LA FINE DELL’IDILLIO CON TRUMP. FORSE UNA NUOVA FASE DELLA POLITICA ESTERA ITALIANA
L’attentato compiuto all’hotel Hilton di Washington, nel corso della cena dei corrispondenti della Casa Bianca, può ritenersi indicativo della misura delle tensioni che caratterizzano, in questa fase particolare, il quadro geopolitico mondiale e la particolare condizione degli Stati Uniti.
La proliferazione delle guerre, delle sopraffazioni e della violenza provocano ondate di panico e disorientamento nell’opinione pubblica, incentivando talvolta, in qualche testa calda, dagli impulsi incontrollati, comportamenti estremi. Guerre e tensioni sembrano ormai interminabili, affiora la sensazione di una scarsa volontà dei protagonisti di arrivare finalmente alla pace, attraverso proposte sensate e costruttive, rispettose di tutte le parti in campo.
Questa è la sensazione che le cronache quotidiane infondono riguardo all’interminabile guerra in Ucraina, alle aggressioni israeliane in Libano e Cisgiordania e alla recente aggressione di Usa e Israele all’Iran. La mancata presentazione dei plenipotenziari americani a Islamabad, per discutere le condizioni proposte dall’Iran e prospettare a loro volta le condizioni dell’amministrazione Usa lascia intendere che la vertenza sia ancora in alto mare e i tempi di una soluzione debbano ritenersi ancora lunghi.
Nell’inconcludenza dei responsabili delle nazioni, siamo indotti a confidare nel senso di responsabilità delle popolazioni, delle opinioni pubbliche, in un colpo d’ala delle forze della società civile per mettere in mora tanto gli autocrati, quanto le classi dirigenti democratiche, ai fini di porre in essere sinergie e iniziative volte allo spegnimento dei fuochi ormai in essere e ad evitare l’accensione di nuovi. Una deriva di irresponsabilità induce ormai anche i più riottosi ad aprire gli occhi e a ponderare la necessità di cambiare rotta e tornare a ragionare in termini di cooperazione e diplomazia.
In particolare, con riferimento all’Italia, l’attacco all’Iran ha avuto almeno il pregio, se si può usare questa espressione, di ricompattare parzialmente l’opinione pubblica nel giudizio sulle tensioni internazionali che prefigurano un quadro sempre più allarmante e pericoloso. La chiara e ferma presa di posizione di Papa Leone, criticata pesantemente da Trump, ha indotto la premier Meloni a prendere le difese del Pontefice, attirandosi così i rimbrotti del Presidente americano.
Il conseguente raffreddamento delle relazioni tra l’amministrazione Usa e la nostra premier ha quindi allineato la stessa al comune sentire di gran parte dell’opinione pubblica sull’iniziativa bellica in Iran e alle stesse opposizioni che hanno preso le difese della premier, a seguito dell’attacco del tycoon.
E dunque, quanto meno su quest’ultima operazione militare, unilaterale, ingiustificata, inopportuna, gratuita e ampiamente dannosa, anche al di fuori dell’Iran e del Medio Oriente, si va delineando nel nostro paese una posizione comune a maggioranza e opposizione. Abbiamo rilevato, peraltro, che se l’aggressione all’Iran doveva essere mirata al collasso del regime teocratico che opprime il Paese dal 1979, l’obiettivo, nonostante la soppressione di Khamenei e gli omicidi mirati di esponenti di primo piano, non appare raggiunto, anzi, il regime stesso appare forse più forte di prima, contrattualmente esigente e ancor più aggressivo e repressivo, nonostante il blocco dei porti nel canale di Hormuz.
Segnali ed evoluzioni inducono a pensare ad una crisi lunga, pericolosa ed inconcludente. Il contraddittorio intercorso tra Trump e Meloni vanifica, almeno per il momento, quell’illusione ambiziosa e accattivante del governo italiano di poter costituire un ponte tra Washington e Bruxelles. Troppo volubile e imprevedibile l’attuale leadership americana. Mentre i leaders dei maggiori paesi europei sono allarmati e più consapevoli della necessità di trovare ormai nuovi equilibri in termini di strategia e di sicurezza. A questi il nostro esecutivo si deve allineare per costituire insieme un nuovo polo emancipato da antiche soggezioni e alla ricerca di nuove affinità, per realizzare il necessario contrappeso alle autocrazie effettive e tendenziali intenzionate a dominare il nostro tempo.
di Alessandro Forlani
immagine da Abruzzo Sera
Laureato in Giurisprudenza, ha svolto la professione di avvocato e, dal 2017, è Consigliere della Corte dei Conti.
Nel 1985 è stato eletto Consigliere comunale di Roma, restando in carica fino al 1989. Consigliere regionale del Lazio nella quinta legislatura, ha rivestito la carica di Presidente del Collegio Revisori dei Conti e poi quella di Presidente della Commissione Cultura e Personale, nel periodo in cui venne approvata la legge regionale sul diritto allo studio. Primo firmatario di diverse proposte di legge regionale, tra cui quella sul registro delle associazioni di volontariato, poi approvata. Nel 2001 è eletto senatore nella circoscrizione Marche e, nel corso della XIV° legislatura, è membro della Commissione Esteri e della Commissione Diritti Umani del Senato, della cui istituzione è stato tra i promotori. In quegli anni è anche componente della Delegazione Italiana presso l’Assemblea Parlamentare NATO. Dal 2006 al 2008 è deputato, eletto nella circoscrizione Marche, componente della Commissione Esteri e della Delegazione Parlamentare INCE. Negli stessi anni è anche Presidente, per l’Italia, dell’Ong “Parliamentarians for Global Action”.
Dal 2009 al 2016 è componente della Commissione di Garanzia dell’applicazione della legge sullo sciopero nei servizi pubblici essenziali, Commissario delegato per Sanità e Farmaceutica fino al 2012, poi, dal febbraio 2012, per il Trasporto Pubblico Locale.
Collabora, nel corso del tempo, a diverse testate e pubblicazioni.

