Psicofarmaci e giovani, aumenta l’uso: «Il futuro e l’università sono motivo di ansia. Ci serve più sostegno»

di | 22 Giu 2023

La testimonianza di due ventenni che hanno chiesto supporto medico. Lo psichiatra Mencacci: «Le richieste di aiuto crescono dal 2010. Con la pandemia i disturbi psichiatrici aumentati del 25%»

Prima dell’università, Anna non ha mai avuto problemi con lo studio, né con i compagni o i professori. Poi, quando è iniziato il percorso accademico, qualcosa è cambiato, come se un macigno avesse preso spazio dentro di lei, rendendole faticoso ogni passo in avanti. Anna ha 25 anni (il nome è di fantasia), è iscritta a Scienze dei Beni culturali, facoltà che segue mentre lavora, e per poter superare questo blocco di paure e ansia ha chiesto aiuto a una psicologa. Anna sta assumendo, su indicazione medica, degli psicofarmaci.

Un macigno simile ha iniziato a schiacciare Edouard, invece, già ai tempi delle scuole superiori: la sua ansia era così forte da aver «plasmato» il suo corpo: «Ho iniziato ad avere dei problemi a livello intestinale quando ho dato l’esame di maturità – racconta in videochiamata – e mi hanno trovato delle ulcere che erano causate dall’ansia». Edouard oggi ha 24 anni e ha ricominciato a soffrire di ansia dopo l’iscrizione a Giurisprudenza. È seguito da uno psichiatra e anche lui sta assumendo psicofarmaci.

Anna e Edouard ci hanno raccontato la loro storia e hanno provato a riflettere su quelli che sono i disagi e le angosce della loro generazione. E, insieme a due professionisti, abbiamo affrontato il tema della salute mentale dei nostri ragazzi: lo abbiamo fatto con il medico psichiatra Claudio Mencacci, direttore emerito Neuroscienze al Fatebenefratelli di Milano e co-presidente della Società italiana di Neuropsicofarmacologia (Sinpf) e con Giulia Cordaro, psicologa e psicoterapeuta, consulente presso il servizio «PoliPsi» di psicologia e psicoterapia per studenti e dottorandi del Politecnico di Milano.

Anna, la studentessa nel tunnel degli attacchi di panico
«L’ansia è arrivata con i primi esami – racconta Anna in una videochiamata in cui chiede di rimanere anonima –. Scappavo, avevo degli attacchi di panico e mi chiudevo nei bagni dell’università senza pensare ad altro se non all’esame che non riuscivo a dare». La timidezza della studentessa è un fattore che ha inciso su questo percorso, racconta, nonostante la sua preparazione. «Quando la situazione è diventata insostenibile perché l’ansia mi stava bloccando totalmente – prosegue nel racconto – e quindi non riuscivo né a dare gli esami né a mollare l’università, ho deciso di intraprendere un percorso psicologico. Gli ansiolitici mi hanno dato la tranquillità di avere una rete di sicurezza: ora so che, in caso di crisi, ho la possibilità di uscirne. Per me è stata la decisione migliore perché mi hanno aiutata a uscire da quel tunnel in cui ero finita». Quando ha avuto bisogno, Anna non si è rivolta a uno sportello studentesco («mi faceva sentire l’unica pecora nera tra gli studenti modello»), ma sa che altri suoi coetanei soffrono di problemi simili: «Spesso i professori non pensano che l’università può dare problemi mentali e di disagio; è un ambiente competitivo e spesso “impersonale” perché siamo visti come numeri. E l’idea del fuori corso è qualcosa che ti perseguita».

