DONNE CONTRO GUERRE

di | 1 Mag 2024

A.D. 2024. È difficile accettare, giustificare, anche solo immaginare,  che più di duemila anni dopo Cristo, la guerra sia ancora uno strumento, “lo strumento” con cui popoli e governi credono di affrontare e risolvere controversie politiche o economiche nel mondo.

La guerra rimane ancora un arcaico retaggio della più bruta e priva di senso condizione di una mascolinità che si rifiuta di evolvere, nonostante i cambiamenti epocali che l’umanità ha visto accadere nella sua millenaria storia.

È un concetto che oppone anzi una stregua resistenza allo scorrere del tempo e alle conseguenze che ha sempre portato con sé.

Sembra impossibile che nel mondo in cui siamo, con le esperienze del passato remoto e recente, ci sia ancora chi crede che la “forza” di un popolo, di un leader, di un ideale, possa risiedere nella guerra e nella quantità di morte e distruzione che essa produce.

Eppure la battaglia, la sopraffazione, la forza bruta, umana o tecnologica che sia, permeano ancora le azioni dei potenti di turno, anche se destinati a soccombere, inevitabilmente, al tempo se non ai conflitti stessi, come la Storia ci ricorda dall’alba dei tempi.

É un retaggio che appartiene purtroppo, quasi esclusivamente al genere maschile dell’umanità, anche se con le dovute eccezioni, perché la rincorsa al potere delle donne passa anche attraverso l’imitazione di metodi e “filosofie” che generalmente (sempre con le dovute eccezioni) non gli appartengono.

Le donne contro la guerra sono quelle come Maria, ai piedi della Croce, che abbracciano i corpi inerti dei loro figli. Che hanno vissuto e vivono un dolore che nessun ideale, nessuna bandiera, nessuna scusa potranno mai lenire.

Sono quelle che ne subiscono il martirio sui loro corpi violati. Sono le bambine, le ragazze, le mogli, le madri, le nonne che piangono i loro padri, mariti, figli, nipoti, morti sotto le bombe. Massacrate da regimi ottusi e anacronistici. Imprigionate, relegate in campi di sterminio, senza voce, senza armi.

Le donne combattono danzando, con i capelli al vento, senza sparare un colpo, senza coltelli, senza pietre.

La guerra delle donne è una resistenza infinita, una speranza incrollabile nella vita che esse soltanto sono in grado di generare, di nutrire, di crescere.

In una remota regione orientale, duemila anni fa, una ragazzina quindicenne, mostrò loro il modo di “combattere”, con la sola forza della Speranza, custodendo la sacralità della Vita, fino alla fine, sotto una Croce issata da uomini ciechi, incapaci di “vedere” al di la dei corpi, dei territori, delle ricchezze e dei poteri materialistici, che sembrano onnipotenti, ma non lo sono.

Le donne contro la guerra sono miliardi, ma non hanno voce. Solo i singhiozzi di cuori dilaniati.

Quelle che hanno voce, invece, a volte dimenticano quella natura che le accomuna, per una perversa imitazione di potere che le rende complici.

L’esercizio della memoria invece è fondamentale, per quella innata presenza della Speranza, che in molte testimoni è instancabile.

Come Liliana Segre, che alla soglia dei novantanni, non cessa mai di ricordare alle giovani generazioni, ma soprattutto agli adulti, le spaventose aberrazioni delle guerre, la loro devastante carica di morte e distruzione.

O come Edith Bruck, che dopo aver conosciuto la persecuzione nazista, finalmente approdata nel Paese “dove scorrono latte miele”, non riconoscendosi in una realtà che non è immune da conflitti, la lascia definitivamente.

Le donne contro  la guerra sono quelle che la raccontano a chi vuole ascoltare, con la Speranza, senza fine, di farne comprendere l’oscenità prima ancora che la completa e fallimentare inutilità.

 

 

Mira Carpineta

Immagine: Corpus Dominae delle street artists Lediesis