INCULTURA

di | 1 Lug 2024

Di quando i fatti confermano che tutto è relativo, figuriamoci la cultura.

Cari amici, confesso che soffro di un piccolo complesso dell’ignorante tutto mio. Non sono laureato, non conosco il latino, non so una cippa dei miti greci, della filosofia, men che meno ci capisco di scienza o di matematica.

Ho ammucchiato una serie di informazioni inutili leggendo avidamente tutto, compresi gli elenchi telefonici, che detto tra noi regalavano spunti meravigliosi. Ho un database intracranico zeppo di nomi di ostacolisti e mezzofondisti, gruppi rock dai ‘60 ai ‘90, operai immatricolati ai tempi dell’ufficio paghe, loro familiari, loro indirizzi, luoghi di nascita, e poi numeri di telefono, robe così.

Questo complesso dell’ignorante mi spinge a cercare febbrilmente documentazione, per cui scatta il riflesso condizionato argomento sconosciuto/ricerca/lettura/infarinatura/oblio/richiamo alla memoria, che col passare del tempo si fa sempre più lento.

In effetti è un meccanismo che lavora, come si dice, in batch: tu cerchi di recuperare il dato. Come si chiamava, ti viene in mente all’improvviso, mentre sei assiso in der vaso (cit.), poniamo, il cantante dei Dead Boys? Hmmm mannaggia non mi ricordo non mi ricordo non mi ricordo.

Poi ti concentri su altre cose e un paio d’ore più tardi, mentre prepari la cena, tua moglie ti chiede: “Cosa cucini stasera?” e te rispondi: “Stiv Bators”. Càpita.

Ok, questo è quanto, dalle parti dell’ombelico. Provo empatia per l’ignorante perché tale mi sento.

Così, a leggere dei continui strafalcioni del Ministro della Cultura, ho sempre una reazione tra lo stupore e l’indulgenza: uh guarda, povero, ne ha pestata un’altra. Dopo la fastosa minchiata di Times Square collocata a Londra, reduce dalla leggendaria uscita a proposito dei libri che votava, confessando di non averli letti, da giurato del Premio Strega, stavolta il buon Gennaro ne ha combinata una migliore, invertendo il senso di marcia della storia e attribuendo a Cristoforo Colombo un’ispirazione galileiana impossibile, essendo l’illustre pisano nato ben più tardi della scoperta dell’America, oltretutto trovata dal genovese mentre cercava una via occidentale per le Indie.

Una gaffe stupida, in bocca a un ministro della cultura che pare sprovvisto di quella cultura generale che ti detta quei quattro concetti in croce che ti consentono di evitare figure di niente: che l’impresa di Colombo, datata 1492, si faccia coincidere con la fine dei (luminosi) secoli bui, al pari della caduta di Costantinopoli, datata 1453, è una convenzione, magari non condivisa da tutti, che può fare da paletto.

Come pure il fatto, conosciuto a tanti, anche nei peggiori bar della Maremma e nelle più oscure osterie molisane, del processo subito da Galilei per le sue convinzioni copernicane, davanti alla Santa Inquisizione. Spesso citato per insolentire i preti.

Ora, non a tutti sfugge che la Santa Inquisizione nasce dalla Controriforma, tipo metà del ‘500, quindi datare Galileo sulla base di quattro nozioni in croce non dovrebbe essere impossibile, che so, per uno studente che affronta un quiz di cultura generale, o finanche di storia, a risposta multipla.

Non è roba difficile, non devi sapere il nome dei sette figli del terzo segretario dell’Ammiraglio Orazio Nelson. Se poi fai il ministro della cultura, oh! Non te lo devo dire io, eh, anche che se non sai, meglio la prudenza. Invece, niente. Apriamo la bocca e diamogli fiato, come non ci fosse un domani.

Viene quasi da pensare che lo faccia apposta, che sia una specie di gigionismo, tipo ora vi faccio vedere che anche un ignorante bue può fare, e bene, il Ministro della Cultura, in un Governo finalmente sottratto all’egemonia culturale della sinistra, frutto avvelenato della dittatura comunista… ah, no, questa era un’altra gaffe, giusto, come quella di Pol Pot.

Ci si chiede, in molti, se ci siano gli elementi per cambiare un ministro che talvolta mostra di non sapere, come si dice, manco le basi. Un rimpasto pietoso. Mi ricordo però che ci fu, nel passato recente, un bravissimo comico, assurto improvvisamente a riferimento politico e maestro di pensiero di grande impatto nazionale, che sosteneva che una brava massaia poteva essere un’ottima ministra dell’economia, in nome dell’inesplorato fino in fondo concetto definito come “uno vale uno”.
Paradossi, a suo tempo anche fortunati. La chiamavano antipolitica.
Ora, la mia ignoranza non mi consente di approfondire l’analisi del fenomeno, ma ho idea che questa sia, invece, una politica precisa.
Che da qualche tempo in qua, decenni, semina l’idea che la cultura non serve, mentre si riempie la bocca con una non meglio identificata meritocrazia.
Che si basa, forse, sulla fedeltà, sulla funzionalità, sull’obbedienza. Il merito dei servi.

Pancrazio Anfuso

immagine: Maggie Taylor Opera Jardin/Garden 2005