VERSO IL REFERENDUM: SCONTRO POLITICO E INQUIETUDINI INTERNAZIONALI

da | 1 Mar 2026

A giudicare dai toni e dalle argomentazioni emersi nel dibattito sul referendum confermativo della riforma dell’ordinamento giudiziario, si profila un mese scarso di campagna elettorale piuttosto accesa e tormentata, rispetto a una tematica che richiederebbe invece uno sforzo di analisi serena ed obiettiva delle carenze fin qui registrate e degli eventuali aspetti normativi e comportamentali all’origine di disfunzioni e incongruenze o, talvolta, di vere e proprie ingiustizie.

In Italia il tema si è sempre rivelato profondamente divisivo, legato alle contrapposizioni politiche, alle diffidenze tra i partiti, al sospetto di intenti di parte o – come si diceva – di “uso politico della giustizia”, alle speculazioni sulle sventure giudiziarie altrui. L’inchiesta Mani Pulite di oltre trent’anni fa segnò, a mio giudizio, il momento di massima tensione tra politica e operatori di giustizia. In quella fase, la frequenza e contestualità di arresti e incriminazioni, gli effetti devastanti delle numerose inchieste sul sistema politico, una certa spettacolarità e spregiudicatezza che le caratterizzarono, il consenso popolare e mediatico riscosso da accusatori e giudicanti determinarono un vero e proprio spartiacque nella storia della nostra democrazia repubblicana. In pochi mesi si dissolsero i cinque partiti di governo che dal dopoguerra avevano garantito la tenuta democratica del Paese.

Da allora le tensioni tra politica e magistratura non si sono mai del tutto attenuate. Scandali e inchieste hanno continuato a investire figure emblematiche di partiti e di istituzioni, accentuando la diffidenza del mondo politico nei confronti delle toghe. Questo clima perdurante ha insinuato in larga parte degli organi di informazione e dell’opinione pubblica, ma anche della stessa magistratura, la sensazione di una sorta di rivalsa della politica nei confronti dei giudici insita nella riforma costituzionale che viene ora sottoposta a referendum. Una sorta di resa dei conti. E, in particolare, opposizione e Anm paventano il rischio di un’alterazione dell’equilibrio fondato sulla tripartizione dei poteri e di una lesione dell’indipendenza del potere giudiziario dall’esecutivo, in caso di approvazione definitiva della riforma.

Questa temuta deriva viene poi collocata – forse per apparire più credibile – nel più generale contesto delle tendenze autocratiche che affiorano sul piano internazionale, a fronte delle involuzioni generate dall’amministrazione Trump negli Stati Uniti e del recente contrasto del tykoon con la Corte Suprema sui dazi, del disinteresse di Nethaniau (e dello stesso Trump) verso le pronunce della Corte Penale Internazionale, delle derive autoritarie che caratterizzano diversi paesi, anche molto importanti – e qualcuno anche in Europa – taluni dei quali premiati dallo stesso Presidente americano con l’invito a partecipare al suo nuovo Board of Peace.

Dispotismi e autoritarismi di Paesi forti e decisivi negli equilibri mondiali evocano anche da noi spettri sinistri e questo agevola inevitabilmente i fautori del No alla riforma Nordio nella rappresentazione della medesima come una sorta di step di un disegno reazionario dell’attuale governo italiano guidato dalla destra. Si tratta tuttavia di un eccesso propagandistico, non ci sono, allo stato, elementi in grado di evidenziare una deriva di questo tipo, anche in caso di entrata in vigore della riforma. Al momento si potrebbe forse ipotizzare una sorta di appesantimento organizzativo e funzionale con i due CSM e l’Alta Corte e il rischio di una qualità inferiore della componente togata dei CSM con il sorteggio che preclude una scelta fondata sulla stima, sulla conoscenza, sulla ponderazione del valore della persona.

Quanto alla separazione delle carriere, l’indipendenza dei magistrati non sarebbe compromessa per il solo fatto di essere divisi in due diversi ordini professionali. Sempre magistrati sarebbero, sempre indipendenti, sempre assegnatari delle diverse funzioni che svolgono tuttora. Se poi si vuole necessariamente pensare male … amen, ma questo può valere per ogni innovazione. Il dato vero è la percezione che non sarà questa riforma a migliorare l’amministrazione della giustizia, affetta da piaghe croniche, nel nostro paese.

E quindi, che prevalga il Si’ o il No al referendum di marzo, che permanga l’attuale sistema o si affermi il nuovo, occorrerà varare una Fase 2 sulla giustizia, questa volta, per quanto possibile, bipartisan, scevra dalle “guerre di religione” che stanno contrassegnando la campagna referendaria. Maggioranza, opposizione e rappresentanze magistratuali dovranno finalmente trovarsi attorno ad uno stesso tavolo e confrontarsi su possibili effettivi miglioramenti da introdurre nel sistema: sistema carcerario, misure alternative, prevenzione, tempi e procedure, garanzie, deterrenza e rieducazione efficace. Temi che investono più da vicino e sostanzialmente la sicurezza e la serenità della comunità civile.

di Alessandro Forlani

immagine: Brian Stauffer Opera