PRONTE LE DUE COALIZIONI ALLA SFIDA ELETTORALE?

da | 1 Giu 2026

Mentre continuano a spirare i venti di guerra in Ucraina e Medio Oriente, con l’Europa sempre in affanno nell’intento, pur meritevole, di svolgere un ruolo nella ricerca di una progressiva distensione, in Italia si comincia ad avvertire in tutta la sua portata il clima preelettorale e manovre e strategie di aggregazione e di alleanza tendono ad assumere una maggiore consistenza, soprattutto alla luce della sconfitta referendaria della maggioranza sulla separazione delle carriere dei magistrati e del sostanziale pareggio tra le due maggiori coalizioni (una già in essere, l’altra di probabile costituzione, con PD, 5 Stelle e altri probabili comprimari di centro e sinistra) che sembra emergere dai sondaggi.

Il pathos dell’incertezza, almeno a bocce ferme, potrebbe questa volta rivelarsi ancora più intenso, anche in virtù della particolare attenzione degli osservatori verso una sorta di asimmetria che caratterizza questa lunga vigilia di campagna elettorale: il centrodestra di governo ha una leader indiscussa autorevole e riconosciuta che guida oggi l’esecutivo e si ricandida a questo ruolo anche per la prossima legislatura; l’altra “probabile” coalizione non ha ancora scelto il suo candidato/a premier. Ed è un bel dire il ritornello che immancabilmente e pedissequamente ripetono i rappresentanti della sinistra, secondo i quali prima occorrono il progetto, il programma, i contenuti, poche idee, ma chiare e condivise da tutto il Campo Largo, poi si sceglierà il leader.

Tutto vero, ma ormai, piaccia o no, giusto o sbagliato che sia, nell’immaginario degli elettori (ora purtroppo a ranghi ridotti, data la percentuale di astensionismo) la personalizzazione delle posizioni politiche prevale sui programmi, peraltro spesso generici e scontati e poco dissimili l’uno dall’altro.

L’elemento trainante è la figura del leader, la fiducia e l’impatto mediatico che il candidato premier riesce a trasmettere. I grandi partiti, legati alle ideologie e fondati su una partecipazione di massa e sulla stratificazione territoriale di una pluralità di figure esponenziali e di dirigenti, sono tramontati, la cosiddetta società “liquida” richiede un’immedesimazione nella figura apicale che si propone come guida del Paese. E il nodo del dualismo tra Schlein e Conte, con le ipotesi di eventuali outsider (ricorrente quella di Silvia Salis, alla guida dell’amministrazione del capoluogo ligure), nonostante i continui tentativi di esorcizzare il tema, sembra destinato a riproporsi continuamente nelle analisi e nel dibattito. Peraltro, la priorità del programma comune rispetto a questo tema, pur ragionevole e comprensibile sul piano teorico, mal si accorda con la condizione reale dell’attuale sinistra italiana, costituita da formazioni culturalmente e storicamente molto diverse, che proprio sui contenuti di una eventuale futura collaborazione di governo, in caso di vittoria elettorale, potrebbero incontrare considerevoli difficoltà nel tentativo di convergenza.

Alleanze, rapporti con Nato e Unione Europea, conflitti, immigrazione, politiche fiscali, ordine pubblico, tematiche centrali sulle quali non sembra neppure avviata una riflessione comune tra PD, 5 Stelle, Avs, Italia Viva e +Europa. Quindi, d’accordo, prima il programma, ma occorre iniziare a rendere esplicita, o quanto meno, a definire una posizione che possa unire, superando vecchi steccati e pregiudizi. Quanto al centrodestra, intende esibire il trofeo del governo più lungo nella storia della Repubblica, vanta una discreta tenuta e relativa omogeneità della coalizione, benché su armamenti e Ucraina si vadano ampliando, in questi giorni, le distanze.

E, pur tenendo presenti le predette difficoltà del centrosinistra e le recenti amministrative parziali favorevoli ai partiti di maggioranza, nei sondaggi le due coalizioni tendono al pareggio. Scandali, politiche di sicurezza inadeguate, riforme disattese, il trauma referendario sulla giustizia hanno concorso ad insidiare il primato del centrodestra meloniano in termini di consenso, mentre cresce quello del nuovo movimento di Roberto Vannacci che, perdurando la condizione di parità tra le coalizioni nei sondaggi, potrebbe rappresentare per il centrodestra un’ancora di valore aggiunto cui aggrapparsi, ma il generale evoca una sensazione di radicalità che difficilmente lo renderebbe compatibile con forzisti e centristi. Altra ipotesi di ancoraggio potrebbe ravvisarsi nel partito di Carlo Calenda, Azione, liberale, atlantista ed europeista, ma allo stato incompatibile con la Lega di Matteo Salvini.

Per la premier, più che pensare a nuove alleanze, dopo lo shock referendario, sarebbe meglio rilanciare, puntando alla progressiva soluzione di problemi reali, percepiti come tali dalla popolazione. In particolare la flessibilità dell’Unione Europea, rispetto alle spese necessarie per fare fronte ai rincari energetici legati a conflitti da noi certamente non voluti e il decollo del Piano Casa, per offrire alle condizioni più vulnerabili la possibilità di conseguire il primo alloggio a prezzi calmierati e accessibili.

Interventi di aiuto sociale che rassicurino il Paese, rispetto alla capacità di governo che la longevità e la stabilità di una coalizione non sono sufficienti a garantire.

di Alessandro Forlani

immagine: Grzegorz Ziolkowski opera