LEGGE FINANZIARIA E TRAVAGLIO DEL PD

            Elaborazione Immagine di Pietro Bergamaschini

Pur con gli inevitabili compromessi al ribasso e le rinunce indotte dalla congiuntura e dai molteplici condizionamenti, la manovra finanziaria sembra destinata ad arrivare in porto senza traumi, né sensibili pregiudizi per la coalizione di centrodestra che solo da un paio di mesi ha assunto il compito di reggere le sorti del Paese. L’esercizio provvisorio è stato scongiurato e, in sede europea, è stato ottenuto un responso positivo, una valutazione favorevole, pur con qualche richiamo e osservazione, in parte poi superati da successive modifiche. L’impegno per contenere gli incrementi dei costi energetici a carico di imprese e famiglie è stato mantenuto con misure efficaci (21 miliardi), il relativo onere finanziario ha reso i margini della manovra piuttosto rigidi ed angusti e limitato necessariamente le ambizioni programmatiche e “identitarie” della coalizione. La mannaia “ideologica” sembra essersi abbattuta principalmente sul reddito di cittadinanza, cavallo di battaglia prioritario del Movimento 5 Stelle, benché la causa possa ravvisarsi più nell’esigenza di liberare ulteriori risorse da destinare ad altri necessari interventi, che in una pregiudiziale derivante da un’opzione culturale. Il reddito stesso ha subìto una sensibile restrizione, la perdita del medesimo anche in caso di rifiuto di una prima offerta di lavoro non “congrua” suscita certamente qualche perplessità. La revoca del beneficio dopo sette mesi, se un’occasione di lavoro non si sarà, nel frattempo, concretizzata, potrebbe favorire la possibile insorgenza di tensioni sociali e nuovi squilibri nelle aree di maggiore sofferenza, senza equipollenti ammortizzatori sociali.
Effetti virtuosi dovrebbero scaturire invece, sotto il profilo della liquidità disponibile e della crescita dei consumi, dal taglio del cuneo fiscale e dall’aumento delle pensioni minime per gli over 75, mentre l’elevazione della percentuale di reddito cui applicare la flat tax per le partite Iva potrebbe concorrere ad un incremento della produttività, nel corso di un anno cui le previsioni hanno attribuito un sensibile rallentamento della crescita. Anche le altre misure in materia previdenziale – quota 103 e opzione donna – recano un parziale sollievo, rispetto a posizioni socialmente più deboli o di lavoro usurante. Particolarmente apprezzabile anche la sperimentazione del “reddito alimentare”, per le condizioni di povertà assoluta. Nel complesso una manovra equilibrata, nelle condizioni date, tenendo conto dei limiti imposti da uno scenario di crisi internazionale particolarmente drammatico, con una guerra nel cuore dell’Europa da cui derivano, anche per il nostro Paese, pesanti implicazioni rispetto alle forniture energetiche e non solo. Le polemiche sul contante e sul Pos si sono rivelate forse eccessive, rispetto all’effettiva rilevanza delle misure proposte dal governo e la seconda, peraltro, è stata vanificata dalle pressioni intervenute in sede europea. Nella prospettiva dell’anno che verrà e anche oltre, la spinta verso il rilancio economico, produttivo e occupazionale è in larga misura affidata all’attuazione del Recovery Plan, il cui iter, impegnativo e complesso, si presta facilmente a incertezze e rallentamenti e richiede una particolare e tempestiva attenzione e sollecitudine, da parte delle amministrazioni preposte e degli organi di controllo. La nuova normativa sugli appalti potrebbe favorire le necessarie accelerazioni. Il dato politicamente rilevante, in conclusione della lunga marcia della manovra finanziaria, resta comunque la discreta compattezza che ha rivelato la coalizione di governo, la cui tenuta conferma quella sostanziale omogeneità e solidarietà interna premiata dal corpo elettorale nelle consultazioni di settembre.
Non altrettanto si può dire dell’attuale opposizione. Al suo interno troviamo al momento – in futuro non si sa, non si può mai dire …!- due rilevanti segmenti, 5 Stelle e Terzo Polo, apertamente in contrasto tra loro e su posizioni di dichiarata incompatibilità. E il Partito Democratico nel mezzo. Non ancora deciso sulla maggiore prossimità all’una o all’altra delle due formazioni contrapposte che pure sono parte dell’opposizione al governo Meloni. Lo scioglimento di questa sorta di nodo gordiano è affidato ad un Congresso nazionale che, rispetto all’urgenza di una svolta, ai fini di contenere l’emorragia di consensi evidenziata dai sondaggi, appare troppo lontano nel tempo. E’ pur vero che a febbraio si svolgeranno le elezioni in due delle più importanti regioni, Lombardia e Lazio e forse si è voluto evitare di impegnare la nuova leadership prossima ventura nelle scelte difficili inerenti a queste due consultazioni e di esporla ai conseguenti rischi (gli esiti sono ancora molto incerti). Su queste elezioni regionali incombe il tema delle alleanze, un vero enigma, al momento, per il partito guidato da Enrico Letta, che nelle due competizioni ha compiuto scelte divergenti (con 5 Stelle in Lombardia, con Calenda nel Lazio). Nel quadro del processo di rigenerazione che dovrà essere avviato dal Congresso è proprio il nodo delle alleanze una delle questioni prioritarie da sciogliere, ai fini della costruzione di un’alternativa competitiva, rispetto all’attuale coalizione di governo. Anche per questo il Partito Democratico dovrà finalmente decidere, in primis, cosa intenda diventare, quale impostazione culturale e programmatica adottare per caratterizzare la propria identità, sembra ormai titanica la pretesa di tenere dentro istanze e sensibilità troppo distanti. Le candidature alla segreteria evidenziano, in qualche misura, le linee di tendenza, più radicali le posizioni di Schlein e di Cuperlo, più orientate verso un riformismo “ecumenico” quelle di Bonaccini. Ma alla fine dovrà emergere una scelta chiara, anche in termini di alleanze, una propensione verso l’area liberaldemocratica (intesa con il Centro, o Terzo Polo che sia, di Calenda e Renzi), o una chiara opzione di sinistra, tendenzialmente radicale e di classe, dove, piaccia o no, si dovrà dialogare proprio con quel professor Giuseppe Conte che quell’area sta progressivamente occupando, con un’accorta e lucida strategia che già sta dando i suoi frutti, in termini di crescita dei consensi di quel Movimento 5 Stelle che, fino a pochi mesi fa, sembrava avviato verso un triste ed inesorabile declino, attenuandosi ormai l’ondata populista.

