MALGRADO TRUMP, L’ITALIA DEVE STARE CON L’EUROPA

da | 1 Feb 2026

Le relazioni internazionali evidenziano ormai una sorta di sconvolgimento, legato soprattutto alla volontà di potenza che sembra emergere da regimi autocratici come Russia e Cina e dalla più autorevole democrazia del mondo, gli Stati Uniti, cui molti osservatori attribuiscono, in questa fase, un’involuzione verso modelli repressivi e reazionari in contrasto con la tradizione costituzionale del Paese.    

Il rapimento a sorpresa del Presidente venezuelano Maduro, le mire sulla Groenlandia, l’atteggiamento bastone e carota verso l’Ucraina aggredita – e tuttora, comunque, sostenuta militarmente da Washington – i rialzi reali o minacciati dei dazi, l’intento di creare una nuova organizzazione multilaterale a sua immagine, la sortita che minimizzava l’apporto militare degli alleati europei in Afghanistan hanno accreditato la sensazione di una fase di svolta e di rovesciamento dei parametri in base ai quali ci eravamo abituati a ragionare e prefigurare le aspettative rispetto alla gestione dei rapporti e delle crisi internazionali.    E ora la portaerei Lincoln si avvicina minacciosamente all’Iran, profilando la possibile apertura di un ulteriore conflitto di vasta portata.

In Europa e in Italia, non sempre si è registrata un’ampia condivisione delle politiche del potente alleato nordamericano che ci aveva liberato dall’incubo del disegno nazionalsocialista e dell’Olocausto antisemita.

Chi ormai può ritenersi in età matura ricorda le polemiche sull’intervento nella guerra del Vietnam, poi, molto più recentemente, ha suscitato notevoli perplessità l’attacco all’Iraq di Saddam Hussein, con il falso pretesto delle armi di distruzione di massa e le conseguenze destabilizzanti in quell’area dalle quali derivarono la nascita dell’Isis e il terribile conflitto siriano, sviluppatosi successivamente, con i suoi orrori e le sue tragedie umanitarie.    

Non siamo dunque nuovi a sensibilità e valutazioni diverse sulle iniziative dell’amministrazione Usa, soprattutto nel delicatissimo campo dell’intervento militare e anche nei confronti dell’ideale europeo, perseguito dagli anni del dopoguerra nella parte occidentale del Vecchio Continente, abbiamo sovente percepito una malcelata diffidenza da parte di settori dell’establishment degli Stati Uniti.     Quella tra le due sponde dell’Atlantico è sempre apparsa, dunque, un’alleanza dialettica che, tuttavia, trovava le sue forme di composizione delle rispettive esigenze, anche economiche e commerciali, con efficienti e raffinati canali di dialogo, nel superiore interesse dell’alleanza tra le nazioni liberali e democratiche che presidiano i principi di libertà e di tutela dei diritti nel pianeta.

Ma in questo momento, lo stile e il linguaggio del Presidente Trump hanno innescato la sensazione di una stagione nuova e diversa, non si tratta più di mera dialettica o differente sensibilità sui singoli temi, si avverte una posizione di sfida e di disprezzo, fondata sui rapporti di forza economica e militare.    Come se il mancato allineamento degli europei agli Usa dovesse ormai prefigurare l’abbandono dell’Europa a un destino di marginalità e irrilevanza.   Eppure l’Europa costituisce un presidio di tolleranza e democrazia pacifica a fronte di regimi autoritari e dispotici di altri continenti talvolta caratterizzati anche da intenti bellicisti che sembrano in certi momenti addirittura più rispettati dall’attuale Presidente americano. Forse perché politicamente la sua amministrazione sta portando gli Usa verso una fisionomia più simile a quei regimi autoritari – come ci mostrano gli abusi e le violenze dell’Ice nel Minnesota – che all’Europa democratica e liberale.   E anche sul multilateralismo, l’atteggiamento verso l’Onu e la promozione di un board che sembra orientato a sostituirlo profila una sorta di rivoluzione nelle relazioni internazionali.   

In questo quadro, in corso di trasformazione, gli spazi di manovra che fino a qualche mese fa apparivano piuttosto favorevoli al nostro governo, si rivelano invece abbastanza ristretti, perché se le distanze tra le due sponde dell’Atlantico dovessero allargarsi, quella benevolenza lusinghiera che il tycoon newyorkese ha finora dimostrato all’on. Meloni potrebbe diventare una pesante ragione di imbarazzo per la stessa premier italiana.   Ormai è diffusa una comune esortazione, tanto ribadita, da apparire scontata: l’Europa deve serrare le fila e mostrarsi unita e univoca nelle posizioni, ribadendo la propria lealtà e la propria convinzione rispetto all’Alleanza Atlantica, ma determinata nella pretesa del rispetto del diritto internazionale e delle consuetudini consolidate.   

Questa unità e fermezza ha dimostrato una sua efficacia sulla questione della Groenlandia, spingendo Trump verso posizioni più morbide.    Su questa linea occorre persistere, con coraggio e fermezza, se si intende partecipare da protagonisti al superamento delle crisi tuttora in essere e alle trasformazioni che investono il mondo.

di Alessandro Forlani

immagine: Friedensprojekt-Europa-2