La storia di Edouard, che ha vissuto l’ansia sul suo corpo
Dopo la maturità, Edouard ricomincia a fare i conti con l’ansia all’università: «Pensavo di aver trovato una via di fuga qui a Bologna, ma le cose stanno andando un po’ male – racconta via Zoom –. Non conoscevo nessuno e ho dovuto ricominciare tutto da capo (prima studiava Biologia a Pisa, ndr). Ma dall’ansia che avevo sono rimasto settimane a letto senza far niente». Il suo malessere è anche legato alla borsa di studio che gli permette di pagarsi l’affitto: «A causa dell’ansia, non avevo concluso quasi niente e dovevo mantenere un certo numero di crediti per non perderla. Questo, più la pressione dei miei genitori, mi ha generato così tanta paura che ho avuto un altro problema psicosomatico, la disidrosi: i miei piedi si sono ricoperti di vescicole e sono rimasto tutta l’estate in casa perché non riuscivo a camminare». Come Anna, i problemi di Edouard sono legati anche alla vita accademica: «Non ho fatto amicizie perché soffro questo ambiente di competitività. E credo che non ci sia abbastanza supporto per gli studenti. Soprattutto durante il Covid, quando ci siamo trovati in una situazione di totale chiusura e ora sento che i rapporti tra i miei coetanei sono, se non fragili, quasi disinteressati».

Lo psichiatra Mencacci: «Servono screening a partire dai 12 anni»
«Dal 2010 c’è stata una crescita esponenziale di richiesta d’aiuto — spiega il dottor Mencacci, che abbiamo raggiunto nel suo studio di Milano —, che è da relazionare con gli eventi accaduti nel mondo e che hanno reso la costruzione di un futuro sempre più difficile per i nostri giovani. Potremmo parlare di “era della volatilità” o di “permacrisi”, che ha condizionato la loro salute. Fino al 2019 ho assistito a un aumento dei casi di depressione, ansia e disturbo del sonno insieme all’abuso di sostanze stupefacenti o iniziali disturbi del comportamento alimentare. La pandemia è stata poi un amplificatore, i disturbi sono aumentati di un 25% in più. Ed è aumentato anche il numero degli hikikomori, i giovani che si sono chiusi in casa, che oggi sono tra i 44 e i 54 mila». Mencacci parla anche di altre due condizioni cliniche che sono aumentate: «Il languishing, cioè chi non riesce a programmarsi, chi si sente in una situazione di stagnazione. E poi c’è una nuova sensibilità dei giovani nei confronti del cambiamento climatico, la solastalgia: un sentimento che porta a vedere come il proprio ambiente sia cambiato in modo irreparabile e che è insito nella costruzione che i giovani devono fare del loro futuro».

Nel cercare la propria strada, i ragazzi si ritrovano ad affrontare un mondo che ha un alto livello di competitività, dice ancora Mencacci, che genera ansia sociale e da performance. «Il 75% delle patologie mentali insorge nell’adolescenza, tra i 12 e i 24 anni, quando il sistema nervoso centrale cambia. Perciò è importante riconoscere chi è maggiormente vulnerabile, anche attraverso degli screening a partire dai 12 anni, per poi avviare un trattamento medico farmacologico abbinato sempre a una psicoterapia. Questo non vuol dire medicalizzare i più giovani, ma monitorare come si fa per le situazioni di cardiologia o di pneumologia. Non dobbiamo avere paura di qualcosa di cui oggi conosciamo il suo funzionamento e che può aiutare i giovani a ritrovare la propria strada».

L’abuso di psicofarmaci: un campanello d’allarme
«L’uso degli psicofarmaci deve avvenire sempre sotto il controllo di uno specialista — ricorda lo psichiatra —, che possa definire una diagnosi e una terapia, poi monitorata nel tempo». Ma quando si parla di uso improprio? «Per esempio, quando si vogliono aumentare le performance, come le capacità di attenzione e concentrazione — dice il medico —. Oppure per motivi estetici, come la perdita di peso, e infine per scopi di sballo. Le ricerche ci hanno detto che oltre il 10% degli adolescenti fa un uso improprio di psicofarmaci, che hanno utilizzato senza ricetta medica. Come Società italiana di Neuropsicofarmacologia siamo stati molto chiari: questo fenomeno va contrastato e il nostro invito è che nelle case gli psicofarmaci non siano lasciati in maniera disordinata dai familiari, che ci sia un’attenzione da parte degli operatori sanitari di fronte a richieste senza ricetta medica. E pensiamo che sia importante informare i giovani».

