GIUSTIZIA, ETERNO TEMA TRA DESTRA E SINISTRA
Il governo italiano e la sua maggioranza hanno incassato il miglioramento del rating del Paese da parte di Moody’s e si preparano a varare una legge di bilancio che, pur modesta sotto il profilo dello sviluppo economico nei tempi brevi, salvaguarda tuttavia quei conti pubblici che tanto incidono sulla fiducia dei partners europei e dei mercati. Hanno dovuto, peraltro, prendere atto della sconfitta elettorale in due grandi regioni del Mezzogiorno, Campania e Puglia, come del resto ampiamente preannunciato dai sondaggi. In compenso c’è stata la vittoria nel Veneto, anche questa ampiamente prevista. Ma uno scoglio piuttosto insidioso si troveranno ad affrontare, nel primo semestre del prossimo anno, un banco di prova particolarmente delicato, quello del referendum sulla riforma costituzionale dell’ordine giudiziario che separa la carriera dei magistrati giudicanti da quella dei requirenti.
I sostenitori della riforma le attribuiscono un effetto migliorativo sul funzionamento della giustizia, in quanto eviterebbe impropri condizionamenti e collusioni tra chi accusa un imputato e chi sia chiamato a decidere della sua sorte. Garantirebbe, quindi, in modo più efficace, la “terzietà” e l’imparzialità del giudice. Nel ricordo di quanto si rivelò infausta l’esposizione dell’allora premier Matteo Renzi nella perorazione della riforma del bicameralismo, anch’essa sottoposta a referendum confermativo, nel dicembre 2016, i rappresentanti dell’attuale maggioranza hanno più volte sottolineato come il verdetto popolare sulla recente riforma delle carriere dei magistrati non debba ritenersi rilevante per la tenuta della maggioranza e dell’esecutivo. Ma questo assunto appare sensibilmente contraddittorio, alla luce dei fatti, in quanto l’acceso dibattito che ha accompagnato la riforma, per come si è configurato, ha nettamente caratterizzato la stessa come un obiettivo perseguito e difeso con convinzione da questa maggioranza politico-parlamentare, il segno distintivo di un preciso indirizzo politico sul tema, presentato, di fatto, come una delle priorità della legislatura.
Per la rilevanza che ha assunto, per il livello dello scontro che si è delineato tra maggioranza, opposizione e Associazione Nazionale Magistrati, quella sulla riforma mostra oggi i contorni di una battaglia politica campale e il risultato del referendum non potrà non ritenersi una vittoria politica dell’uno o degli altri contendenti. Per questo la consultazione popolare rappresenta un’insidia non indifferente per il governo Meloni. Da un’eventuale sconfitta potrebbe derivare un ulteriore elemento di debolezza per l’esecutivo che ha voluto una riforma ritenuta, a torto o a ragione, così devastante da oppositori e rappresentanza dei giudici. I partiti di maggioranza traggono conforto da sondaggi che apparirebbero favorevoli alla riforma stessa, ma una cosa è esprimersi nei sondaggi, altra è andare a votare.
Il referendum confermativo non ha quorum di partecipazione e la sinistra è generalmente più organizzata ed efficiente nella sensibilizzazione al voto dei propri simpatizzanti. La destra, per conseguire la prevalenza del “si”, dovrebbe rivelarsi in grado di incentivare l’afflusso alle urne di quell’ampia percentuale di cittadini che si mostra favorevole alla riforma, motivando anche quelli che hanno perso, tuttavia, da tempo, la fiducia nel voto e anche l’abitudine di recarsi ai seggi. Dunque il referendum sarà un banco di prova da non sottovalutare, da parte del governo.
Considerando invece la riforma nel merito, non si può stabilire, a priori, senza concreta sperimentazione, se l’articolazione dell’ordine giudiziario in due carriere, due diverse professionalità – ma pur sempre magistrature – gioverà veramente alla funzionalità e all’attuazione concreta della giustizia, con il rispetto delle necessarie garanzie. La giustizia italiana può definirsi da tempo un “gigante malato”, la certezza del diritto appare pregiudicata da verdetti che spesso si contraddicono più volte nelle fasi di impugnazione, il sovraffollamento delle carceri rende indecorosa e degradante la condizione dei detenuti, l’uso della carcerazione preventiva spesso da’ luogo ad episodi di ingiustizia – qualora il soggetto in questione si riveli poi innocente – la lunghezza dei tempi, tanto in sede civile che penale, ha effetti vessatori sulle parti coinvolte che chiedano giustizia o che siano convenuti o indagati, risultando poi esenti da responsabilità.
La cronaca giudiziaria evidenzia, in più occasioni, casi riaperti dopo anni, colpevolezze che sembravano acquisite e che vengano rimesse in discussione, magari dopo lunghi periodi di espiazione, fattispecie nelle quali, in definitiva, si avverte la sensazione che il giudizio non sia stato pronunciato, come si dovrebbe, “oltre ogni ragionevole dubbio” (vedi il caso di Garlasco, di cui sono inondate le trasmissioni tv di queste settimane, qualunque sia la realtà dei fatti). Ricorrenti giungono notizie di tragedie già preannunciate con atteggiamenti significativi (talvolta nei frequenti casi di femminicidio), quando non siano state adottate misure sufficienti a neutralizzare preventivamente la pericolosità già evidente di determinati soggetti.
