ALMENO LA GUERRA INUTILE SOLLECITI L’APPELLO PER L’INTEGRAZIONE EUROPEA, ORA E SUBITO

da | 1 Apr 2026

CONFLITTO USA-IRAN. L’attacco all’Iran, estrema ingiustificata intensificazione di quell’infernale polveriera mediorientale già sprofondata nell’orrore della lunga campagna contro Gaza e i palestinesi, seguita al massacro del 7 ottobre, ripropone, questa volta con forza e senza alibi artificiosi di sorta, il tema del rapporto tra le democrazie europee e lo storico alleato statunitense.

Ormai è noto il copione, con uno scenario ancora più pericoloso che in passato (Afghanistan, Iraq, Libia, Siria). Iniziative militari nell’area, legate a risentimenti antichi, alle ambizioni di Israele o a ben precisi disegni di egemonia economica non giovano agli equilibri e alla sicurezza del Vecchio Continente. Lo espongono al congelamento e alle riduzioni delle forniture energetiche, alle possibili ritorsioni terroristiche, a migrazioni di massa, al continuo rischio di coinvolgimento, con tutte le possibili conseguenze in termini di vittime e di potenziale diplomatico nell’area. All’Alleanza Atlantica in tanti abbiamo creduto e ha rappresentato un baluardo delle democrazie durante la Guerra Fredda e anche dopo, nella salvaguardia di consolidati equilibri, ma Europa e Stati Uniti (e Canada, naturalmente) devono vedersi riconosciuta una pari dignità che comporti il riconoscimento del diritto-dovere degli uni di dissociarsi dalle eventuali improvvide e unilaterali iniziative degli altri, senza recriminazioni o ritorsioni conseguenti.

L’attacco all’Iran, in questa fase, destabilizza i già precari equilibri mondiali, irrigidisce i mercati energetici, limita la circolazione delle merci, espone i Paesi arabi vicini alle ritorsioni di Teheran. Tutto questo potrebbe anche trovare qualche giustificazione se fosse diretto alla finalità di mettere l’area interessata in sicurezza per i prossimi decenni (e di conseguenza buona parte dell’intero pianeta, visto che il Medio Oriente è comunemente ritenuto l’epicentro di tutte le tensioni), mentre purtroppo questa strategia, allo stato, non si vede chiaramente. L’idea che l’attacco provochi a breve il collasso dell’odioso regime degli ayatollah e dei pasdaran è certamente suggestiva, considerando gli orrori cui quella fanatica teocrazia ci ha abituato da quasi mezzo secolo, ma l’Iran è comunque una media potenza regionale, dotata di consistenti risorse economiche e militari, in buon rapporti con la Russia e con la Cina e, soprattutto, governata da un gruppo dirigente che poggia la sua legislazione e le sue politiche su sentimenti e tradizioni religiose ed etiche molto radicati in un’ampia fascia della popolazione. Non ci troviamo di fronte a dittatori laici ormai in declino, come era il caso di Saddam Hussein e Assad o a una giunta militare invisa alla popolazione come sovente accaduto in Sud America.

Nel caso dell’Iran, quel regime teocratico gode ancora di un consenso esteso – per quanto a noi incomprensibile – e gli oppositori, pur numerosi e presenti, non sembrano organicamente costituiti in partiti o movimenti in grado di fare da sponda ai “liberatori” americani e israeliani, soprattutto a causa delle violente repressioni da parte del regime stesso che poi inevitabilmente registrano un inasprimento in uno stato di guerra a così alta intensità. E, contestualmente a una fascia di oppositori esasperati ed estremamente coraggiosi, capaci di scendere in piazza e di porre in essere atti eroici di protesta, si manifesta anche un’altra componente che invece condivide ancora le impostazioni del regime, come hanno dimostrato le manifestazioni e i pianti a seguito dell’uccisione della Guida Suprema Ali Khamenei. Appare dunque necessaria e urgente una decisa pressione della comunità internazionale affinché Stati Uniti e Israele fermino gli attacchi, arginando l’incendio della regione e la conseguente tragedia umanitaria. Attacchi che stiamo pagando anche noi europei, dati gli effetti sulle forniture energetiche. Trump, inizialmente, ha sottovalutato i rischi dell’aggressione, la possibilità che raid aerei e droni non si rivelino sufficienti a piegare il coriaceo regime iraniano e che quindi gli Stati Uniti si vedano costretti a procedere al passaggio successivo, i “boots on the ground” che potrebbero configurare una riedizione del disastroso scenario vietnamita di oltre mezzo secolo fa.

