La corsa all’Africa del governo Meloni

di | 1 Apr 2024

Il rinnovato interesse delle potenze globali ha trasformato il continente africano nella nuova frontiera della geopolitica e dell’economia mondiale. Le maggiori potenze non occidentali, tra tutte Russia e Cina, stanno estendendo la loro influenza su tutto il continente attraverso investimenti economici, politici e strategici. Anche l’Italia ha deciso di entrare in questa partita, e il governo Meloni ha annunciato che la politica estera italiana è pronta a svoltare a sud.

Centoquaranta anni esatti dopo quel congresso di Berlino che diede il via alla colonizzazione dell’Africa, nell’attuale congiuntura di crisi internazionale il continente africano è tornato a essere destinazione ambita e partner di interesse. Le maggiori potenze mondiali non occidentali, in primis la Cina e Russia, hanno passato gli ultimi due decenni ad accrescere la loro influenza sul continente attraverso una fitta rete di rapporti e un flusso ingente di investimenti che hanno dato frutti non solo economici, ma soprattutto politici e strategici. La freddezza con la quale un buon numero di paesi africani ha accolto la recente risoluzione di condanna dell’invasione russa dell’Ucraina, in sede delle Nazioni Unite, ha rivelato che l’Africa si sta riposizionando sullo scacchiere internazionale in maniera eccentrica se non contraria rispetto alle aspettative di Stati Uniti e Unione Europea.

Dopo anni di scarsa attenzione, l’Italia ha recentemente deciso di entrare in questa partita e il governo Meloni ha annunciato che la politica estera italiana è pronta a svoltare a sud.

Al summit italo-africano del 28-29 gennaio 2024, alla presenza di tutti i maggiori rappresentanti dell’establishment italiano, delle istituzioni europee e di quelle africane, Giorgia Meloni ha annunciato l’inizio di una nuova fase di collaborazione tra l’Italia e il continente africano imperniata su investimenti e progetti comuni in piú settori: da quello energetico a quello della salute pubblica, dalle infrastrutture al clima, e dalla formazione alla migrazione. Il governo italiano ha stanziato 5,5 miliardi di euro, provenienti dal fondo italiano per il clima e da quello per la cooperazione allo sviluppo, a traino di un piano quadriennale, detto “piano Mattei per l’Africa”, che intende coinvolgere un numero significativo di paesi africani (dal Marocco al Kenya, dall’Algeria al Mozambico, dall’Egitto all’Etiopia, dalla Repubblica democratica del Congo e Mozambico) e una pluralità di attori, tra cui importanti società partecipate quali Eni, Enel, Fincantieri, e Leonardo.

L’obiettivo del governo, secondo quanto affermato dalla Presidente Meloni1, è quello di creare un partenariato “paritario e non predatorio” che porti benefici a tutti gli attori coinvolti, visto che l’Africa e l’Europa hanno un “destino comune”, in cui l’Italia ambisce a svolgere una funzione di “ponte”. Il “piano Mattei per l’Africa” è stato presentato come punta di diamante di una più vasta strategia di svolta verso il sud globale, capace di guardare oltre al Mediterraneo e ingaggiare quei paesi emergenti dell’Africa che più spingono per il riconoscimento del continente nelle sedi istituzionali mondiali, a partire da quel G7 di cui l’Italia attualmente detiene il semestre di presidenza.

La svolta africana della politica estera italiana, tuttavia, presenta piú di una criticità. Le dichiarazioni del Presidente della Commissione dell’Unione Africana, Moussa Faki – secondo cui il piano di investimenti sarebbe stato stilato senza consultare i paesi africani coinvolti, oltreché nell’assenza totale della società civile africana – sono state un primo pessimo auspicio e hanno sottolineato l’insofferenza di questi paesi nei confronti di un approccio occidentale paternalistico già ampiamente rigettato nei fatti. Si pensi solo alla crescente intolleranza verso le istituzioni e gli stati europei nei paesi dell’Africa occidentale che hanno portato negli ultimi anni all’espulsione della Francia dal Mali e dal Niger.

Ma il “piano Mattei per l’Africa” risente anche di contraddizioni, rischi, e ambiguità intrinseci. I piani di sviluppo possono richiedere anni prima di mostrare risultati e, per il momento, il decreto-legge contiene poche indicazioni concrete e resta troppo vago per poter capire esattamente cosa comporterà. Tuttavia, già da una prima lettura dei progetti in cantiere emergono alcune importanti falle nell’approccio italiano alle sfide di politica estera nel sud del mondo.

fonte: https://orientxxi.info/