SPERANZE E TIMORI
Come vedono le Elezioni Usa e cosa si aspettano i nostri Connazionali residenti
Una vita intensa, dedicata energicamente al tema della condizione degli italiani all’estero, quella di Silvana Mangione, Vice Segretaria Generale del Consiglio Generale degli Italiani all’Estero (CGIE) peri Paesi Anglofoni extraeuropei (Australia, Canada, Stati Uniti e Sudafrica). Dal suo punto di osservazione privilegiato, New York, dove vive, le abbiamo posto alcune domande sulla complessa campagna elettorale che si sta vivendo negli Stati Uniti in vista delle prossime presidenziali dove un redivivo e aggressivo Donald Trump si contrappone a una donna particolare, Kamala Harris, ex procuratrice e vicepresidente in carica con l’amministrazione Biden, ben diversa dalla sua prima antagonista, Hillary Clinton. La rinuncia del Presidente Biden ha improvvisamente catapultata la Harris su una ribalta nella quale finora, sebbene protagonista, non aveva ostentato una presenza particolarmente visibile.
Alla Vicesegretaria Mangione abbiamo chiesto di spiegarci quali sono le percezioni della comunità italoamericana in questo contesto così complesso, soprattutto alla luce dei recenti avvenimenti, l’attentato a Trump e la rinuncia, appunto, di Biden:
“Partendo dalla considerazione che i votanti appartengono a due diverse generazioni per età e formazione – esordisce Mangione – in cui la parte più tradizionale ha vissuto una emigrazione per motivi diversi da quella che oggi spinge i giovani a lasciare l’Italia, si può comunque dire che la visione politica più comune è quella vicina al partito democratico. Gli italiani sono sparsi dappertutto, nel territorio americano e si sono integrati negli Stati in cui vivono, assorbendone in molti casi anche la dialettica politica, ma possono determinare, con le loro scelte, anche le politiche dello Stato federale. Ci sono Stati in cui per Trump sarà più difficile ottenere consensi importanti, basti pensare a New York, dove a parte l’enclave della municipalità di Staten Island, la percezione di gradimento è del tutto maggioritaria per i Dem”.
Come viene percepita la candidatura di Kamala Harris e se ci sono, di altre eventuali proposte da considerare?
“La sensazione che maggiormente traspare è l’energia positiva che trasuda da questa donna. A pochi ore dall’annuncio della sua candidatura e dal suo primo discorso, la raccolta fondi per la sua campagna elettorale ha avuto una notevole impennata e nei sondaggi ha già superato Trump di almeno un punto. I 100 giorni che separano i due candidati dalla data fatidica di novembre saranno molto combattuti, anche se Trump non sembra intenzionato ad affrontare un dibattito diretto con Kamala Harris come ha fatto con Biden. Il livello dello scontro è molto violento, stando alle dichiarazioni riportate dai media, ma la Harris racconta una visione del futuro che coinvolge e convince i giovani. Questo è molto importante perché, in un Paese “seduto” sul dibattito politico, si sta ricominciando a parlare di Politica in senso vero, di principi e interventi al servizio delle diverse categorie di cittadini e di tutte le fasce d’età. Dall’altro lato il motto trumpiano, MAGA (Make America Great Again) è legato al ricordo di un passato che è esistito soltanto in parte, si basa su un approccio più viscerale, fatto di divieti, di paure, di negazioni, di verticismo. Trump raccoglie la parte debole della società cercando di convincerla che saranno tutti più ricchi, belli e potenti. La profonda differenza tra i due approcci sta proprio nel fatto che il motto trumpiano è assurto a un credo fideistico, quasi un culto, che si diffonde tramite un “predicatore”, che vuole un ritorno ad un passato glorioso con quel “again” a sancire il suo programma. La Harris invece sembra aver fatto scattare una reazione che vuole riscoprire il valore della democrazia. Anche se finora non ha avuto una grande visibilità, soprattutto sui media, nelle comunità social dei giovani sta stimolando la curiosità dei suoi programmi per il loro futuro perché la visione della Harris tende a garantire i loro progetti di vita e al contempo sostenere le fasce più tradizionali e meno protette”.
Le posizioni dei due candidati in effetti sono molto distanti, dall’aborto alle armi, all’immigrazione, in questo contesto c’è una sfiducia degli elettori verso la politica? E sui temi ambientali e dell’uso delle armi?
