Intervista a… SERGIO MARTES Rappresentante permanente italiano presso l’ICAO

di | 4 Apr 2024

Nato a Carbonia (Cagliari) nel 1973. Dopo aver conseguito nel 1997 la laurea in Scienze Politiche presso l’Università di Firenze, nello stesso anno entra in carriera diplomatica e inizia il suo percorso professionale alla Farnesina presso la Segreteria Generale – Centro per l’Informatica.

Nel 1999 assume il primo incarico all’estero, con la direzione del Consolato d’Italia a Friburgo, Germania.

Nel 2002 è Primo segretario e Vice – Capo Missione all’Ambasciata a Kiev, Ucraina.

Nel 2007 riassume servizio alla Farnesina, dapprima presso la Direzione Generale per l’Integrazione Europea, quindi presso la Direzione Generale Risorse Umane e Organizzazione.

Nel 2011 è nominato Console Generale a Sydney, Australia.

Nel 2015 è il nuovo Ambasciatore d’Italia a Managua, Nicaragua.

Nel 2019 è nuovamente al MAECI, dapprima presso la Direzione Generale per l’Unione Europea e successivamente presso la Direzione Generale Risorse ed Innovazione.

Nel 2023 viene nominato -con ruolo e rango di Ambasciatore- come Rappresentante permanente italiano presso l’ICAO (International Civil Aviation Organization), Montreal.

L’ICAO, fondata nel 1947, promuove l’elaborazione e l’adozione di norme internazionali e convenzioni in materia di navigazione aerea, trasporto di passeggeri e merci, sicurezza del trasporto aereo.

Lei è stato recentemente nominato Rappresentante permanente italiano presso l’ICAO (International Civil Aviation Organization), un’Agenzia specializzata delle Nazioni Unite con competenza primaria in materia di regolamentazione e sviluppo dell’aviazione civile, con sede a Montreal. È la prima volta che il Governo italiano indica un Rappresentante dedicato. Cosa significa e comporta questa scelta, per l’aviazione civile e per il MAECI?

Si tratta effettivamente di una svolta importante, dopo che per circa 25 anni la figura del Rappresentante permanente presso l’ICAO ha coinciso con quella del nostro Console generale a Montreal. Nel corso del 2022, dopo alcuni contatti ai vertici di MAECI ed ENAC, si è deciso di optare per la separazione tra le due strutture montrealesi, e l’invio di un Rappresentante permanente autonomo, con ruolo e rango di Ambasciatore, presso questa Agenzia delle Nazioni Unite. Parallelamente, è stata firmata una Convenzione, sempre tra MAECI ed ENAC, che permetterà in un prossimo futuro l’invio di esperti in tematiche riguardanti l’aviazione civile, che potranno contribuire in maniera sostanziale alle attività della nostra Delegazione e dell’Organizzazione internazionale. È quindi un rafforzamento complessivo della nostra presenza in un ambito di vitale importanza per le relazioni internazionali.

Vuole spiegare in cosa consiste questo incarico e perché è così importante per il nostro Paese?

Come Rappresentante permanente partecipo a tutte le riunioni dei Comitati e del Consiglio, dove vengono prese le principali decisioni che riguardano la vita dell’Organizzazione e gli standard che vengono adottati in tutto il mondo in tema di aviazione civile (navigazione aerea, sicurezza, ambiente, solo per citare alcuni settori). Insieme ai miei collaboratori (il Vicario della Sede Ing. Marco Silanos, proveniente dall’ENAC, e la Dssa Kinda Kalpakjiank, assistente amministrativa a contratto), manteniamo i contatti con questa complessa macchina facendo da ponte con il sistema Italia, nelle sue interconnessioni con l’ICAO. E si tratta qui di un sistema assai composito: oltre a MAECI, ENAC ed altre strutture statali, infatti, possono essere di volta in volta interessati il mondo delle imprese, dei fornitori di servizi, degli aeroporti, delle compagnie aeree. A livello mondiale, il settore dell’aviazione civile rappresenta grossomodo il 3% del PIL globale. Ma per il nostro Paese, in virtù della solida tradizione manifatturiera e dell’intenso traffico aereo che passa sui nostri cieli (per affari, turismo, spostamenti famigliari etc.), il settore nel suo complesso è probabilmente ancora più rilevante, andando ad incidere direttamente o indirettamente sulla vita di milioni di persone.

Lei ha alle spalle una importante carriera diplomatica, in diversi luoghi e durante oltre venti anni, dal Consolato di Friburgo a quello di Sydney, dall’Ambasciata di Kiev a quella di Managua. Come è cambiato l’ambiente diplomatico nel tempo?

Si, è vero, ho avuto la fortuna di poter avere, sinora, un percorso di carriera assai vario. E questo innanzitutto in termini di luoghi nei quali ho potuto servire, e ciò mi ha grandemente arricchito da un punto di vista personale e culturale, ad esempio con riguardo all’apprendimento delle lingue straniere. Quindi, in termini di incarichi ricoperti, dal settore consolare a quello più prettamente bilaterale (la classica Ambasciata che si occupa di relazioni fra l’Italia ed un altro Paese) e, adesso, con un incarico presso un’Organizzazione internazionale multilaterale, con ben 193 Stati membri. Sì è trattato per larga parte di un tipo di carriera generalista, coerente con la scuola di pensiero che ritiene opportuno variare le proprie tipologie di incarico all’estero, per mantenere una certa freschezza di approccio alle diverse realtà in cui ci si trova ad operare. Un orientamento diverso da quello prevalente, ad esempio, in alcuni altri Paesi, ove invece ci si specializza di più per aree geografico-linguistiche o per tipologie di lavoro da svolgere.

