PER LA PACE O PER BUSINESS? UNA RIFLESSIONE

Murales dello Street Artist Banksy è apparso a Totterdown, Sobborgo di Bristol

La guerra in Ucraina è oramai un nodo gordiano che i contendenti, Russia da una parte ed Ucraina ed Usa dall’altra uniti con i cobelligeranti dell’Unione Europea, sotto la bandiera Nato – non sembrano volere sciogliere anche se compaiono ogni tanto limitate voci di pace. Il dramma della guerra colpisce oltre alla devastata Ucraina i paesi europei che sono maggiormente colpiti nelle loro economie e nella loro stabilità sociale.
Questa drammatica guerra che forse si sarebbe potuta evitare se i contendenti, come Kissinger aveva spiegato, avessero trovato uno spazio di opportunistica lucidità; ora sembra un gioco al massacro continuamente spinto al rialzo dalla cinica Russia e dalla posizione degli Usa, della Nato e da un ‘Europa drammaticamente lontana dallo spirito dei suoi padri fondatori e dimentica che il suo inno è quello alla gioia di Beethoven.
Risulta sempre più una guerra per procura degli Usa verso la criminale Russia per motivi politici cioè tenere in piedi un’idea di potere unipolare ormai solo al tramonto e provare a sostenere il precario equilibrio dei suoi conti economici e finanziari con un dollaro sempre più vicino a perdere il suo ruolo di riserva valutaria globale. Il volume di carta moneta fiat disponibile a livello globale non essendo ancorata a nessun bene reale può giustificarsi solo con un’economia solida ed in crescita per evitare una fase di dedollarizzazione anche di fronte a poteri alternativi emergenti che propongono una moneta collegata ad un bene reale, insomma una forma di ritorno al “gold exchange standard“.
Da tempo gli Usa sono in una situazione di debito crescente che alimentato da un suicida Quantitative Easing, la Fed per molto tempo stampava 120 mld/$ al mese, con tassi prossimi allo zero è arrivato ormai ad oltre 32.000 mld/$ superando il tetto del debito toccato alla fine della seconda guerra mondiale. Accanto al debito federale se uniamo il debito delle famiglie, vicino ai 19.000 mld/&, al debito degli studenti, delle macchine prese a rate, delle carte di credito insolute, ai mutui ipotecari a rischio, alle aziende decotte… ci avviciniamo ai 90.000 mld /$. Tenuto conto che il Pil Usa è prossimo ai 22.000 mld/$ il rapporto con il debito federale si avvicina al 135 %. Considerando che la lotta all’inflazione ha innalzato i tassi di interesse sul debito, la distanza tra debito e pil tende ad aumentare con conseguenze sulla capacità di credito verso i paesi con maggiori riserve di titoli di stato usa come il Giappone e la Cina che hanno, però, già cominciato a diminuire la loro esposizione in dollari. L’economia soffre la delocalizzazione selvaggia degli anni novanta che ha ridotto le attività manifatturiere trasformando la Cina nella fabbrica del mondo e di conseguenza sconta la perdita di posti di lavoro. La lettura dei posti di lavoro è soggetta ad un lifting contabile così di fronte a riduzione di posti a tempo pieno a seguito di licenziamento aumentano sia i posti a tempo parziale sia persone con più lavori, l’occupazione è demansionata – camerieri, baristi, manovali..- con salari che erodono i consumi e le capacità delle famiglie di risparmiare, oggi mediamente limitato al 2,5 % del reddito residuo. Una combinazione di aumento del costo della vita, tassi di interesse più elevati e crescenti timori di recessione hanno portato a un crollo della domanda di beni sia nel mercato interno che all’estero. di conseguenza, le aziende stanno tagliando la produzione a un ritmo che non si vedeva dalla crisi finanziaria globale, se si escludono i blocchi iniziali dovuti alla pandemia. Tuttavia, anche con gli ultimi tagli alla produzione, il calo della domanda ha comunque portato a uno dei maggiori aumenti delle scorte invendute registrati da quando i dati dell’indagine sono stati disponibili per la prima volta 15 anni fa.
La delocalizzazione non combattuta ha consentito alle multinazionali di lasciare all’estero nei paradisi fiscali, gran parte dei profitti facendo calare le entrate fiscali a scapito degli equilibri finanziari di breve creando una asimmetria tra ricchezza e paesi di riferimento; mentre il debito è cresciuto di 32 volte le entrate fiscali solo di 8 volte. Questo gioco fatto sulla durabilità del dollaro come moneta di riserva globale rischia di scontrarsi con la politica dei BRICS e con l’Unione economica eurasiatica (EAEU) che sta accelerando la progettazione di un sistema di pagamento comune.
Attraverso il suo organismo di regolamentazione, guidato da Sergei Glazyev, la Commissione economica eurasiatica (CEE), la EAEU ha appena esteso una proposta molto seria alle nazioni BRICS (Brasile, Russia, India, Cina e Sud Africa) che possono diventare una sorta di G20 del Sud del mondo e stanno già effettuando il loro commercio bilaterale in valute locali aggirando il dollaro USA.
Ora di fronte a questa oggettiva difficoltà negli equilibri economici e finanziari globali la spinta degli Usa agli armamenti ed alla guerra sembra sia l’eterna risposta del paese alle difficoltà interne e per favorire l’occupazione del potere – l’indebolimento di un’Europa senza guida è funzionale al fine -. Il budget per il Pentagono quest’anno è stato nuovamente rialzato e portato a 865 mld / $, se aggiungiamo, se approvati, gli aiuti all’Ucraina per 105 mld /$ e le altre commesse a paesi terzi come il Qatar, Taiwan, la Finlandia ed altri superiamo i mille mld/$ in spese e business militare, di fatto la metà del pil italiano. La ricostruzione dell’Ucraina vale 5 volte il pil dello stesso paese in parte acquisito da multinazionali e rappresenta un orizzonte in cui i profitti si legano con il dramma di un paese che rischia di essere dissolto nelle strutture e nella popolazione da un attacco criminale della Russia che sembra senza limiti morali ed umani. A fronte di questa angosciante e disumana situazione perché non si parla di pace? Forse gli interessi lo impediscono? Auguriamoci che non sia così e che alla fine la “Provvedenza“ come la definiva G.B. Vico possa portare l’uomo alla saggezza perché la continuazione di questa insana guerra sarà un danno per tutti perché, come nel gioco del poker prima o poi si va a vedere e non si sa mai come può finire.

 

di Fabrizio Pezzani

 

Fabrizio Pezzani
Professore emerito – Università Bocconi
Laureato in Economia e Commercio presso l’Università di Parma, Dottore commercialista e Revisore contabile, svolge attività di docenza presso l’Università Bocconi e la SDA Bocconi. Svolge, inoltre, attività di natura scientifica e professionale all’interno di Comitati e Commissioni di rilievo nazionale e internazionale. E’ autore di numerose pubblicazioni sui temi della contabilità, bilancio e controllo.
(*) E’ membro del Comitato Esecutivo di Cariparma.

Biografia dal sito www.didattica.unibocconi.it