno con la giugulare aperta: o la tappi o si fa la fontana. I politici che sanno solo chiedere più soldi sono gli stessi che dovrebbero lavorare alle leggi che regolano sia la sanità che il mercato. Ma niente, ossessivamente si procede in modo dissociato, assecondando le pulsioni più varie, scassando quel che funziona, lottizzando, salvo poi chiedere più soldi per rimediare. E, a scanso di equivoci, i soldi li mette il contribuente, cui può capitare d’essere un paziente, ma farebbe meglio ad essere impaziente.

Articolo pubblicato sul sito www.davidegiacalone.it

Immagine dal sito www.davidegiacalone.it

 

di Davide Giacalone

 

Davide Giacalone
Davide Giacalone (1959).
Dal 1979 in poi, mentre continuava a crescere il numero dei tossicodipendenti, si è trovato al fianco di Vincenzo Muccioli, con il quale ha collaborato, nella battaglia contro la droga.
Dal 1980 al 1986 è stato segretario nazionale della Federazione Giovanile Repubblicana.
Dal luglio1981 al novembre 1982 è stato Capo della Segreteria del Presidente del Consiglio dei Ministri.
Dal 1987 all’aprile 1991 è stato consigliere del Ministro delle Poste e delle Telecomunicazioni, che ha assistito nell’elaborazione dei disegni di legge per la regolamentazione del sistema radio-televisivo, per il riassetto delle telecomunicazioni e per la riforma del ministero PT, oltre che nei rapporti internazionali e nel corso delle riunioni del Consiglio dei Ministri d’Europa.
È stato consigliere d’amministrazione e membro del comitato esecutivo delle società Sip, Italcable e Telespazio.
Dal 2003 al 2005 presidente del DiGi Club, associazione delle Radio digitali.
Nel 2008 riceve, dal Congresso della Repubblica di San Marino, l’incarico quale consulente per il riassetto del settore telecomunicazioni e per predisporre le necessarie riforme in quel settore.
Nel maggio del 2010 ha ricevuto l’incarico di presiedere l’Agenzia per la diffusione delle tecnologie dell’innovazione, dipendente dalla presidenza del Consiglio. Nel corso di tale attività ha avuto un grande successo “Italia degli Innovatori”, che ha permesso a molte imprese italiane di accedere al mercato cinese. Con le autorità di quel Paese, crea tre centri di scambio: tecnologia, design, e-government. Nel novembre del 2011 si è dimesso da tale incarico, suggerendo al governo di chiudere la parte improduttiva dell’Agenzia, anche eliminando le sovrapposizioni con altri enti e agenzie.