“Sono temi molto importanti e sollevano perplessità verso l’uno e l’altro contendente. Questo perché nella maggior parte dell’elettorato americano in genere manca una vera conoscenza della politica e la stessa Costituzione americana si presta ad essere interpretata in sensi diversi e contrastanti, a differenza della nostra, che contiene chiari principi fondanti. Ogni Stato degli USA ha le sue leggi basate sul proprio background economico e culturale e questo favorisce l’origine di macroscopiche contraddizioni. Lo Stato Federale interviene solo in alcuni distinti ambiti sovranazionali. In questi specifici contesti le giovani generazioni sono più sensibili, ad esempio, sui temi ambientali e sulla non proliferazione delle armi di difesa personale, che hanno prodotto molte tragedie”.
Come viene percepito negli Stati Uniti l’operato del Governo italiano in relazione ai rapporti finora occorsi tra la Presidente Meloni e il Presidente Biden e le opinioni espresse in passato su Trump?
“I rapporti sono molto corretti e di ottimo livello, del resto la diplomazia italiana è sempre stata eccellente e ha saputo acquisire, nel tempo, grande autorevolezza e prestigio, favorendo passaggi di grande collaborazione anche tra leader di diversa estrazione sia in USA che in Italia. Per quanto riguarda invece la visione e l’azione richiesta dai cittadini all’estero bisogna distinguere, anche qui, tra le diverse generazioni. Semplificando al massimo, gli esponenti dell’emigrazione tradizionale, che hanno perso la cittadinanza italiana in virtù della legge 555 del 1912, chiedono a gran voce di poterla riacquistare e sono orgogliosi dell’immagine positiva che il Sistema Italia è riuscito a costruire negli ultimi decenni. D’altro lato, tra i giovani che appartengono alla nuova mobilità emerge sempre più forte un sentimento direi quasi di “rabbia” per aver dovuto lasciare l’Italia e perché non si profilano provvedimenti che ne rendano più appetibile il rientro in posizioni di lavoro e retribuzione adeguate alle capacità che hanno acquisito anche all’estero. Entrambe le diaspore si aspettano interventi più efficaci e maggiore impegno – conclude Silvana Mangione”.

Silvana Mangione ViceSegretaria Generale al Consiglio Generale degli Italiani all’estero (CGIE) peri Paesi Anglofoni extraeuropei dal 2008. Laurea in Giurisprudenza, Università di Bologna, e diploma in regia della RAI con Antoniano di Bologna., Autrice di “Viva l’Italia! (o no?)” sull’emigrazione italiana, Co-curatrice di 4 volumi sulla diaspora italiana in Australia, Canada, Stati Uniti e Sudafrica. Ha prodotto studi per: Comitato Economico e sociale della UE, OIL, RAI International etc. Ghost writer, traduttrice, autrice di articoli per giornali italiani ed esteri, fra cui inserti per Il Sole 24ore e Business Week etc. Docente di “Comunicazione istituzionale e public speaking”. Coordinatrice accademica (1980 -1988) di un Istituto Internazionale di studi superiori, Presidente del Premio New York di Poesia “Italiani per il futuro”, Consulente di PR a enti pubblici e privati per iniziative culturali, linguistiche, economiche e commerciali. Relatrice a Conferenze su Emigrazione, Promozione linguistica, Cultura di ritorno, Diritti di cittadinanza etc. Ha ricevuto moltissimi riconoscimenti, fra cui il Premio Ca’ Foscari “Una vita per l’Italiano”, Grand’Ufficiale OSS, Commendatore OMRI
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Anche da questa parte dell’oceano, in Europa e in Italia in particolare, le vicende elettorali e politiche statunitensi non possono che essere osservate con estrema attenzione e sono certa di non essere l’unica a pormi delle domande, a cominciare dalla vicepresidente che fino a qualche ora prima del “gran rifiuto” bideniano aveva tenuto un profilo bassissimo.
A parte la trionfale entreè post elettorale di quattro anni fa, quando Kamala Harris, prima donna, di colore, vicepresidente degli stati Uniti, entrò a far parte dell’olimpo delle “prime” in qualcosa, nel corso di questi anni, all’ombra di un surreale politico di professione, non ci sono state grandi performances dell’agguerrita Procuratrice generale della California,
Qualche gaffe viralmente diffusa sui social, le sue memorabili risate (qualche volta imbarazzanti), una gestualità esuberante, ma nulla di clamorosamente politico, a parte forse l’accorato appello alle orde di immigrati, che premono sul confine sud, a non insistere.