In questi giorni in cui l’imprevedibile e temerario presidente americano sembrerebbe ormai intenzionato a negoziare e porre fine a breve al conflitto – ma ormai, purtroppo, ne conosciamo le repentine giravolte e i colpi di scena – gli europei devono mostrare una loro unitaria coerenza di posizioni, la capacità di svolgere quel ruolo di “raffreddamento” e allentamento delle tensioni, di promozione del negoziato che costituisce parte integrante della vocazione comunitaria del Vecchio Continente, maturata dopo la tragedia delle guerre mondiali e una storia plurisecolare di continui conflitti interni. Questa volta o mai più l’Unione deve mostrare la capacità e il coraggio di gridare un “no” secco e univoco al coinvolgimento, anche indiretto, in un conflitto non cercato, non voluto e non necessario e individuare la strategia per una pressione efficace volta alla desistenza delle parti dal conflitto stesso.

LA VITTORIA DEL NO AL REFERENDUM. Il referendum confermativo della riforma dell’ordinamento giudiziario ha spaccato a metà il Paese, confermando la natura profondamente divisiva che il tema della giustizia ha sempre rivelato, almeno negli ultimi tre decenni, nel nostro paese. La netta prevalenza dei voti contrari alla riforma Nordio, fortemente voluta dall’attuale maggioranza parlamentare di governo, ma condivisa anche da autorevoli settori dell’opposizione, rispecchia una diffusa diffidenza nei confronti degli intenti di revisione costituzionale, benché la riforma non potesse ritenersi idonea ad alterare i princìpi fondamentali della Carta, né a pregiudicare la tripartizione dei poteri e l’indipendenza della magistratura. La campagna a favore del No, promossa dalle opposizioni e dalle rappresentanze della magistratura, si è rivelata molto accesa e radicale nell’evocazione di una minaccia ai princìpi democratici e di una possibile deriva autoritaria conseguente all’eventuale entrata in vigore della riforma, esasperando i toni ed esagerando i possibili effetti, ma non credo che il risultato della consultazione referendaria debba ritenersi necessariamente provocato da queste polemiche, resto persuaso che l’elettorato, nel suo complesso, debba considerarsi sempre un passo avanti rispetto alla demagogia dei partiti e più maturo, rispetto a una certa politica urlata e viziata dal settarismo.

La maggioranza dei votanti ha privilegiato l’esigenza di evitare le possibili avventure conseguenti alle modifiche costituzionali e di scongiurare un sistema – quello dei due CSM e dell’Alta Corte – che presentava, almeno in apparenza, un certo margine di farraginosità e di ambiguità, lasciando intendere una possibile deriva penalizzante per la condizione magistratuale. Ho sempre ritenuto che non fosse questo l’intendimento dei promotori della riforma, ma la complessità della stessa e il contesto in cui è maturata hanno prodotto questa impressione e non resta che prenderne atto.

Girata questa pagina, cosa accadrà ora ? Il vulnus potrebbe depotenziare e logorare l’azione di governo, nello scorcio di legislatura che ancora rimane, esponendo il centrodestra ad un insuccesso elettorale nel 2027, sempre che l’attuale opposizione riesca una volta tanto a compattarsi, senza cedere alla distruttiva tentazione di imbarcarsi in una estenuante conflittualità sulla leadership tra Schlein e Conte che potrebbe ancora una volta vanificarne le potenzialità. Mentre alla premier Meloni e ai suoi alleati si pone l’alternativa tra un anno o poco più di “galleggiamento” senza storia e un deciso e audace rilancio dell’attività di governo, ponendosi obiettivi di riforma utili, realistici e, quanto più possibile, condivisi, anche su quel terreno della giustizia che, a prescindere dall’insuccesso del referendum, richiederebbe comunque interventi innovativi ed efficaci ai fini di superare persistenti limiti e contraddizioni.

LA SCOMPARSA DI UMBERTO BOSSI. La morte di Umberto Bossi, al di là delle espressioni di circostanza, sollecita, sul piano politico e storiografico, una riflessione sulle motivazioni che resero possibile, in pochi anni, l’evoluzione del fenomeno leghista, da movimento folkloristico e marginale ampiamente sottovalutato a movimento di massa dirompente, in grado di sovvertire radicalmente gli equilibri elettorali e politici del nord Italia e di conseguenza dell’intero paese. Prima di quella fase (fine Anni ’80, primi ’90), in Italia non si era mai parlato di una “questione settentrionale”, anzi, sul piano politico e culturale, la battaglia risorgimentale, volta alla realizzazione dello Stato unitario, era stata ispirata e diretta prevalentemente dal nord Italia (Milano e Torino, in particolare).

