SQUILIBRI DEL SISTEMA: SPESA PUBBLICA TRA SPESA CORRENTE ED IN CONTO CAPITALE
Il quadro generale
L’andamento della spesa pubblica nel tempo ha avuto una crescita costante ma è utile osservare la dinamica della spesa pubblica e come si è andata formando nel tempo, specie nel nuovo secolo. La sua componente di parte corrente è diventata una bolla di difficile compressione, a causa dell’uso spesso disinvolto e da parte della politica, che l’ha usata per raccogliere consenso in modo crescente.
Come si può osservare nel seguente grafico, la dinamica della spesa al lordo e al netto degli interessi è sempre cresciuta.

La spesa totale si è innalzata a ridosso della fine del gold exchange standard nel 1971. Inoltre la creazione del petrodollaro e del sistema Swift hanno contribuito alla creazione del dollaro come moneta globale nei Paesi occidentali, scaricando su alcuni Paesi, il nostro per primo, un’ondata inflattiva che ha contribuito alla svalutazione della lira e a dare il primo impulso alla creazione di un debito che fino ad allora era il 34% del Pil, per arrivare ad essere nei primi anni Novanta il 92%. Da quel momento non ci siamo più ripresi.
La crescita della spesa pubblica ha rallentato nei primi anni del nuovo secolo, ma gli interessi sul debito hanno cominciato a erodere l’avanzo primario, che è ritornato positivo solo nel 2024 dopo quattro anni di deficit. Le entrate fiscali sono cresciute negli anni Ottanta grazie alla crescita della spesa corrente che ha creato ricchezza per i trasferimenti alle classi sociali in varie forme, alcune di puro consenso, come le pensioni baby e alla svalutazione della lira, che ha facilitato le esportazioni per la sua debolezza.
Il ruolo della spesa corrente ha alimentato il sistema di welfare e ha contribuito alla crescita dei consumi, salvo poi stabilizzarsi nel nuovo secolo. Il volume del debito pubblico poi è cresciuto a seguito della pandemia del covid e contemporaneamente il blocco delle attività produttive ha ridotto il volume delle entrate fiscali.
Ora il problema del tempo delle guerre diventa una minaccia sulla tenuta della spesa, sui consumi, sugli interessi del debito, insomma sulla tenuta degli equilibri economici-finanziari-sociali e sulla capacità di spesa delle famiglie che con l’inflazione e il rialzo dei prezzi energetici comincia a rallentare.
Negli ultimi mesi, l’economia italiana ha registrato una preoccupante contrazione nei consumi delle famiglie, un fenomeno che sta influenzando negativamente il sistema produttivo e commerciale del Paese. I dati ufficiali dell’ISTAT, corroborati dalle analisi di Confesercenti, evidenziano un quadro di difficoltà che coinvolge milioni di cittadini e imprese.
Secondo gli ultimi rilevamenti dell’ISTAT, il 2025 ha visto una diminuzione significativa delle vendite al dettaglio sia in valore che in volume. Le variazioni negative sono state registrate su base mensile e, in alcuni casi, anche su base annua. Inoltre, oltre un terzo degli italiani ha dichiarato di aver ridotto quantità o qualità degli alimenti acquistati, un segnale inequivocabile di prudenza nei consumi.
Questa frenata si riflette anche sul PIL nazionale, che mostra performance deboli. I consumi, tradizionalmente uno dei principali motori della crescita economica, non riescono a sostenere il ritmo necessario per una ripresa solida.
Un fenomeno che si accompagna sempre nelle crisi economiche è il crollo delle nascite, come emerge dal grafico sottostante e quello dell’aumento delle povertà:


Il nodo della spesa corrente e le correlate responsabilità
Il vero problema del debito pubblico è rappresentato dalla bolla della spesa corrente che rappresenta l’84% della spesa totale al netto degli interessi: la spesa totale al netto degli interessi nel 2024 è stata di 1.023,2 miliardi di euro, mentre la spesa corrente è stata di 859,32 miliardi di euro e mostra con evidenza come si sta formando una bolla di difficile riduzione.
La spesa totale al netto degli interessi rappresenta il 46,7% del Pil mentre la spesa corrente, come detto, rappresenta l’85% della spesa totale e la spesa per investimenti arriva al 15% del Pil, mostrando la mancata attenzione alla manutenzione degli investimenti e alle strutture pubbliche, con tutti i danni ambientali che vediamo di continuo. La domanda dei consumi si restringe e cala contribuendo a diminuire e i prezzi che spesso si abbassano per stimolare gli acquisti, in linea con la legge della domanda e dell’offerta.
Certamente il ruolo degli stanziamenti per il PNRR hanno contribuito ad una maggiore tenuta della spesa in conto capitale che risulta troppo contenuta per un rilancio dell’economia; il tema delle infrastrutture risulta centrale per lo sviluppo del paese ma come fare se la spesa corrente continua ad autoalimentarsi
L’uso della spesa corrente è il frutto della finanziarizzazione dell’economia reale che ha colpito in primis gli Usa (che sono arrivati a un debito non più controllabile di 39mila miliardi di dollari) e sta minando la ripresa del Paese, alla disperata ricerca di ridurre le spese e di aumentare le entrate fiscali con l’introduzione di dazi che minacciano i consumi , la stabilità sociale e creano effetti inflattivi.
Tutti i Paesi occidentali illusi dalla finanza si sono esposti a una crescita del debito pubblico che ha finito per drogare la crescita e indebolire i sistemi di welfare, ma adesso la riduzione della spesa corrente minaccia il sistema di welfare ed aggrava la tenuta della società sottoposta ad un peggioramento della morale e dei costumi.
L’andamento della spesa corrente e la mancanza di spesa per investimenti sono il frutto di una politica debole che nel tempo è andata peggiorando. La politica ha usato la spesa corrente per creare un consenso, ma ora la spesa corrente è diventata una bolla che rischia di esplodere in conflitti sociali perché ha favorito il diffondersi di modelli di vita e di consumo che non sono più replicabili; quindi la sua riduzione rischia di essere una bolla sociale esplosiva.
I BRICS (Brasile, Russia, India, Cina e Sudafrica), unitamente ai nuovi Paesi aggregati, rappresentano il 46% della popolazione globale e intendono promuovere un sistema di scambi antagonista al dollaro, con un processo già avviato di dedollarizzazione. A oggi il loro Pil è superiore a quello del G7. L’unione di questi Paesi è la manifestazione più evidente di come gli equilibri geopolitici stiano cambiando a nostro sfavore.
La corsa ad aggiudicarsi anche una piccola parte delle risorse ha favorito il formarsi di un potere della burocrazia non più sottoposto a controllo, che diventa imperante in mancanza di chiare aree di responsabilità e di fatto gestisce la cosa pubblica.
Infine l’aggravante che rende questa bolla esplosiva è la mancanza di responsabilità nella gestione della spesa corrente, a cui nessuno vuole rinunciare. Lo si è visto nella difficile composizione della manovra di bilancio, in cui ognuno vuole un pezzo di risorse per accontentare i portatori passivi del consenso, tanto che l’approvazione richiede mesi di preparazione e dispute per le assegnazioni di risorse, mente l’approvazione del consuntivo, che diventerebbe cruciale per capire gli sbagli ed evidenziare le responsabilità, si conclude in pochi giorni.
Questa dinamica sottopone i Paesi occidentali ad una crisi irreversibile delle loro istituzioni, per il totale scollamento tra l’esercizio del potere e le correlate responsabilità e la crescente disuguaglianza .
Le conseguenze possono essere nefaste e socialmente distruttive per la collettività. È del tutto evidente che non possiamo vivere e prosperare in una società in cui il potere è separato dalle correlate responsabilità seguendo un modello socioculturale fallito nei fatti.
Infine il fallimento del modello culturale neoliberista ha generato disuguaglianza e povertà senza pari nella storia dell’uomo, come vediamo nei grafici indicati la povertà e la disuguaglianza sono differenziati tra nord e sud dove la classe media sta sparendo e lascia vuoti occupazionali e di povertà, ma curiosamente sono le realtà dove è più intensa la vita spirituale:


Come ricordava Sigmund Freud, “se una civiltà non ha superato lo stadio in cui il soddisfare un certo numero dei suoi partecipi ha come presupposto l’oppressione di altri suoi partecipi, forse della maggioranza, è comprensibile che gli oppressi sviluppino un’intensa ostilità contro la civiltà da essi consentita con il loro lavoro, ma dei cui beni ricevono una parte insufficiente (…). È inutile aggiungere che una civiltà che lascia insoddisfatti un così gran numero dei suoi partecipi e li spinge alla rivolta non ha prospettive, né merita, di durare a lungo” (L’avvenire di un ‘illusione, 1927).
di Fabrizio Pezzani
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Professore emerito – Università Bocconi
Laureato in Economia e Commercio presso l’Università di Parma, Dottore commercialista e Revisore contabile, svolge attività di docenza presso l’Università Bocconi e la SDA Bocconi. Svolge, inoltre, attività di natura scientifica e professionale all’interno di Comitati e Commissioni di rilievo nazionale e internazionale. E’ autore di numerose pubblicazioni sui temi della contabilità, bilancio e controllo.
(*) E’ membro del Comitato Esecutivo di Cariparma.
Biografia dal sito www.didattica.unibocconi.it