Per non parlare poi del caso Palamara, la degenerazione correntizia che l’ex Presidente dell’Anm ha denunciato e che tanto ha colpito l’opinione pubblica. In queste condizioni, almeno sulla base di quello che emerge dalle inchieste mediatiche, credo sia normale che i cittadini non si sentano sicuri, nè garantiti. Quindi una riforma particolarmente incisiva ed aggiornata doveva certamente ritenersi necessaria.
Non saprei dire tuttavia se l’autentico e necessario rimedio possa identificarsi in questo tipo di riforma, la separazione delle carriere. Come spesso si verifica nel nostro paese, avverto la sensazione di una battaglia di parte, di una legge bandiera, più che di un provvedimento che concorra ad adeguate soluzioni. La destra, ispirandosi alla visione berlusconiana, ritiene che con questa legge si possano attenuare una supposta tendenza della magistratura all’ingerenza nella sfera di altri poteri e una sorta di solidarietà corporativa tra giudicanti e requirenti, la sinistra si oppone, ritenendo la riforma penalizzante per la categoria dei magistrati e insiste sulla possibile deriva di sottomissione del Pubblico Ministero all’esecutivo.
Entrambe le motivazioni prodotte e sempre ribadite mi appaiono, in realtà, astratte e politicamente forzate, frutto di una polemica ormai sedimentata che risale ai tempi di Mani Pulite ed è proseguita poi con il lungo calvario giudiziario toccato a Berlusconi e con altre inchieste che hanno investito fino ad oggi pesantemente la politica.
Non credo vi siano elementi per sostenere che inevitabilmente questa riforma attiri le funzioni requirenti sotto il controllo del potere politico, autonomia e indipendenza non vengono pregiudicate dalle nuove norme, senza una concreta sperimentazione sostenere il contrario è semplicemente arbitrario, né credo che una tale intenzione – quella appunto della subalternità all’esecutivo – possa ascriversi alle intenzioni dell’attuale maggioranza governativa (anche perché il colore politico dei governi cambia frequentemente). Così come non appaiono sufficientemente persuasive le motivazioni dei sostenitori della separazione delle carriere, restano tutte da dimostrare una migliore equità e qualità nell’attuazione della giustizia e una più efficace “terzietà”.
Il rappresentante del Pubblico Ministero in un giudizio è e resterà un magistrato, che sia separato o meno dai giudicanti, in termini di carriera. Un magistrato che, a differenza della difesa, non cura esclusivamente l’interesse di una parte, ma l’interesse della Repubblica a pervenire a una pronuncia che risponda all’esigenza di giustizia.
Non sostiene l’accusa in senso assoluto, se dalle sue indagini non emergano elementi tali da dimostrare la colpevolezza dell’imputato, o se addirittura ne derivi la sua innocenza, è tenuto a chiederne l’assoluzione. In questo senso, nella sostanza, non può ritenersi una mera parte nel giudizio, persegue anch’egli, come il giudicante – ma con un ruolo diverso – l’interesse della collettività a una giustizia effettiva. Rispetto a questo, non vedo la possibilità di miglioramenti rilevanti con la separazione delle carriere, ma posso anche sbagliare, solo la concreta sperimentazione potrebbe offrirci una risposta. I temi centrali, le esigenze reali da affrontare credo vadano ricercati su altri fronti: la condizione delle carceri, le pene alternative, la prevenzione efficace, i tempi e le carenze di organico, un ritrovato equilibrio nella separazione dei poteri dello Stato, dopo decenni di estenuante conflittualità tra politica e magistratura.
di Alessandro Forlani
immagine: Barkan Op Ed in Bangor Daily News – Sociology & Criminal Justice – University of Maine
Laureato in Giurisprudenza, ha svolto la professione di avvocato e, dal 2017, è Consigliere della Corte dei Conti.
Nel 1985 è stato eletto Consigliere comunale di Roma, restando in carica fino al 1989. Consigliere regionale del Lazio nella quinta legislatura, ha rivestito la carica di Presidente del Collegio Revisori dei Conti e poi quella di Presidente della Commissione Cultura e Personale, nel periodo in cui venne approvata la legge regionale sul diritto allo studio. Primo firmatario di diverse proposte di legge regionale, tra cui quella sul registro delle associazioni di volontariato, poi approvata. Nel 2001 è eletto senatore nella circoscrizione Marche e, nel corso della XIV° legislatura, è membro della Commissione Esteri e della Commissione Diritti Umani del Senato, della cui istituzione è stato tra i promotori. In quegli anni è anche componente della Delegazione Italiana presso l’Assemblea Parlamentare NATO. Dal 2006 al 2008 è deputato, eletto nella circoscrizione Marche, componente della Commissione Esteri e della Delegazione Parlamentare INCE. Negli stessi anni è anche Presidente, per l’Italia, dell’Ong “Parliamentarians for Global Action”.
Dal 2009 al 2016 è componente della Commissione di Garanzia dell’applicazione della legge sullo sciopero nei servizi pubblici essenziali, Commissario delegato per Sanità e Farmaceutica fino al 2012, poi, dal febbraio 2012, per il Trasporto Pubblico Locale.
Collabora, nel corso del tempo, a diverse testate e pubblicazioni.