Dal momento della realizzazione dell’unità nazionale, si è delineata una mai sopita “questione meridionale”, legata al divario nelle velocità di sviluppo rispetto al nord e tutte le classi dirigenti che si sono susseguite hanno assegnato una certa priorità a questo tema, alimentato dai tanti pensatori meridionalisti che hanno ispirato interventi e riforme più o meno efficaci, nel corso di oltre un secolo di storia nazionale. Bossi e la sua Lega posero con forza il tema di una sorta di disagio delle comunità settentrionali, delle istanze autonomistiche di una Padania che sembravano un paradosso a fronte della consolidata cultura di solidarietà nazionale delle forze politiche tradizionali e della percezione, fino ad allora diffusa, di una condizione privilegiata del nord Italia sul piano economico, produttivo e occupazionale, evidenziata dai grandi flussi migratori che dal Mezzogiorno d’Italia si erano per decenni diretti verso il settentrione delle grandi fabbriche, nella prospettiva di un’esistenza più confortevole e rassicurante. Quella concezione diffusa e consolidata nella classe dirigente di allora, sostanzialmente condivisa da tutte le aree ideologiche, sinistra, destra e centro, rese incomprensibile, alla fine degli Anni Ottanta, il messaggio politico del Senatur, ignorato e sottovalutato, con una sorta di malcelato disprezzo, dalla politica ufficiale che si sentiva ancora assai solida in sella. In pochi anni, invece, un intero popolo recepì il messaggio identitario e autonomista che evocava addirittura la secessione!! Il fine intuito demagogico di Bossi aveva fiutato una tendenziale frustrazione nei confronti dei residui statalisti, della pressione fiscale sui ceti produttivi, di una redistribuzione percepita come penalizzante per il nord.

Si diffondeva il mito negativo di “Roma ladrona” e dei “barbari” del nord che scendevano di nuovo verso la Città Eterna, per sottometterla, il rude e caustico linguaggio dell’ombroso leader “lumbard” conquistava masse crescenti, tra lo stupore attonito di molti di noi abituati alla sottile e sibillina dialettica dei partiti tradizionali. Il contestuale logoramento del sistema politico, la corruzione, il diffuso discredito dei vecchi partiti e i referendum elettorali fecero il resto. Lo schema si modificò completamente. Con estremo rammarico, ricordo che la grande affermazione elettorale della Lega, nelle consultazioni dell’aprile 1992, si realizzò nelle regioni settentrionali, provocando soprattutto un salasso di voti democristiani nelle aree in cui il partito di maggioranza relativa era stato per decenni ampiamente prevalente e radicato. Un movimento che evocava la secessione e rivendicava la sovranità di una Padania mai esistita nella coscienza collettiva (con accenti fastidiosamente discriminatori nei confronti dei meridionali) si sostituiva, nei cuori di molti elettori, proprio a quella Dc che si era sempre caratterizzata come partito “nazionale” e fautore di un regionalismo che non pregiudicasse, anzi alimentasse, un sentimento di solidarietà tra i territori, ritenuto fondamentale per la pace sociale e lo sviluppo del Paese.

Ma la Dc degli ultimi anni non seppe cogliere fermenti e disagi che maturavano, non fiutò tempestivamente il pericolo e l’intuito di Bossi, contestualmente ad altri fenomeni (Mani Pulite, in particolare) concorse ad innescare il processo che portò alla sua dissoluzione. Ad onore del rude e pugnace fondatore del Carroccio va riconosciuto che, una volta archiviata la maggioranza di pentapartito, mise da parte, di fatto, gli eccessivi radicalismi autonomistici e, con un certo senso di responsabilità e dopo qualche resistenza, si adattò al nuovo schema bipolare, scegliendo uno schieramento di appartenenza (aderì al centrodestra berlusconiano), ricavandosi un ruolo di uomo di Stato incardinato, in pieno, nel sistema istituzionale italiano e lasciando alle nostalgie dei pionieri quel sogno padano che aveva fatto la sua fortuna.

di Alessandro Forlani

immagine: da https://www.eastjournal.net/ Rearm-Europe Bertuccioli