…La democrazia non è faccenda di poche persone, ma di tutte
Intervista a Maria Chiara Prodi neoeletta Segretaria Generale CGIE
Il Consiglio Generale degli Italiani all’Estero (C.G.I.E.), istituito con Legge 6 novembre 1989 n. 368 è l’organismo di consulenza del Governo e del Parlamento sui grandi temi che interessano le comunità all’estero. Il Ministro degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale ne è il Presidente mentre il 18 giugno scorso, Maria Chiara Prodi è stata eletta Segretaria generale dall’Assemblea plenaria del CGIE succedendo nella carica a Michele Schiavone, scomparso il 30 marzo 2024.
Parmense di nascita, ma residente in Francia da un ventennio, dove è direttrice della Maison de l’Italie alla Cité internationale universitaire di Parigi, nel suo secondo mandato al Consiglio Generale degli Italiani all’Estero, Maria Chiara Prodi ha ricoperto il ruolo di Presidente della VII Commissione tematica che si occupa di “Nuove migrazioni e generazioni nuove” . Raggiunta telematicamente ha risposto volentieri alle nostre domande.
Dottoressa Prodi come sono cambiate le “nuove migrazioni” e cosa chiedono le “nuove generazioni” alle istituzioni che si occupano di flussi migratori?
I protagonisti delle nuove migrazioni hanno traiettorie quasi sempre individuali e possono cambiare più luoghi di residenza nel corso dell’esperienza migratoria: entrambi questi fattori sono significativamente diversi rispetto al passato. Se a queste nuove caratteristiche aggiungiamo l’impatto delle cifre (+90% in vent’anni), è evidente che la rappresentanza degli italiani all’estero si confronta con un fenomeno nuovo per qualità e quantità, incastonato nel contesto storico, comune a tutti, della crisi dell’intermediazione democratica. La sfida è da un lato preparare la rappresentanza ad accogliere queste nuove onde migratorie, dall’altro spronarle a partecipare, perché la democrazia non è faccenda di poche persone, ma di tutte.
Qual è oggi l’importanza dei Comites e la loro funzione principale?
Rappresentano la politica di prossimità, la porta principale per qualsiasi connazionale che voglia trovare una risposta, inserirsi nella comunità, aprirsi a condividere aspirazioni e difficoltà. Mi piace dire che noi volontari della rappresentanza di base siamo una squadra di circa duemila persone impegnate, insieme, per creare un’infrastruttura che permetta all’Italia di essere collegata con ogni parte del pianeta. Che permetta al nostro Paese di dare (servizi, documenti) ma anche di ricevere (competenze, rimesse nel senso tradizionale, ma anche nel senso più contemporaneo di opportunità di interconnessione). Senza i Comites, senza la loro conoscenza dei territori e capacità di fotografare l’evolversi della presenza italiana nel mondo, il messaggio perde tutta la propria concretezza, e tutta la propria forza.
Le migrazioni, soprattutto quelle di massa, e soprattutto quelle verso l’Europa, sono spesso causate da guerre, carestie, povertà: dal suo punto di osservazione, Parigi, come percepisce l’impegno europeo per la pace, sia per quanto riguarda la passata legislatura Von Der Leyen, che il programma della prossima? E cosa possono proporre istituzioni come il CGIE?
L’immagine di Von Der Leyen col giubbotto antiproiettile che sembra voler guidare le truppe contro le forze del male mi ha molto colpito. L’Europa è nata come progetto di pace e convivenza tra i popoli, ma la guerra in Ucraina è stata per tutti un risveglio violento da una quiete che chiamavamo pace, ma forse (o anche) era benessere che via via ci rendeva debitori di risorse energetiche ed economiche da regimi autoritari, e satellitari rispetto a nuove energie (anche demografiche) mondiali. Le istituzioni come il CGIE, naturalmente meticce, migranti, istituzionali e camere di compensazione delle migliaia di difficoltà di comprensione tra paesi e popoli, sono la risposta migliore a chi vuole presentare il naturale fenomeno migratorio come un pericolo, e a chi considera che l’unica soluzione ai conflitti sia la risposta armata.
Secondo Lei, il modello italiano, di creare spazi terzi in l’Albania, per governare l’immigrazione, può essere un riferimento ripetibile in altri contesti oppure degenerare in una sorta di “Piano Ruanda”(attuato dal Governo inglese di Suniak – Ndr)?
E’ già una degenerazione rispetto a quella che poteva e doveva essere una risposta coordinata tramite le modifiche al Trattato di Dublino.
Anche l’ambiente, quando è deteriorato da fattori sia naturali che indotti, può spingere alla migrazione. Come si collocano le politiche CGIE in questi contesti?
Non abbiamo una competenza specifica rispetto a questa tematica, ma penso che l’Italia geograficamente abbia vocazione ad essere uno spazio di passaggio, e che la mancanza di rappresentanti del continente africano e asiatico nel nostro Consiglio sia davvero un problema, non solo per gli interessi attivi che il nostro Paese ha in questi continenti, e che una base di rappresentanza potrebbe coadiuvare, ma perché ci priviamo della voce di chi per primo è confrontato con questi fenomeni. Anche se, a giudicare dalle alluvioni che hanno colpito recentemente a più riprese la mia regione, l’Emilia-Romagna, è difficile pensarsi al sicuro.
