DONNE AL POTERE: LISISTRATA E L’AMERICA DI IERI E DI OGGI

da | 1 Set 2024

Un vecchio adagio universalmente conosciuto dice che “dietro un grande uomo c’è sempre una grande donna”. Al contrario invece, non abbiamo, ad oggi, dati altrettanto assertivi.

Soprattutto nell’ambito del Potere, quello con la P maiuscola, che si stanno contendendo negli Stati Uniti un uomo economicamente, politicamente e socialmente potente (o almeno così è definito) come l’indistruttibile tycoon Donald Trump e una signora Kamala Harris, improvvisamente rampante, energica e attiva procuratrice californiana, con un recente (e non ancora) passato di vicepresidente.

Ma se nel caso degli uomini il binomio con il potere è dato quasi sempre per scontato, per una donna siamo ancora ai “soffitti di cristallo” da infrangere. È vero che all’indomani dell’elezione a vice presidente, la signora Harris aveva già rivendicato orgogliosamente questo primato, in quanto “prima”, “donna”, “di colore”, ad assurgere alla carica e, in teoria, ad aprire una nuova strada alle future generazioni di donne.

In questi ultimi 4 anni tuttavia il suo profilo è rimasto piuttosto basso, o meglio, dietro, persino ad un presidente in evidenti e numerose difficoltà.

In America, terra da cui si propagano mode e modernità, convivono realtà contraddittorie e conflittuali che anche in questa nuova (si fa per dire) campagna elettorale, sono ancora saldamente presenti.

Dalle first ladies alle candidate politiche, come è cambiato negli USA, il rapporto tra donne e potere?

In passato il loro ruolo istituzionale è sempre stato, tranne rare eccezioni, di essere al fianco del Presidente di turno, con tutto il bagaglio di “valori” conformi alla moglie perfetta: classe, eleganza, silenzio, sorrisi e rappresentanza, con l’unico potere di cambiare la tappezzeria e gli arredi della Casa Bianca, occuparsi di eventi di beneficenza e visitare musei nei viaggi di Stato.

Le eccezioni, rare, sono rappresentate dall’antesignana Eleanor Roosevelt, che fuori dal cono d’ombra dell’illustre consorte, riuscì a conquistarsi spazi propri ed esercitare anche una certa influenza sulla politica del suo tempo. Nella battaglia per i diritti civili e per le donne fu femminista ante litteram  e fautrice della nascita delle Nazioni Unite.

Dopo di lei, la fama toccò alla signora Jacqueline Kennedy, first lady per antonomasia, ma più per il glamour patinato che per l’impegno politico, sempre accuratamente evitato.

Poi bisogna aspettare gli anni 90 del secolo scorso per avere un’altra donna fuori dagli schemi, Hillary Rodham coniugata Clinton, politicamente molto preparata, forse più del marito, che coniò la formula “voti uno prendi due”. Fu infatti la prima first lady ad avere un ufficio attiguo allo Studio Ovale e prese parte attiva alle azioni politiche della presidenza Clinton. La grande donna dietro al grande uomo si era spostata al suo fianco e fu determinante in tutto il periodo di presidenza.

Quando però si propose da sola per la stessa carica, il suo volo si infranse davanti ad un’altra coppia sui generis: gli Obama, anche loro “primatisti” in quanto primo presidente afroamericano,  che con il suo motto premonitore “yes, we can” definì la differenza con la sfidante in solitaria. Erano in due contro una. E uno dei due era un’altra donna carismatica e di potere, Michelle Obama. Tra una “prima” e un “primo” gli americani scelsero i secondi e il resto è storia.

Ma Michelle, anche se politicamente preparata, ha sempre rifiutato ruoli o incarichi strettamente politici, pur essendo stata molto “corteggiata” e finendo per diventare comunque un fenomeno di costume e di cultura.

E siamo arrivati ad oggi. Nel Paese delle Opportunità e delle avanguardie culturali (o pseudo tali) a che punto è la relazione donne e potere?

Va detto che la condizione è sensibilmente diversa, le donne sono arrivate alle funzioni apicali, sono nei CDA delle multinazionali, presenti in tutti gli ambiti lavorativi,  ma i grandi nomi del capitalismo americano sono ancora e soltanto uomini ( Besos, Musk, Zuckerberg ecc..)

Molti i diritti acquisiti e le conquiste sociali, ma nonostante la preponderante politica DEM, qualcosa si sta inceppando, se è vero che si sta tornando indietro di un secolo su temi consolidati come aborto e contraccezione o come le distorsioni di un capitalismo deviato,  che “torna” al mercato di esseri umani, soprattutto donne e bambini, diventati oggetto di “vendite” o “affitti” di corpi o parti di essi, con la legalizzazione di pratiche come la surrogazione di maternità.

Del resto l’America si è fondata sul capitalismo, oggi divenuto estremo e ostaggio delle varie lobby a cui nessuno sembra potersi sottrarre.  Ancor meno le donne di potere o che aspirano ad esso, le quali,  una volta raggiunto, si trasformano adeguandosi a comportamenti o ideologie non sempre favorevoli alla società più debole.

Siamo ancora molto lontane dall’affermazione di una versione femminile della politica e della società, in cui l’azione delle donne al potere si basi su paradigmi diversi e indipendenti dallo status quo.

Rinunciare alle proprie personalità, percezioni, diversità di approccio, per assumere comportamenti e atteggiamenti più aggressivi, competitivi, tipici di una certa mascolinità al potere, non è un luogo comune, ma la realtà che abbiamo visto troppo spesso, quando le donne raggiungono il potere.

Anche Kamala Harris si troverà davanti a questo dilemma, se riuscirà a raggiungere la Presidenza e la frase “sarò la Presidente di tutti”  è l’ennesima omologazione alla conformità prestabilita. Chi mai direbbe: “sarò il presidente, il sindaco, lo sceriffo di qualcuno soltanto?

E se non riesce ad essere originale neanche negli slogan, se non riesce ad affermare la sua “differenza”,  in che modo potrà convincere l’America e il mondo di essere “La Differenza”  che può fare la differenza?

di Mira Carpineta

immagine: Esperanza di Lluis Clar