 

di Alessandro Forlani

 

Alessandro Forlani
Laureato in Giurisprudenza, ha svolto la professione di avvocato e, dal 2017, è Consigliere della Corte dei
Conti.
Nel 1985 è stato eletto Consigliere comunale di Roma, restando in carica fino al 1989. Consigliere regionale del Lazio nella quinta legislatura, ha rivestito la carica di Presidente del Collegio Revisori dei Conti e poi quella di Presidente della Commissione Cultura e Personale, nel periodo in cui venne approvata la legge regionale sul diritto allo studio. Primo firmatario di diverse proposte di legge regionale, tra cui quella sul registro delle associazioni di volontariato, poi approvata. Nel 2001 è eletto senatore nella circoscrizione Marche e, nel corso della XIV° legislatura, è membro della Commissione Esteri e della Commissione Diritti Umani del Senato, della cui istituzione è stato tra i promotori. In quegli anni è anche componente della Delegazione Italiana presso l’Assemblea Parlamentare NATO. Dal 2006 al 2008 è deputato, eletto nella circoscrizione Marche, componente della Commissione Esteri e della Delegazione Parlamentare INCE. Negli stessi anni è anche Presidente, per l’Italia, dell’Ong “Parliamentarians for Global Action”.
Dal 2009 al 2016 è componente della Commissione di Garanzia dell’applicazione della legge sullo sciopero nei servizi pubblici essenziali, Commissario delegato per Sanità e Farmaceutica fino al 2012, poi, dal febbraio 2012, per il Trasporto Pubblico Locale.
Collabora, nel corso del tempo, a diverse testate e pubblicazioni.