Del resto “nella vita – diceva Flaiano – i giorni veramente importanti sono quattro o cinque. Tutto il resto fa volume” e sicuramente un giorno importante per Kamala Harris è stato quello in cui il Partito Democratico americano si è reso conto delle reali condizioni del Presidente Joseph Robinette Biden Jr., detto Joe, apparso in tutta la sua umana fragilità.
La prospettiva di dover affrontare un drago del calibro di Donald Trump, redivivo e agguerrito più che mai, e per di più vittima di un attentato mancato per un soffio, deve aver fatto tremare le “vene ai polsi” a tutto il partito Democratico, soprattutto dopo l’inquietante confronto televisivo tra i due.
Ed eccola qui l’occasione, per una energica procuratrice californiana, di estrazione elitaria e disponibile subito a subentrare in corsa, come un deus ex machina o, per restare in ambito holliwoodiano, come una Wonder Woman salvatrice della democrazia.
Ha detto che “vuole meritarsi la nomination” pur avendo già avuto importanti endorsement da personaggi del calibro di Obama o Nancy Pelosi, o di star come George Clooney, che in pochi giorni hanno fatto lievitare le donazioni dei sostenitori della causa, cautamente interrotte qualche giorno prima della decisione di Biden.
Eppure non è ancora chiaro il suo programma, che a leggerlo ricorda tanto tanto da vicino lo stile “ma anche no” di veltroniana memoria.
È a favore dell’aborto, ma anche vicina alle comunità arcobaleno (la sigla è troppo lunga e complicata e non vorrei escludere nessuno) e alle loro politiche riproduttive.
Dichiara che la guerra in Israele è “durata anche troppo”, ma insieme allo slogan “due popoli due stati” conferma il supporto a Netanyahu e all’Ukraina.
È contro la diffusione delle armi, ritenuta “la principale causa di morte per i bambini americani” ma è favorevole al Secondo Emendamento e a “leggi ragionevoli sulla sicurezza delle armi”.
Indisciplinata ma talentuosa, la definiva il suo ex portavoce Gil Duran, potenzialmente dotata, ma “non ha mai bucato lo schermo” e in quanto ad ars oratoria se la batte con la nostra altrettanto talentuosa Elly Schlein con la quale condivide la banalità di certi discorsi, prolissi, divaganti e alla fine inconcludenti.
Tuttavia la sua fisicità erompe dai social dove dilagano meme e video con le sue gaffe e le sue risate a volte fuori luogo, ma pure graditi al pubblico più giovane e che alla fine forse tornano a suo vantaggio. Gli americani, e con essi anche quelli di origine italiana, si trovano oggi davanti ad una scelta elettorale molto importante, ma anche molto conflittuale. Una visione aggressiva, old style, intrisa di retorica e una proposta di nuovo, che forse tanto nuovo non è, ma che evoca prospettive sicuramente più affini all’evoluzione della società attuale.
Un settantenne cresciuto a capitalismo spinto e una donna di estrazione elitaria, ma capace di aggregare temi come diversità etniche, diritti civili, linguaggi giovanili e ambienti più o meno culturali. Entrambi tuttavia alle prese con contraddizioni stridenti nei rispettivi programmi.
Riuscirà la valchiria Kamala a conquistare la Sala Ovale? Sarà l’occasione giusta per rompere un altro soffitto di cristallo e la retorica western di nostalgici miliardari spettinati?
“Lo scopriremo solo vivendo” cantava Lucio Battisti, che evidentemente si intendeva anche di politica oltre che di canzoni.
Immagine: Andy Warhol Statue of Liberty
Nata a Teramo il 6 giugno 1964, laureata in comunicazione giornalistica all’Università di Teramo, iscritta all’ODG Abruzzo nell’Albo pubblicisti, ha collaborato e poi diretto fino al 2015 il mensile cartaceo PrimaPagina ( 15000 copie) a diffusione regionale e relativo sito web. Collaboratrice freelance per diverse testate on line molte delle quali dirette a italiani e abruzzesi all’estero. Come giornalista si occupa di argomenti politici economici e sociali ma scrive anche racconti e ricerche storiche.

