Inflazione, in Italia è record disuguaglianze: l’aumento dei prezzi pesa il doppio nelle famiglie povere

di | 1 Feb 2023

L’indagine Bruegel: dopo la Lettonia, il nostro è il Paese in cui i rincari pesano proporzionalmente di più sulle fasce più basse della popolazione. E in Francia, Germania e Spagna l’onere maggiore è sui più ricchi: merito delle politiche dei governi. Più mirate e con uno sguardo al consenso di domani

L’inflazione è la tassa più odiosa, ripetono da sempre gli economisti: colpisce i poveri più dei ricchi. È ancora più vero per la fiammata inflazionistica che stiamo vivendo. Lo dimostra la banca dati che Bruegel, un autorevole think tank europeo, compila mese per mese, mettendo a confronto non i normali indici di inflazione, che sono costruiti sulla famiglia media, ma quelli relativi al 20 per cento più povero e al 20 per cento più ricco della popolazione.

Se ne ricava un risultato-choc. Ancora a novembre, l’inflazione media, in Italia, era oltre l’11 per cento. Ma le famiglie ricche subivano un aumento dei prezzi, rispetto alle loro abitudini di spesa, intorno al 10 per cento. Per il 20 per cento della famiglie più povere, invece, l’inflazione effettiva – misurata sui loro bilanci – era vicina al 20 per cento, praticamente il doppio. A dicembre, l’inflazione è scesa un po’ per tutti, ma, complessivamente, nel corso del 2022, i poveri hanno avuto una inflazione di 8 punti superiore a quella dei più ricchi.

Questo è il primo choc. Ma la banca dati di Bruegel ne fornisce altri due. Il primo è che – a parte la Lettonia – in nessun altro paese europeo, la differenza fra l’inflazione dei poveri e quella dei ricchi è così ampia. Al massimo, si arriva (in Irlanda, in Bulgaria) a 4 punti: la metà. Il secondo choc è che, per i paesi che sentiamo più vicini – Germania, Francia, Spagna – è vero il contrario: l’inflazione dei poveri è stata inferiore a quella dei ricchi.

La cosa non è affatto misteriosa. A determinare l’inflazione, in Italia, sono state le bollette e il cibo: due spese che pesano moltissimo nel bilancio di una famiglia povera e relativamente poco in una ricca, dove le spese più rilevanti sono trasporti, vestiario ecc.. Questo vale, però, anche a Parigi e a Berlino. Perché, allora, lì sono stati i ricchi a pagare di più l’inflazione (circa un punto in più dei poveri)? La spiegazione è nelle politiche di sostegno e di aiuto nel pagare le bollette, messe in campo dai governi di Parigi, Berlino e Madrid, evidentemente assai più efficaci e mirate ai più poveri, rispetto a quanto si è riusciti a fare in Italia, sia con il governo Draghi che con quello Meloni.

È possibile che il futuro mostri che, nei palazzi di Parigi, Berlino e Madrid, hanno avuto l’occhio lungo, anche sui propri interessi. Questi squilibri pesano, infatti, socialmente e moralmente. Ma hanno anche un costo politico rilevante, scassando gli equilibri partitici consolidati. Questo, almeno, è quanto avvenuto, nella vicenda recente più simile all’attuale fiammata inflattiva: l’austerità di dieci anni fa. Mathias Klein e altri ricercatori hanno esaminato circa 200 elezioni regionali in otto paesi europei fra il 1980 e il 2015. Si vede che, fra il 2007 e il 2015, prima e dopo la crisi del 2008 e l’austerità, la scena politica europea cambia radicalmente. Sono gli anni del collasso di socialisti e gollisti in Francia, della paralisi del Pd e dell’ascesa di 5 Stelle e Lega in Italia, delle difficoltà della Cdu in Germania, dell’ascesa delle destre in Spagna, in Svezia, in Danimarca. Le mappe delle elezioni regionali, fra il 2007 e il 2015 mostrano un marcato incremento del voto per i partiti estremisti – di destra e di sinistra – nell’Italia centrale, nel nord e nel sud della Francia, nella Germania orientale, nel sud della Spagna, nelle periferie di Svezia e Danimarca. C’è un filo fra questi sommovimenti e la riduzione della spesa pubblica legata all’austerità? Gli effetti negativi su occupazione e investimenti non sono, probabilmente, l’unico filo, ma uno dei più solidi. Ogni 1 per cento di spesa pubblica regionale in meno corrisponde ad un aumento del 3 per cento della quota di voti ai partiti estremisti, favorito anche dall’aumento delle astensioni.

Ma che succede se, come ora in Italia, l’estrema destra arriva al governo? Proprio perché scava in profondità è forse questo il più insidioso vento contrario che deve affrontare l’attuale governo.

dal sito www.repubblica.it