I NUOVI EQUILIBRI EUROPEI

da | 1 Ago 2024

 

La partita della destra italiana verso una ricollocazione strategica nello scenario europeo, delineatosi con le elezioni del 9 giugno, presenta ancora un esito incerto, almeno con riferimento alla formazione guidata dalla premier Meloni, Fratelli d’Italia e al partito europeo dalla stessa presieduto, l’Ecr, ossia i conservatori.

Mentre Forza Italia, schierata nella famiglia dei popolari, ha sostenuto con convinzione la riconferma di Ursula Von der Leyen alla presidenza della Commissione, diversamente dalla Lega che, dalle file del  gruppo di destra di Identità e Democrazia, ha confermato la sua posizione decisamente contraria alla rielezione della Presidente uscente, l’Ecr – e quindi anche Fratelli d’Italia – ha assunto una posizione meno netta, negando il suo voto a Ursula, ma senza evidenziare un orientamento preconcetto o comunque una volontà di marcata opposizione analoga a quella dell’altra destra, rappresentata, in Italia, dai leghisti.

Giorgia Meloni, insomma, non invitata ufficialmente all’adesione alla maggioranza uscente e ora rientrante (popolari-socialisti-liberali), ha preferito tenersi fuori, assumendo una posizione attendista, nella prospettiva di assicurare in un secondo momento il suo sostegno su singole tematiche, giovandosi anche dei buoni rapporti intrattenuti nel recente passato con la Presidente della Commissione.

Quest’ultima è stata rieletta, con l’apporto determinante dei Verdi, che hanno compensato le defezioni dei “franchi tiratori” dell’alleanza sulla carta maggioritaria. L’appoggio dei Verdi, legato ad aspettative di apertura di Von der Leyen sui temi della transizione ecologica, rende ancor più diffidente i conservatori europei, rispetto ai nuovi equilibri, data la posizione più gradualista della destra, in generale, su questa scottante materia che ha implicazioni delicate in termini di impatto sociale e di adeguamento del tessuto economico-produttivo.

Ma forse per la Meloni, premier sostenuta da una solida maggioranza nel Parlamento italiano, leader di un partito che si è confermato vittorioso anche nelle elezioni europee, avrebbe potuto ritenersi più vantaggiosa una scelta di sostegno alla Von der Leyen, aderendo, di fatto, alla nuova maggioranza.   Lesinando un poco sul comprensibile orgoglio ferito per non essere stata inclusa, fin dagli inizi, nell’alleanza parlamentare e anche sulle percepite distanze programmatiche, sulle quali, peraltro, in sede di istituzioni europee, in una famiglia così ampia di Stati, i margini di mediazione, nel corso della legislatura, si rivelano molto ampi.

Considerando la condizione di estrema debolezza politica nella quale si sono venuti a trovare, dopo le elezioni europee, Scholz e Macron (quest’ultimo anche a seguito delle successive elezioni legislative di fine giugno, il cui esito potrebbe costringerlo a una coabitazione con forze culturalmente assai lontane), Giorgia Meloni è l’unica guida dell’esecutivo di uno dei grandi paesi fondatori dell’Europa comunitaria che può contare su risultati elettorali vincenti e su una solida maggioranza che la sostiene. Questa poteva essere l’occasione propizia per una più forte integrazione nella governance europea.

Ma, sotto questo profilo, nulla è precluso, le occasioni di convergenza non mancheranno, soprattutto se la premier si impegnerà per rafforzare le relazioni con il PPE, il partito di cui fa parte la Von Der Leyen, giovandosi anche delle intercessioni dell’alleato Tajani.  L’obiettivo immediato resta, comunque, una Vicepresidenza italiana della Commissione, con delega particolarmente incisiva.

di Alessandro Forlani

illustrazione da Erbacce.org