CAMOUFLAGE*

da | 1 Lug 2026

C’è un dato che dovrebbe far riflettere più di molti commenti sulla crisi della politica: in Italia, come ormai in molte democrazie occidentali, il primo “partito” è quello di chi non va a votare. L’astensione è diventata la

forza numericamente più consistente del Paese (salvo che per esprimere il voto al Referendum scorso e non è un dato da sottovalutare). Non è soltanto un segnale di disaffezione elettorale, ma il sintomo di qualcosa di più profondo: una distanza siderale tra cittadini e istituzioni e, insieme, un diffuso senso di spaesamento generale che attraversa la nostra società.

Aggiungiamo inoltre che l’assenza di protagonisti politici, nella Democrazia Cristiana si chiamavano “cavalli di razza”, oggi in giro non si avvista sia a Destra che a Sinistra nemmeno un ronzino stanco…

Meloni fa parlare di sé con una tale capacità comunicativa da essere convincente: dalle carezze di Biden, al burrascoso valzer emotivo con Trump, all’impervio rapporto con Macron. La sua vena comunicativa di adattamento mimetico al momento (il camouflage appunto) fa sì che rimane nell’opinione pubblica il meglio di lei facendo dimenticare il peggio.

Le do atto che sul versante internazionale offre il suo lato migliore. Chiedo scusa al Presidente del Consiglio di queste considerazioni estetiche. Giorgia ha ben compreso l’importanza di muoversi (anche per decantare) e di postura valida e adattabile a chi stringe la mano porgendo la guancia.

Le lingue le conosce e le interpreta bene e reagisce sempre pronta con risposte di provenienza dalla retorica loquela almirantiana. Peccato che Giorgia sia in perenne conflitto con il suo ego, ritirandosi nella solitudine di un potere non condiviso con altri (evito di dire alla sua altezza…). Certo che questa bravura di cavalcare l’attimo non ne fa di certo un leader.

Infatti, dopo la bocciatura al referendum sulla Giustizia ecco l’ideona di portare a casa a tutti i costi una proposta di Riforma elettorale basata sul Premierato. Saggiato l’insidioso terreno e il sasso “Vannacci” Meloni retrocede e fa proporre un’ideuzza di ridimensionamento a legge elettorale.

Anche perché con il testo in corso la Meloni preferirebbe rischiare una sconfitta piuttosto che subire un pareggio.

Il famoso memorandum delle grandi Riforme, quindi, segna ancora zero risultati. Si cerca di revisionare Fisco e Autonomia, ma ci sono le incertezze e le Preclusioni ideologiche di tempi e di risorse. Di identitario di questo Governo ricorderemo forse “un sovranismo all’amatriciana”.

Per il Presidente del Consiglio il rischio è altissimo: essere ricordati come il Governo più longevo della storia repubblicana e null’altro …

D’altro canto, l’ultima uscita di rivendicazione alla Destra del prossimo Presidente della Repubblica è da considerarsi una sorta di help all’Opposizione per “trattare” e alla fine lavorare sui nomi di aspiranti più accondiscendenti che bipartisan sempre con l’incognita che innanzi al potere poi possano trasformarsi in “mine vaganti” o comodamente vestire gli abiti da notaio d’occorrenza nel pieno della cornice quirinalizia in una Italia notevolmente disgregata. A Draghi, Gentiloni ed altri forse la Destra preferirebbe Casini, allora sì che le stelle staranno a guardare. Evocare l’usato sicuro non è sempre la scelta giusta, la polvere e le ruggini si infilano dappertutto…

Eh, sì Cara Presidente Meloni, il potere soffre di diverse complesse patologie. O si fa come lei che si è congelata governando a pelo d’acqua, salvo operazioni per rafforzare il suo schieramento come, ad esempio, l’infornata di nomine pubbliche   imperniate su presunte fedeltà che su capacità ed esperienze, oppure si ricorre alla versione tecnica di Capo di un Governo tecnico (Dio ci salvi!).

Di esempi nei Governi precedenti abbondano da sempre. In una stagione storica difficilissima come questa diventa allora necessario tornare a interrogarsi su ciò che tiene viva una comunità democratica. Non bastano da sole le regole istituzionali né i meccanismi della rappresentanza.

La democrazia vive soprattutto nelle esperienze concrete di partecipazione, nei luoghi in cui le persone imparano a incontrarsi, a dialogare, a riconoscersi parte di un destino comune. È in questi luoghi che si formano le capacità di dialogo, di responsabilità e di mediazione senza le quali anche le istituzioni finiscono per indebolirsi, portandoci, come attualmente, in una progressiva caduta della tensione politica e civile che aveva caratterizzato altre stagioni della vita repubblicana. Da un lato pesa inevitabilmente il passare del tempo, con il venir meno di generazioni che avevano vissuto la politica anche come scelta etica e responsabilità pubblica.

Il rischio più grande è quello dello svuotamento delle motivazioni civili, della partecipazione, della fiducia reciproca. Quando una società smette di sentirsi comunità, anche le sue istituzioni finiscono inevitabilmente per soccombere. Tempi bui…

 

 

di Francesco Petrucci

immagine: Liu Bolin, l’uomo invisibile – 26Teatro alla Scala No.2

 

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* Camouflage -Etimologia: per alcuni l’origine etimologica di “camouflage” risale al XVIII secolo e deriva da cafouma, un vocabolo sei-settecentesco, il cui significato era “soffiare fumo per disorientare chi si ha di fronte”. Altre fonti attribuiscono origini venete, da camuffare, ingannare, nascondere, perché nel Cinquecento i camuffi di Rialto erano i ladri di Venezia. Venne usato poi anche per dare nome alla strategia di difesa adottata dagli animali deboli, che cercavano di sottrarsi dagli attacchi dei predatori; solo in seguito fu associato alla strategia militare utilizzata per ragioni difensive. Nel tempo però, stabilendo una stretta connessione con l’ambiente in cui l’uomo vive, quindi con i diversi settori in cui manifestava le sue attività, questo termine ha raccolto in sé una molteplicità di valori. Il significato originario d’invisibilità è anche il suo contrario, ovvero ostentazione (basti pensare alla moda e al beauty, appunto). www.grazia.it

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