I dati nel mondo e in Italia
Secondo il report dell’Unicef 2022, uscito lo scorso 20 novembre, in occasione della Giornata Mondiale dell’Infanzia e dell’Adolescenza, nel mondo 1 adolescente su 7 (10-19 anni) ha un disturbo mentale diagnosticato; di questi, l’ansia e la depressione rappresentano il 40%. Per quanto riguarda invece i numeri legati all’uso degli psicofarmaci in Italia (i dati sono stati raccolti dalla Sinpf e si rifanno al dossier Cnr-Espad), sappiamo che il 10,8% dei ragazzi tra i 15 e i 19 anni ha assunto psicofarmaci senza prescrizione medica nel 2022. E gli psicofarmaci senza prescrizione medica maggiormente utilizzati nel 2022 sono: farmaci per dormire (5%); quelli per l’umore e le diete (1,7% per entrambe le tipologie) e quelli per l’attenzione (1,2%). Chi usa maggiormente questi farmaci? Il 18% degli studenti ha utilizzato almeno una sostanza psicoattiva illegale nel corso del 2021; il 2,8% ne ha fatto un uso frequente e quasi il 10% degli studenti è un «poliutilizzatore», facendosi di almeno due sostanze negli ultimi 12 mesi.

La psicologa Giulia Cordaro: «È aumentato il ricorso allo psicofarmaco, ora è più accettato»
La psicologa Cordaro, che lavora con pazienti in fascia di età universitaria e con dottorandi (18-30 anni) presso il servizio «Polipsi» del Politecnico di Milano, ci racconta che gli studenti si rivolgono al servizio soprattutto per problematiche legate agli studi, oppure «per molti c’è la difficoltà nel vivere una vita che non si sente totalmente autentica o corrispondente ai propri desideri». Ma il ricorso allo psicofarmaco è aumentato? «Sì perché ora è più accettato socialmente — dice ancora Cordaro — e sta venendo progressivamente meno lo stigma per cui danno dipendenza o che se lo assumi vuol dire che sei matto». Anche nelle scuole sta cambiando qualcosa: «Ci sono maggiori campagne di sensibilizzazione sul tema della salute mentale. Anche se, in realtà, siamo ancora un po’ troppo in un’ottica emergenziale — puntualizza la psicologa —, quindi si rischia di intervenire quando ormai è troppo tardi. Bisognerebbe agire in un’ottica di prevenzione e non solo di tamponamento. Per quanto riguarda l’università, invece, nella maggior parte degli atenei sono attivi dei servizi di sostegno psicologico e di psicoterapia per gli studenti, che sono in buona parte gratuiti».

Il «fenomeno psicofarmaci» sui social
Basta una semplice ricerca su TikTok per rendersene conto: i giovanissimi (e in particolare il fenomeno riguarda le ragazze) parlano molto di salute mentale e di psicofarmaci sui social. E non sono casi isolati: c’è chi racconta storie di vita personale, chi ci ironizza sopra, chi mostra il proprio peso «prima e dopo gli psicofarmaci»; chi si sballa in diretta; e poi chi dà un voto a questi medicinali, come se fosse una classifica. «Si parla sempre più tra i giovani di disagio psicologico — commenta Cordaro —, e il fatto che se ne parli, a mio avviso, è sempre positivo. Poi più giovani lo fanno sui canali che utilizzano, quindi i social, dove possiamo trovare risorse interessanti o ragazzini che li usano per fare “le classifiche”. Ma questo fenomeno non deve portarci a sottovalutare il disagio che c’è dietro e che va accolto nel modo più adeguato».

dal sito www.video.corriere.it