ORIENTATI
La destra in Francia ha perso ed è rimasta minoranza nell’elettorato: orientati a Oriente non si governano le democrazie industrializzate ed esportatrici d’Occidente.
Emmanuel Macron ha avuto ragione e questa è una buona notizia per i francesi, per gli europei e anche per il governo Meloni. Il suo ciclo politico personale si avvia comunque alla conclusione (mancano tre anni, senza fretta) ma per ragioni costituzionali, non per ragioni politiche. Ha evitato il lungo logoramento da parte della destra lepenista, che avrebbe sostenuto d’essere la vincitrice cui viene tolta la verifica della vittoria. Non sono per questo risolti i problemi della Francia, ma non se ne sono aggiunti di ulteriori e pericolosi. Non sono tutte rose e fiori, ma resta il giardino di casa dell’europeismo e della ragionevolezza.
La destra che ha perso era ed è rimasta minoranza nell’elettorato. La sua caratteristica fondamentale non è l’essere destra ma l’essere orientata – e sostenuta – al e dal Cremlino, dall’essere dalla parte di Putin nel mentre aggredisce l’ordine sul quale si basa la pace in Occidente. Orientati a Oriente non si governano le democrazie industrializzate ed esportatrici d’Occidente. Valse per i comunisti e vale per questi antieuropeisti che non hanno neanche il coraggio di definirsi per quel che sono: nazionalisti che guardano al passato e senza alcuna idea di futuro. Campano di negazione e sono privi di affermazioni.
Per Meloni è una buona notizia, capace di orientare. Se la destra francese avesse vinto sarebbe stata difficile la strada dell’accordo europeo, coerente con i nostri interessi nazionali ma che le sarebbe costata l’accusa di tradimento. Difatti fece di tutto per rinviare e aspettare. Ora può ben sostenere che confinarsi nell’irrilevanza estremista è un modo per tradire il voto e gli interessi dei propri stessi elettori. Non mancano temi e sponde per potere rimbalzare dall’antieuropeismo – che c’è stato o c’è eccome, anche in Fratelli d’Italia – agli accordi europei.
Nessuno creda alla panzana secondo cui un diverso sistema elettorale avrebbe portato a risultati opposti. I sistemi elettorali devono essere stabili, in modo che sia i partiti che gli elettori imparino a usarli. La diversa contabilizzazione dei voti non cambia la realtà, ma neanche la tradisce se le regole del gioco sono note e sperimentate. Cambiare di continuo i sistemi elettorali, come in Italia si è fatto, quello sì che è un raggiro. E speriamo anche che se ne sia convinto il presidente del Senato, che stabilì l’inesistente legge secondo cui al secondo turno va sempre meno gente a votare: è aumentata l’affluenza, dal 66,71 al 67,50%. Non perché sono francesi (che avrebbero di diverso dagli italiani?), ma perché a questo giro la posta era chiara e il risultato non irrilevante. In quanto alle desistenze (ovvero il ritiro di alcuni candidati al secondo turno), non sono un mercato delle vacche ma consustanziali al doppio turno. Il che porta al nocciolo della questione: nelle democrazie parlamentari si deve essere capaci di tessere alleanze – vuoi nel programma, vuoi nelle urne, vuoi in Parlamento – a seconda dei diversi sistemi. Chi rappresenta soltanto la propria tifoseria e non può avere alleati, giacché tutti gli altri lo schifano, perde o resta a far testimonianza di settarismo.
Ora la Francia è in mano a Mélenchon, che di suo è un estremista? No, lo sa anche lui, che subito dopo il voto ha chiesto di stabilire che si vada in pensione a 60 anni (da noi potrebbe iscriversi alla Lega). Si prepara alla prossima campagna elettorale, non a governare. È presto per dirlo, ma l’alleanza fra la sinistra riformista e quella fondamentalista era strumentale e non strutturale. Il governo francese sarà di coalizione: proverà a coinvolgere i gollisti, ovvero la destra che non si è prestata al lepenismo putinista. Vedremo ma, come è successo nel Regno Unito, la linea di politica estera è confermata. Ciò conta, oggi.
Ulteriore buona notizia per Meloni, che potrà meglio fronteggiare l’opposizione leghista che si trova al governo. In quanto alla nostra sinistra, osservi che quella vincente non ha dubbi sull’Ucraina. Forse significa qualche cosa.
davidegiacalone.it
immagine: Francia Elezioni 2024 da Eunews
Dal 1979 in poi, mentre continuava a crescere il numero dei tossicodipendenti, si è trovato al fianco di Vincenzo Muccioli, con il quale ha collaborato, nella battaglia contro la droga.
Dal 1980 al 1986 è stato segretario nazionale della Federazione Giovanile Repubblicana.
Dal luglio1981 al novembre 1982 è stato Capo della Segreteria del Presidente del Consiglio dei Ministri.
Dal 1987 all’aprile 1991 è stato consigliere del Ministro delle Poste e delle Telecomunicazioni, che ha assistito nell’elaborazione dei disegni di legge per la regolamentazione del sistema radio-televisivo, per il riassetto delle telecomunicazioni e per la riforma del ministero PT, oltre che nei rapporti internazionali e nel corso delle riunioni del Consiglio dei Ministri d’Europa.
È stato consigliere d’amministrazione e membro del comitato esecutivo delle società Sip, Italcable e Telespazio.
Dal 2003 al 2005 presidente del DiGi Club, associazione delle Radio digitali.
Nel 2008 riceve, dal Congresso della Repubblica di San Marino, l’incarico quale consulente per il riassetto del settore telecomunicazioni e per predisporre le necessarie riforme in quel settore.
Nel maggio del 2010 ha ricevuto l’incarico di presiedere l’Agenzia per la diffusione delle tecnologie dell’innovazione, dipendente dalla presidenza del Consiglio. Nel corso di tale attività ha avuto un grande successo “Italia degli Innovatori”, che ha permesso a molte imprese italiane di accedere al mercato cinese. Con le autorità di quel Paese, crea tre centri di scambio: tecnologia, design, e-government. Nel novembre del 2011 si è dimesso da tale incarico, suggerendo al governo di chiudere la parte improduttiva dell’Agenzia, anche eliminando le sovrapposizioni con altri enti e agenzie.

