LA SOCIETÀ È FONDAMENTO DELL’ECONOMIA: UN NUOVO PARADIGMA

di | 1 Lug 2024

“ E’ giunto il tempo di capire che non siamo di fronte a una crisi ordinaria che capita più o meno ogni decennio, ma davanti ad una delle grandi transizioni della storia umana quando a una forma di cultura ne succede un’altra ..”, scriveva Pitirim Sorokin nel 1941 in “ La crisi del nostro tempo“ riprendendo il percorso di analisi dell’evoluzione delle società dell’uomo nella storia, in linea con i grandi pensatori europei che sulla traccia indicata da G.B. Vico, hanno cercato di capire le leggi universali che sembrano guidare il nostro tempo sempre oscillante fra fasi di guerra e scontro, ad altre di riconciliazione e di collaborazione. Oggi, siamo forse ad una di queste grandi transizioni.

I momenti di difficoltà che stiamo vivendo a tutti i livelli sempre più chiaramente, sono collegabili ad un problema di uomini, di valori e di modelli sociali e culturali e non a tecniche di regolazione dei mercati e quindi dell’economia e della finanza: questa crisi è stata generata da uomini e dai loro modelli culturali non da eventi naturali ed imprevedibili.

Il modello culturale dominante in questi ultimi 40 anni si è fondato sul paradigma che l’economia sia il fondamento per avere una buona società in cui siano realizzabili gli ideali di libertà, di uguaglianza e di felicità. Il risultato ottenuto però, è stato esattamente l’opposto, con la frammentazione di una società in cui il modello dominante è diventato l’interesse personale da perseguire a qualsiasi costo ed a scapito del bene comune.

Affermare il paradigma che l’economia sia il fondamento della società comporta, sinteticamente, la definizione di due ipotesi:

-l’economia, in quanto indipendente dalla società (le modalità associative scelte dall’uomo) assume il ruolo di sapere morale, essere verità incontrovertibile, e può essere studiata con lo stesso abito mentale con cui si studiano le scienze positive quali fisica, chimica ecc., quindi solo su ciò che è misurabile e indipendentemente dalla natura dell’uomo e della società. Tale ipotesi però, è del tutto arbitraria in una scienza sociale come l’economia dove gran parte dei fenomeni non sono misurabili; ne consegue l’applicazione autoreferenziale ed esclusiva di modelli di analisi di tipo matematico e quantitativo. Ma nell’economia, a differenza delle scienze positive, il nostro pensiero e la nostra natura sono parte integrante della realtà osservata ed influenzano sempre le sue scelte;

– la massimizzazione dell’economia va perseguita a qualsiasi costo come obiettivo preminente perché ne consegue in modo automatico l’incremento del bene comune della società: l’economia diventa la variabile indipendente e la società quella dipendente e l’uomo da fine diventa mezzo. Infine si afferma che il modello sociale in grado di massimizzare l’economia e quindi il benessere della società è il capitalismo ed il liberismo, che hanno come scopo la massimizzazione del profitto personale e possono essere studiati in modo esatto ed applicati solo con una modellistica razionale prescindendo dalla natura dell’uomo.

Lo scopo determina sempre i mezzi, quindi tramite la deregulation prima e la finanziarizzazione dell’economia reale poi, si percorre la via indicata come verità assoluta. La cultura dominante viene deificata ed i mercati diventano razionali, non è vero ma fa comodo a coloro che li governano.

La realizzazione dello scopo non viene messa in discussione, ma il modello, senza un ordine morale, finisce per affermare la genetica e suicida aggressività dell’uomo, così il più forte domina sempre gli altri e la sua natura, buttata fuori dalla porta, rientra dalla finestra.

Il paradigma culturale portato all’estremo genera un processo di concentrazione di ricchezza senza pari nella storia ed un modello sociale individualista e conflittuale, la società si disgrega, collassa con tutte le sue patologie rimettendo in gioco l’eterno pendolo della storia dell’uomo – i corsi e ricorsi storici – che deve riportare un’armonia sociale necessaria per recuperare un equilibrio fra le classi in grado di ricomporre una visione più condivisa della società.

Ripensare al senso del nostro tempo significa riportare l’uomo e la società al centro del nostro interesse con un rispetto ed un equilibrio meno precari, ma questo non può essere fatto senza un ripensamento profondo del ruolo dell’economia nella nostra vita e dei suoi attuali metodi di studio.

È su questo paradigma che vanno declinate le politiche di sviluppo sociale ed economico, anche territoriali, per favorire una visione più raffinata ed aderente della realtà ed evitare di continuare a cadere nell’errore di operare sempre sui mezzi quando invece è ora di confrontarsi sui fini.

Fabrizio Pezzani

immagine: Joe Jones, Lavoratori, 1934, olio su tela, Worcester Art Museum