La denatalità e l’inverno demografico sono problematiche che riguardano soprattutto il nostro continente Europeo, che non è stato ancora in grado di offrire politiche adatte ad invertire la tendenza. Molto spesso la ragione che spinge a rinunciare a fare figli è di tipo economico, la stessa ragione che spinge molti giovani a portare i loro “cervelli all’estero”, qual è la sua opinione su questi argomenti?
Le cifre parlano da sole. L'”estero” è l’unica regione d’Italia con un qualche guizzo di natalità. Le donne italiane all’estero vivono in coppie più paritarie rispetto all’Italia, sono maggiormente impegnate nel mondo del lavoro, e fanno più figli. Una politica che nega l’impatto dell’inverno demografico si proietta verso una crisi economica e sociale maggiore, delegando a chi verrà dopo il compito di sbrogliare una matassa insbrogliabile. Ci tengo a dire anche un’altra cosa importante: noi insistiamo moltissimo sull’insegnamento della lingua italiana alle nuove generazioni. Lottare per gli enti gestori sembra una battaglia di retrovia, ma ditemi voi, se i nostri figli all’estero non parlano l’italiano, chi riempirà i nostri meravigliosi atenei italiani, tra quindici anni?
Infine, ma non per importanza, uno sguardo oltreoceano, dove sono imminenti le elezioni presidenziali americane. Come percepiscono il confronto tra i due candidati, i nostri connazionali che lì risiedono? Qual è la sua opinione sui rispettivi programmi?
Prima di tutto mando un abbraccio ai connazionali che sperimentano questo fotofinish senza poter esprimere il loro pensiero tramite il voto. Immagino il patema d’animo, paragonabile al voto sulla Brexit per tutti gli “aliens” che hanno vissuto come spettatori una consultazione con un immenso impatto sulle loro vite. Dopodiché la mia convinzione morale è che il verdetto del popolo si accetta, sempre. Ecco, la mia preoccupazione è che quando più che la visione del mondo conta per l’opinione pubblica se quella famosa cantante ha fatto un endorsement, o se quel candidato sa friggere le patatine, la fragilità di un sistema il cui esito coinvolge un pianeta intero diventa palese. Per non parlare del ruolo dei social network e dei sistemi di influenza del voto, che sparigliano le carte ponendoci di fronte a sfide globali decisamente trasformative anche per il modo in cui possiamo tutelare il nostro vivere insieme.
Lei succede a Michele Schiavone, recentemente scomparso, che ricordo ha di lui?
Michele è stata una persona di una generosità, di una pazienza, e di una devozione alla causa degli italiani all’estero veramente uniche. Chiunque l’abbia conosciuto, che condividesse o meno le sue idee politiche, era ammirato da questa disponibilità e capacità di dialogo con tutti. La sua perdita ha segnato un momento doloroso per tutti noi Consiglieri, e prendere la decisione di candidarmi a succedergli non è stata una scelta facile. Prego che lui possa vegliare su di noi dall’alto, perché possiamo essere all’altezza di cio’ che lui sperava da ciascuno di noi. “Ciascuno cresce solo se sognato”, scriveva Danilo Dolci, di cui si celebra il centenario. Io credo che Michele per noi avesse un grande sogno, e seguire questo sogno ci permette di crescere.
di Mira Carpineta
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Maria Chiara Prodi è Segretaria Generale del Consiglio Generale degli Italiani all’Estero.
46 anni, nata a Parma e residente a Parigi, Prodi – finora vicesegretaria per l’Europa – succede a Michele Schiavone, scomparso il 30 marzo scorso.
Prima donna a guidare il Cgie, Prodi è al suo secondo mandato nel Consiglio generale.
È Direttrice della Maison de l’Italie alla Cité internationale universitaire di Parigi, dopo quasi vent’anni a servizio dell’organizzazione musicale in luoghi d’eccellenza (Radio France, Festival d’Aix-en-Provence, Opéra Comique).
Nella scorsa consiliatura è stata Presidente della VII Commissione “Nuove migrazioni e generazioni nuove”. È stata Presidente delle Acli di Francia e vicepresidente della Mappa Celeste. Tra i fondatori di Exbo, di Libera in Francia e del circolo del PD di Parigi, Prodi è stata anche membro dell’Assemblea Nazionale del partito per cinque anni e della direzione nazionale per un anno e mezzo.
Nata a Teramo il 6 giugno 1964, laureata in comunicazione giornalistica all’Università di Teramo, iscritta all’ODG Abruzzo nell’Albo pubblicisti, ha collaborato e poi diretto fino al 2015 il mensile cartaceo PrimaPagina ( 15000 copie) a diffusione regionale e relativo sito web. Collaboratrice freelance per diverse testate on line molte delle quali dirette a italiani e abruzzesi all’estero. Come giornalista si occupa di argomenti politici economici e sociali ma scrive anche racconti e ricerche storiche.

