FRAGILITÀ

di | 1 Giu 2024

Tutti chiamano “premier” chi premier non è né potrebbe esserlo, visto che la Costituzione è impostata su uno schema totalmente diverso. Oltre a sventolarla e giurarci sopra si dovrebbe leggerla. La cosa curiosa è che ora si vorrebbe passare al premierato, ma lasciando invariato il nome – “presidente del Consiglio” – che diventerebbe sbagliato, e volendolo fare in modo radicalmente difforme da come il premierato è stato realizzato laddove esiste veramente. Più che un tema di diritto costituzionale comparato sembra una incomparabile macedonia di frutta e ortaggi.

Il premier, quello sì, inglese ha indetto le elezioni anticipate per il prossimo 4 luglio. Perché il premier può sciogliere il Parlamento. Il premier che lo ha fatto – Sunak – non solo non è mai stato eletto tale, ma non era neanche il capo del partito che vinse le elezioni, perché colà non si sognano neanche di eleggere direttamente il premier e peraltro nessuno lo fa nel mondo. Il capo vittorioso ha poi perso il controllo della maggioranza ed è caduto. Come lui i successori, fino a giungere all’attuale. Ricevendo l’incarico dalla corona, ma soltanto perché vincitori dei congressi del partito che ha più parlamentari. Taluni credono di sapere che capiti solo adesso, perché forse gli inglesi hanno avuto un contagio italiano. Falso, è accaduto ripetutamente e basterà ricordare Gordon Brown succeduto a Tony Blair senza elezioni, così come capitò a John Major, succeduto a Margaret Thatcher. Né Blair né Thatcher persero mai le elezioni, in compenso persero il premierato.

La riforma proposta dal governo non è manco parente del premierato inglese e contiene una pericolosa contraddizione: un mandato popolare più forte e poteri meno forti (perché si conserva il Presidente della Repubblica, decisamente più influente del monarca coreografico). Non ha senso. Ma quel che più preoccupa è il senso che gli si vorrebbe dare: garantire più stabilità. Si otterrebbe soltanto più rigidità, che è il contrario della stabilità e genera fragilità.

Stabile è il premierato inglese (da secoli), proprio perché se imbocca strade politicamente insulse – come la pretesa di gestire la Brexit senza pragmatismo – cade il premier, non il regno. Se invece si vara una riforma in cui non può cadere il non-premier, poi cade la Repubblica. In questo errore c’è tutta la retorica dell’“uomo solo al comando”, laddove non esiste il comando, in democrazia, ma il continuo bilanciarsi di poteri. Esiste il governo, per esercitare il quale occorre non (solo) l’investitura della laica divinità elettorale, ma la sintonia con il Paese e la realtà. Se viene meno, allora la rigidità crea crepe irrimediabili. Semplificare il complesso, facendo credere che ci sia un unico centro decisionale, serve solo a complicare sistemi costituzionali che dovrebbero essere semplici.

Oltre Manica quella roba funziona anche perché gli scontri politici sono durissimi, ma nessuno crede che l’altro cancellerà la democrazia. Da noi non è proprio così, anche perché la guerra civile l’abbiamo terminata da poco e la mimiamo di continuo. Vestire i panni altrui non fa somigliare, rende grotteschi. Se vuoi somigliare a un palestrato tartarugato non basta comprare la maglietta aderente ed elasticizzata, perché esagera la panza. Figuriamoci se le mutande altrui te le metti in testa.

Da sinistra (ultimo Franceschini) dicono che nessuno ha mai vinto i referendum confermativi. Non solo è falso – nel 2001 fu confermato il Titolo V e nel 2020 il taglio dei parlamentari, due pessime riforme – ma è anche segno di vuoto politico ricolmo di speranza che gli avversari si freghino da soli. Da destra dicono che il testo è quello e che in Parlamento non si modifica. Se volevano dare conferma di supponenza e incoscienza non potevano scegliere formula più efficace.

Difficilmente le cose iniziate male riescono a finire bene. Specie se si spera di coprire le sciocchezze enunciate alzando la voce e puntando a fare una riforma costituzionale ‘contro’ gli altri.

Immagine: Franz Borghese – Opera