Sono ormai 27 anni che ho l’onore di svolgere questa professione, e ho visto in effetti parecchi cambiamenti nell’ambiente diplomatico, spesso in linea con i mutamenti avvenuti intorno a noi nel mondo. Il Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale, così come tutta la Pubblica Amministrazione in Italia, ha subito una forte contrazione in termini di risorse, che vanno quindi impiegate con oculatezza; solo in parte la rivoluzione digitale ha aiutato a superare i conseguenti problemi di gestione di una domanda – invece crescente – di servizi da erogare nei confronti di imprese e cittadini. Continua poi la tendenza che vede gli ambiti multilaterali sempre più rilevanti nelle relazioni internazionali (per noi, in primis, la UE, ma anche la galassia delle Nazioni Unite, o i consessi quali G7 e G20). La sostanza ultima del nostro lavoro però credo sia rimasta invariata, e resti quella di fornire un punto d’incontro e dialogo fra paesi e popoli, per cercare di smussare i contrasti e trovare le concordanze, al fine di facilitare il mantenimento di relazioni pacifiche e fruttuose fra le nazioni.

 La nostra testata si rivolge prettamente agli italiani all’estero. Quali sono, a suo avviso, le competenze necessarie oggi per rappresentare il proprio Paese e ascoltare ed assistere i nostri connazionali nel mondo?

Quella consolare è una delle attività più stimolanti che un funzionario diplomatico possa svolgere all’estero. Si entra infatti a diretto contatto con i nostri concittadini, sia come singoli che nelle forme organizzate, quali associazioni o circoli, e l’interscambio è sempre proficuo.

Rispetto alla tradizionale attività diplomatica, che spesso dispiega i propri risultati su tempi assai lunghi, il lavoro consolare ha inoltre il pregio di dare dei riscontri alla propria attività in tempi relativamente brevi, e questo, quando sei una persona pratica, è un incentivo assai gratificante: se svolgi bene la tua professione ne vedi i frutti, e ciò è una grande soddisfazione, umana e professionale. È comunque un lavoro molto impegnativo e coinvolgente, se intendi svolgerlo al meglio. Purtroppo, infatti, in un mondo nel quale le risorse a disposizione sono limitate, è indispensabile stabilire delle priorità e fare il miglior utilizzo possibile del personale e delle risorse finanziarie di cui si dispone. Risulta quindi importante sviluppare le proprie doti manageriali, e riuscire a creare una squadra con i propri collaboratori, motivandoli quando possibile anche il proprio esempio. Ma, se per stabilire delle priorità e mantenere la barra dritta è importante avere una certa maturità di carattere e stabilità emotiva, allo stesso tempo, per coltivare i rapporti con i cittadini e con la collettività, è indispensabile una forte empatia.

Un Console che sappia ascoltare le esigenze della propria comunità e, nei limiti del possibile, sfumare la propria attività in funzione anche di tali contatti e dei suggerimenti che ne derivano, raggiungerà meglio ed in misura più completa gli obiettivi del proprio mandato.

La sua carriera diplomatica è iniziata molto presto, che ricordi ha delle sue prime esperienze? Qualche aneddoto a cui è particolarmente legato?

Effettivamente ero molto giovane, alla partenza come Console a Friburgo avevo appena ventisei anni: poca o punta esperienza, ma certo un grande entusiasmo e voglia di fare.

Si trattava di una Sede credo assai efficiente, con un personale molto capace, che rispondeva bene alle richieste di una importante collettività concentrata in una zona relativamente piccola della Germania, il Sud Baden. Mi accolsero con grande calore, e cercai di ricambiare con tutto l’impegno possibile, ad esempio nel settore scolastico, ove avevamo un nutrito gruppo d’insegnanti provenienti dall’Italia, oltre agli enti gestori locali. Ricordo con particolare simpatia le occasioni d’incontro con la collettività nei piccoli centri della foresta nera, o anche con singoli cittadini od operatori che ho avuto modo di conoscere. In linea generale, nella carriera di un diplomatico, vi sono innumerevoli occasioni d’incontro e di confronto, momenti emozionanti e momenti tristi, sia da un punto di vista professionale che personale, e non sempre è semplice o automatico tracciare una linea netta fra i due aspetti, ad esempio quando il Paese in cui presti servizio attraversa una crisi sociale, politica o umanitaria. Mi piace però ricordare qui alcuni positivi episodi nei quali siamo, sempre come squadra, riusciti a fare delle cose buone e concrete in favore dei nostri connazionali: a Friburgo, l’ausilio dato ad un tenace imprenditore del nostro settore vinicolo durante una causa con un’impresa tedesca; in Ucraina, il supporto a tante famiglie allora coinvolte nei soggiorni estivi di minori in Italia (i cosiddetti ”Bambini di Chernobyl”); il sostegno dato ad un gruppo di ragazzi italiani vittime di una violenta aggressione durante il periodo in Australia; una raccolta fondi avvenuta successivamente al terremoto di Amatrice, particolarmente significativa perché avviata all’interno di una comunità piccola ma assai attiva quale quella in Nicaragua. Tutti casi, fra i tanti che avrei potuto citare, nei quali l’aspetto umano e la collaborazione fra Istituzioni e società civile hanno prodotto considerevoli risultati, dei quali serbo ancora oggi un prezioso ricordo.

immagine: Giulio D’Anna Opera di Aeropittura