PER UN RUOLO DECISIVO DELL’UNIONE EUROPEA NELLE CRISI INTERNAZIONALI

di | 1 Apr 2024

Si avvicina la scadenza delle elezioni europee, in un quadro internazionale che presenta  una pericolosa escalation delle tensioni alimentate negli ultimi anni.

Spirano venti di guerra, una crescente consapevolezza del rischio di un’estensione delle deflagrazioni a noi vicine che sembrano irriducibili ad ipotesi di cessazione e anche di semplice tregua. La recente dichiarazione del Presidente francese Macron sul possibile sostegno all’Ucraina, anche attraverso militari inviati sul posto, ha ingenerato la sensazione di un invito all’Europa a prepararsi al peggio. Un’inquietudine che lo spaventoso attentato al Crocus City di Mosca ha ulteriormente intensificato. Come se quelle garanzie di pace ritenute ormai acquisite, almeno con riferimento al Vecchio Continente, fossero improvvisamente venute a mancare e si rivelasse ormai necessario predisporre le opinioni pubbliche europee verso una diversa e nefasta prospettiva.

Due devastanti conflitti si stanno svolgendo da tempo non lontano da noi, in Ucraina e nella Striscia di Gaza. La comunità internazionale e  le Nazioni Unite, nei tentativi ripetuti di fermare l’escalation e di invertire la rotta, non trovano il modo di indurre le parti a desistere. L’Europa, in quanto Unione, sembra non toccare palla, o stenta comunque a svolgere un ruolo di rilievo.    Dato ancor più allarmante se si pensa che una delle due guerre – quella russo-ucraina – si svolge proprio nel cuore del continente europeo e in prossimità dei confini di paesi aderenti all’Alleanza Atlantica, il cui eventuale coinvolgimento, in virtù di possibili incidenti più o meno cercati, potrebbe costituire la premessa di una deflagrazione mondiale. E lo stesso conflitto di Gaza proietta i suoi riflessi nel Mediterraneo, anche sulle nostre rotte commerciali e, comunque, in termini di tensioni e di possibili migrazioni indotte dall’occupazione israeliana, potrebbe avere sensibili ricadute sull’Europa.

Sono crisi con risvolti globali, ma che riverberano effetti più ravvicinati sul Vecchio Continente. Per questo anche il dibattito politico italiano e la stessa competizione tra i partiti, in vista del rinnovo del Parlamento europeo, dovrebbe elevare la qualità delle tematiche e delle posizioni poste a confronto. Il nuovo Parlamento che sarà eletto a giugno e la nuova Commissione che verrà poi costituita dovranno finalmente affrontare il tema cruciale di una sicurezza autosufficiente, la difesa comune già auspicata da De Gasperi nell’immediato dopoguerra, la necessità di superare i sistemi di voto all’unanimità che paralizzano la capacità decisionale sui temi più importanti, la possibilità di varare le cooperazioni rafforzate.

In questi giorni infuriano le polemiche su diversi temi di politica interna, dai controlli governativi sull’amministrazione comunale di Bari alle candidature o meno di Meloni e Schlein, dalle pretese dimissioni della Santanchè ai test cui sottoporre i futuri magistrati.  Tutte questioni che possono rivestire una loro rilevanza, ma che non devono sottrarre terreno ad un serio confronto sulle emergenze che l’Europa sta attraversando e che richiedono ai partiti in competizione chiare prese di posizione che impegnino nei prossimi cinque anni i propri deputati che saranno eletti all’Assemblea di Strasburgo.  Ciò che veramente rileva, ai fini di questa importante scadenza elettorale, è l’idea di Europa che ogni partito prospetta all’elettorato. Come garantire un salto di qualità alla laboriosa costruzione comunitaria.   Su questo si devono confrontare i partiti in questo scorcio di tempo che ci separa dal voto.

Il sistema proporzionale che caratterizza le elezioni europee, nel quale non rilevano le coalizioni – tutti corrono contro tutti, con la possibilità di “rosicchiare” consensi anche agli alleati – favorisce le differenziazioni anche all’interno delle alleanze.  Nelle elezioni regionali svoltesi di recente o prossime allo svolgimento (Sardegna e Abruzzo ormai passate, Basilicata e Piemonte a breve scadenza) l’unica coalizione nazionale già formalmente costituita, quella di centrodestra da un anno e mezzo al governo, si è mantenuta salda e coesa, ma alle europee ognuno corre per sé e certamente si ravvisa un margine di concorrenzialità e si delineano posizioni parzialmente diverse tra i tre principali partners di governo. Tajani è allineato con il Ppe, la premier, appartenente al Gruppo dei conservatori, sembra orientata verso un’alleanza con il Ppe e forse anche alla riconferma della Presidente della Commissione Ursula von der Leyen, sulla quale invece non concorda Salvini che diffida, a sua volta, in ambito europeo, della tradizionale intesa popolari-socialisti e vagheggia un’alleanza di centrodestra che metta nell’angolo i socialisti.  Disegno di improbabile attuazione, la struttura istituzionale europea non rispecchia quella degli Stati nazionali, essendo sostanzialmente fondata su un accordo consociativo tra le due maggiori forze politiche, popolari e socialisti.   Si registra poi il diverso atteggiamento del Carroccio, rispetto ai suoi alleati italiani, nei confronti del regime di Putin e anche questo aspetto potrebbe avere il suo peso in quei margini di concorrenzialità che il voto europeo potrebbe indurre nel centrodestra.

Margini che, tuttavia, non dovrebbero incrinare l’intesa di governo.   Diversa la configurazione con cui si presenta il centrosinistra, dopo le difficoltà incontrate dal PD nei tentativi di accordo in Basilicata con le formazioni centriste (Renzi e Calenda, ma, inizialmente, anche con Conte) e le divergenze ancora in essere in Piemonte tra i due principali partiti della sinistra (PD e 5 Stelle). Gli antichi dissapori e le distanze di un tempo tra i due partiti hanno lasciato un retaggio difficile da superare con un colpo di spugna, ma al di là delle scadenze regionali, per una maggiore integrazione c’è ancora tempo, sono all’opposizione e non devono garantire la governabilità sul piano nazionale. Alle europee si giocherà una competizione per “registrare” i rapporti di forza, anche ai fini della conquista della leadership della futura coalizione.   Il Pd è favorito dal maggiore radicamento territoriale e dalle maggiori possibilità di reclutare candidature di prestigio, ma i 5 Stelle potrebbero giovarsi della posizione assunta sul conflitto in Ucraina per attirare consenso dall’area dei pacifisti (molti anche tra gli elettori del Pd), contendendolo anche alla lista di Santoro. Ma sulla guerra voluta da Putin, dopo due anni di orrori, non è più tempo di dividersi sulle tipologie di aiuto e di solidarietà verso il Paese ingiustamente aggredito.  E’ il momento di una decisa e vigorosa iniziativa unitaria europea per conseguire la pace, da intraprendere senza indugio agli inizi della nuova legislatura del Parlamento europeo.

di Alessandro Forlani

immagine: Elaborato Istituto Comprensivo Venasca-Costigliole – plesso di Venasca Cuneo